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Giulio Regeni, il New York Times e quelle «prove esplosive che non esistono»

Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso da ufficiali della sicurezza egiziana. Lo rivela oggi il New York Times Magazine in un articolo a firma di Declan Walsh. Il giornalista ha seguito tutte le fasi dell’inchiesta sulla morte del giovane italiano confermando quello che ha ricevuto da tre fonti dell’amministrazione Obama: «prove incontrovertibili sulla responsabilità egiziana».

Secondo Walsh le informazioni sulle responsabilità dei servizi egiziani nella morte di Giulio vennero passate al governo Renzi «su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca». Solo che «per evitare di svelare l’identità della fonte non furono passate le prove così come erano, né fu detto quale degli apparati di sicurezza egiziani si riteneva fosse dietro l’omicidio».

GIULIO REGENI E IL NEW YORK TIMES: LA NOTA DI PALAZZO CHIGI

Palazzo Chigi ha smentito l’articolo in questione: «In merito all’inchiesta dedicata dal New York Times alla morte di Giulio Regeni in Egitto pubblicata a Ferragosto, fonti di palazzo Chigi nella tarda serata di ieri hanno precisato come nei contatti tra amministrazione Usa e governo italiano avvenuti nei mesi successivi all’omicidio non furono mai trasmessi elementi di fatto, come ricorda tra l’altro lo stesso giornalista del New York Times, nè tantomeno ‘prove esplosive’». Il governo ha ricordato a fine nota «la collaborazione con la procura di Roma in tutti questi mesi» che «è stata piena e completa».

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Cosa ha detto di preciso il New York Times? Il magazine spiega come non sia chiaro chi abbia dato l’ordine di rapire e, presumibilmente di uccidere Regeni, ma ciò che sapevano gli USA è che gli «americani sapevano per certo, e fu detto agli italiani, che la leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze dell’uccisione». Per questo, spiega Walsh, ci fu tensione tra l’allora segretario di Stato, John Kerry e il ministro degli esteri egiziano Sameh Shoukry durante un incontro che si tenne a Washington. Il giornalista ricostruì quei giorni convulsi. Quando i pm al Cairo non riuscivano a lavorare decentemente e lo stesso ambasciatore Massari «smise di usare le email e il telefono per le comunicazioni delicate, utilizzando una vecchia macchina che scriveva su carta sulla base di un codice criptato». Secondo il NYT magazine la priorità al momento era contrastare il califfato islamico, gestire la Libia e i migranti. Per questo occorreva stava buoni con l’Egitto. Non solo: c’è anche la scoperta del giacimento di gas naturale di Zohr, 120 miglia a nord della costa egiziana, contenente 850 miliardi di metri cubi di gas. Un giacimento che – ricorda il NYT – era basilare per Eni. Per questo, ricorda Walsh nel suo lavoro d’inchiesta, secondo un funzionario della Farnesina i diplomatici pensavano che l’Eni avesse dato un apporto ai servizi italiani per arrivare a una soluzione immediata del caso. Un aspetto che creò tensioni nel governo. Il lavoro del giornale americano conferma anche il lavoro fatto da Carlo Bonini e Giuliano Foschini sulle pagine di Repubblica  oltre un anno fa. Il dolore della famiglia Regeni (ricordiamo che in segno di distensione l’ambasciatore italiano è tornato al Cairo) può esser riassunto nel post della mamma del ricercatore ucciso.

(in copertina il lavoro di Walsh disponibile anche on line sul NYT)