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I soldi hanno ucciso Morosini

Alla fine la verità, sotto gli occhi di tutti, è venuta fuori: per Morosini nessuno ha usato un defibrillatore e quindi, oggettivamente, si è sprecata la possibilità, nemmeno tanto bassa, di salvarlo. E non è solo l’auto del vigile parcheggiata (pare che il defibrillatore fosse presente anche in campo, anche se chissà dove, e non solo nell’ambulanza) è che non c’è proprio la cultura, nemmeno nei medici sociali strapagati, degli interventi di emergenza. L’inchiesta accerterà i fatti ma anche l’ultimo degli operatori del 118 sapeva cosa fare e non avrebbe fatto quello che il medico responsabile ha fatto: controllare la reattività degli occhi, cercare di capire se stava affogando e non fare il massaggio cardiaco, nemmeno quando stavano per metterlo nell’ambulanza (con calma, mentre i suoi neuroni bruciavano).

Nemmeno allora si è defibrillato (quando ormai, passati 4-5 minuti era già forse troppo tardi) e quando è arrivato in ospedale (si parla genericamente di 10 minuti ma potrebbe essere stato di più e per un cervello senza sangue 12 non è la stessa cosa di 10). Insomma se fosse stato su una serie minore, uno di quei paeselli sperduti in cui, quando uno si sente male chiedono se c’è un medico a bordo campo, Morosini forse si sarebbe salvato perché un infermiere con un corso di rianimazione o un’ambulanza di paese si sarebbe trovata: massaggio cardiaco (si può sopravvivere, vedi Muamba, anche praticandolo per un’ora e più, tutto il tempo per arrivare dal paese più sperduto di montagna ad un ospedale attrezzato) e magari anche defibrillatore subito subito. Invece c’era un team medico sportivo, c’erano chissà quali esperti e Morosini ha perso così le speranze di sopravvivere.