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Tap, il Tar del Lazio sospende il cantiere, i comitati esultano. Le ragioni di una protesta che non tutti capiscono

L’ennesimo capitolo della vicenda Tap è stato scritto questa mattina dal Tar del Lazio. Il Tribunale amministrativo, infatti, ha sospeso i lavori per la costruzione del gasdotto trans-Adriatico, accogliendo il ricorso presentato dalla Regione Puglia che si era concentrato sull’autorizzazione concessa dal Ministero dell’Ambiente per l’espianto degli ulivi. Esplode di gioia il movimento No-Tap, anche se si tratta di un provvedimento assolutamente momentaneo e che durerà circa 12 giorni, fino al 18 aprile, data in cui verrà celebrata l’udienza sulla compatibilità dell’opera con la Valutazione d’impatto ambientale.

LE QUESTIONI ALLA BASE DEL DIBATTITO SUL TAP

Il dibattito sul Tap ha raggiunto il suo apice negli ultimi giorni di marzo, quando le proteste dei comitati per il No hanno raggiunto i toni più alti e si è arrivati allo scontro con la Polizia. L’Italia non capisce le ragioni della protesta di un territorio, a fronte delle ragioni strategiche della costruzione del gasdotto. Perché – ci si chiede – un’opera ritenuta strategica per il nostro Paese, che consentirà al nostro fabbisogno energetico di smarcarsi dallo strapotere della Russia e di Gazprom, che contribuirà alla “decarbonizzazione” del territorio e all’utilizzo di energia verde viene ostacolata da istituzioni locali e da un numero piuttosto alto di cittadini e di famiglie che, con i propri figli, bloccano i tir che entrano ed escono dai cantieri?

Il gasdotto, lungo 875 chilometri, passa dalla Grecia e dall’Albania, attraversa il Mar Adriatico e sbucherà in Italia, con un percorso di 8 chilometri, in un tratto che parte dalla spiaggia di San Foca e arriva al confine del comune di Melendugno. I problemi, in realtà, si concentrano qui, sulla “geografia” del progetto e non sulla sua utilità.

LA POSIZIONE DELLA REGIONE PUGLIA SUL TAP

La protesta, che è stata sposata completamente dalla Regione Puglia, sia durante l’amministrazione di Nichi Vendola, sia attualmente sotto il governatore Michele Emiliano, ha le sue ragioni nel sottolineare come la spiaggia di San Foca non sia, dal punto di vista dell’impatto ambientale, il punto più adatto per far sbucare il gasdotto. Inoltre, gli agricoltori temono che l’espianto di oltre 1900 ulivi (previsto dal progetto) potrà causare un danno enorme alla produzione di olio, vero motore dell’economia del territorio. E allora, come ha riportato più volte il governatore Michele Emiliano, non si può tecnicamente parlare di una “Puglia che non vuole la Tap”, ma di una regione che si sta battendo per collocare l’opera in un contesto ritenuto più idoneo dal punto di vista ambientale.

La proposta, sottoposta all’attenzione del governo e della società Tap Italia, sarebbe quella di collocare l’approdo del gasdotto nell’area già industrializzata di Brindisi, per evitare di snaturare l’area salentina dalla spiaggia di San Foca al comune di Melendugno, votata al turismo e all’agricoltura. Il dramma di interessi inconciliabili sta tutto qui, insomma: da un lato, ci sono agricoltori e famiglie che rivendicano con forza le loro ragioni, dall’altra il governo e la società che ha ricevuto in appalto l’opera che tentano di rassicurare l’opinione pubblica.

Gli ulivi che saranno espiantati, secondo Tap Italia, riceveranno tutte le cure del caso, saranno protetti e successivamente ricollocati negli stessi punti in cui avevano messo le radici. Non ci saranno, sempre secondo la società, ricadute sull’agricoltura, né sulla pesca dal momento che il gas passerà attraverso un microtunnel – costruito seguendo i più avanzati standard tecnologici – collocato a 1,5 metri di profondità sotto la terraferma e a una profondità di 28 metri in mare. Ma gli abitanti della Puglia, già scottati dalla questione xylella, non si fidano.

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È l’annosa questione delle promesse contro la paura della novità, delle rassicurazioni contro le scottature di un popolo, quello del meridione, più volte lasciato a piedi da chi offriva garanzie. Ecco perché, forse, non si può liquidare la protesta con tanta leggerezza. Ecco perché, al di là delle ragioni della politica energetica, ci vorrebbe un maggiore dialogo con il territorio. Quando quest’ultimo manca, il risultato è l’incomprensione.

(Foto: ANSA/ CLAUDIO LONGO)