Dieci anni sotto scorta, l’urlo di Saviano: «Maledetti bastardi, sono ancora vivo»

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Lo scrittore di Gomorra racconta il suo isolamento

Dal 2006 al 2016. Dieci anni esatti trascorsi sotto scorta, nello sconforto e nell’isolamento. Un senso di solitudine diventato sempre più forte quando la propria condizione, straordinaria, di scrittore sotto protezione è diventata normale, scontata, ordinaria. È l’esperienza di Roberto Saviano, lo scrittore costretto ad una vita da recluso dopo essere stato minacciato di morte dal più potente e temuto clan della camorra, il cartello dei Casalesi. L’autore di Gomorra ripercorre oggi il decennio vissuto sotto protezione in un lungo articolo pubblicato su Repubblica, che è anche un nuovo sfogo contro i «guappi di cartone» e «codardi» che lo hanno costretto a vivere la maggior parte del suo tempo circondato dagli uomini delle forze dell’ordine. «Maledetti bastardi, sono ancora vivo!», è l’urlo dello scrittore di Gomorra.

 

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ROBERTO SAVIANO: «CODARDI, NON SIETE RIUSCITI A OTTENERE CIÒ CHE VOLEVATE»

Su Repubblica Saviano racconta i suoi dieci anni con la scorta partendo dalla telefonata di un maggiore dei carabinieri, Ciro Lo Volla, che, cercando di non spaventarlo, lo avvertì che sarebbe stato posto sotto la protezione dai militari. Poi ricorda la libertà d’espressione minacciata ancor prima delle specifiche situazioni di minaccia, dalla diffamazione. Infine commenta le motivazioni della sentenza sul suo caso, con l’assoluzione dei boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine e la condanna del loro avvocato Michele Santonastaso (successivamente condannato anche a 11 anni per associazione camorristica, favoreggiamento e falsa testimonianza aggravati). Il legale dei camorristi si è difeso affermando di aver agito all’insaputa dei suoi assistiti, come un loro rappresentate esterno. Per Saviano si tratta di un caso emblematico di una prassi consolidata anche in campo imprenditoriale, non solo in quello criminale, quella di affidarsi a persone talentuose e affamate di potere sulle quali scaricare le proprie responsabilità:

Ecco di cosa stiamo parlando: avvocati, talvolta rappresentanti delle forze dell’ordine, faccendieri scaltri e arrivisti, che hanno talento e fame di potere. A loro il ruolo di difensori – fondamentali custodi del principio costituzionale di inviolabilità del diritto di difesa – sta stretto. È su queste persone che la camorra fa affidamento, sa che si possono comprare e che per questo potrà utilizzarle per qualunque scopo, anche per far sì che nei casi più delicati sia difficile ricondurre nei processi le responsabilità ai capi: se ci pensate è quello che a volte accade anche ai piani alti dell’economia capitalista.
«A mia insaputa» in Italia è ormai formula di rito. Ripetuta, calcolata, abusata. «A mia insaputa», così si difendono politici, imprenditori, faccendieri, chiunque non sappia giustificare una condotta sulla quale la magistratura sta indagando. «A mia insaputa» è anche la formula con cui i boss di camorra trovano il capro espiatorio che paghi sulla propria pelle la responsabilità di scelte odiose, con un’attenzione alla “rispettabilità” che solo in apparenza è valore di poco conto anche per un pluriergastolano. «Guappi di cartone» li ho definiti più volte. Codardi. Codardi che da dieci anni mi costringono a campare così. Eppure, nonostante tutto, quello che oggi mi sentirei di gridare loro in faccia è: non ci siete riusciti! Non siete riusciti a ottenere quello che volevate. Non mi sono fermato, non mi sono piegato, anche se più volte mi sono spezzato. Ma se c’è una cosa che insegna questa lotta che ho intrapreso con l’arma più fragile e potente che esista, la parola, è che proprio quest’ultima può di volta in volta rimettere insieme ciò che è andato in frantumi. Esattamente come scrissi dieci anni fa in Gomorra: «Maledetti bastardi, sono ancora vivo!».

(Foto: ANSA / GIUSEPPE LAMI)

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