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Dieci cose sulla doppia morale all’italiana della nuova politica del M5S

“Noi siamo diversi”. Il mito dell’alterità. “Uno vale uno” lo slogan. Il M5S ci ha raccontato in questi anni, tra un vaffanculo e un #vinciamonoi, che avrebbe fatto una rivoluzione etica della politica, che tutto sarebbe cambiato, che non ci sarebbero state più gerarchie, opportunismi, messaggi subliminali, correnti, giochi di potere.
Poi hanno preso il governo di Roma.

  1. Ci sono videomessaggi e videomessaggi. Ancora prendiamo in giro il povero Silvio Berlusconi per i suoi video con calzamaglia – sulla telecamera, non indossata da lui (almeno crediamo) – ma invece quelli di Virginia Raggi ci piacciono. Pure quelli come effetti speciali non scherzano (oppure davvero emana un’aura luminosa?), pare che Paola Ferrari abbia chiesto gli operatori di Virginia nostra, e sono considerati sostitutivi di conferenze stampa, interviste, persino di quegli streaming che come inno alla trasparenza pretendevano da chiunque. Finché non sono arrivati al potere. Ora li fa solo il Pd, nelle sue direzioni.

2. “Mi hanno comprato una casa a mia insaputa”: fece sbellicare Scajola e nessuno gli credette. Nemmeno dopo la sentenza che gli dava ragione. “Denuncerò chi ha utilizzato i soldi della Lega per sistemare casa mia”: Umberto Bossi in una delle sue massime migliori. “Erano 4 spigole e 50 cozze pelose. Le ho dovute mettere nella vasca da bagno” disse Michele Emiliano su un regalo dei discussi e inquisiti Degennaro. “L’albergo si è rifiutato di dirmi chi mi ha pagato il conto”, lo disse Malinconico (con la maiuscola). Perle di politica grottesca. Però a Di Maio che pensa che una mail della Taverna l’ha scambiata per un esposto del PD, dobbiamo crederci. Trattenete quella risata, poteva succedere. Deve essere parte di quel complotto per far vincere il M5S. O la Taverna è una “pidiota” (li chiamano così) infiltrata.

3. “Noi siamo diversi, non siamo un partito”. Non ci sono lì ego ipertrofici, correnti che si fanno la guerra, messaggi velati di minaccia o decisioni politiche collettive prese per interessi di partito. Infatti Di Battista-Che Guevara, deputato, ha girato più di Vasco Rossi, De Vito e compagni hanno fatto una guerra interna che neanche Sbardella ai tempi d’oro, Grillo che fa la battuta sulla macchina del fango a Di Maio ha fatto venire brividi di paura anche a Totò Riina e Di Maio ha messo al rogo Roma 2024 solo come Ponzio Pilato dovette scegliere tra Gesù e Barabba. Sono diversi, però, eh.

4. Beppe Grillo è solo un portavoce. Anche perché non avendo la fedina penale pulita, non può avere ruoli politici nel Movimento. Si è visto a Nettuno. Ci mancava solo che sul destino di quella lotta gladiatoria tra i suoi “ragazzi” decidesse con un pollice alzato e un pollice verso.

5. Chi viene eletto non avrà ingerenze esterne, massima trasparenza e nessuna pressione. Infatti di decisioni importanti per Roma ci informano Di Battista e Di Maio, la giunta ci viene comunicata dopo le elezioni e dopo le mediazioni con il direttorio. E se il sindaco, che in fondo è stato eletto dai cittadini, vuole fare di testa sua, viene definito – con indiscrezioni di stampa – “pazzo” dal suo leader. Poi la democrazia interna vuole che se non sei d’accordo con ciò che Grillo pensa o penserà o potrebbe pensare vieni epurato, privato del simbolo e anche multato. Dc, Pci, Psi, Pd, Forza Italia non sono mai arrivati a tanto. Forse in questo senso “sono diversi?”.

6. Il nepotismo sarà solo un ricordo. Preferiscono il moglismo, il maritismo, il fidanzatismo. Perché chi metti a lavorare con te se non la persona di cui ti fidi di più, che fai entrare nel tuo letto senza timore?

7. Il conflitto d’interessi. Una società privata (la Casaleggio Associati, che deve tutti i suoi profitti, o quasi, alla politica) a comando di un movimento, in cui fa il buono e il cattivo tempo. Tornando al povero Silvio, ci si chiede perché dovevamo preoccuparci di Mediaset e ci dovremmo invece disinteressare di contratti illegali con sindaci e deputati, di un’informazione convogliata solo su un canale di comunicazione.

8. Decidono i cittadini. Poi sulle Olimpiadi non si sognano di fare un referendum, sullo stadio della Roma si inventano bizantinismi che neanche i sindaci democristiani vecchia maniera, sulla giunta appunto non hanno dato la possibilità agli elettori di conoscerla prima del voto. Però se vogliono i cittadini possono decidere a chi intitolare la prossima via, eh. Magari con un sondaggio su beppegrillo.it. (Vedi punto 7)

9. I poteri forti. Ora, per carità, non mi va di andare a rompervi le scatole anche su questo. Ma la storia dei grattacieli ex Tim, voi che non difendete l’unico dirigente Atac che ha provato a ripulire quell’azienda di fatto sostenendo un sindacalismo deteriore, persino quella passione per i tassisti che qui a Roma, diciamolo, hanno sostenuto l’insostenibile (solo i loro prezzi sono più scandalosi dei candidati che hanno votato) un po’ mi fanno riflettere.

10. Il benaltrismo. A tutto questo, elettori ed eletti ti diranno che “e allora il Pd?”, “e allora Berlusconi?”, “e Mafia Capitale?”, “e le cavallette?”. Eh no, se siete diversi non potete nascondervi dietro il fatto, discutibile, che siete meno peggio di loro. Avete promesso una rivoluzione o almeno, come direbbero i Monty Python, qualcosa di completamente diverso. Non potete cavarvela così: non eravate voi a dire “Pdl e Pdmenoelle” per sottolineare che “fossero tutti uguali”. Eh, e voi? Stesse logiche e stessi strumenti.