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Giulio Regeni, Presa diretta “I documenti di Giulio portati dalla polizia a casa della banda. E le sue torture hanno una firma”

GIULIO REGENI, PRESA DIRETTA –

Il reportage di Presa diretta, a firma della bravissima collega Giulia Bosetti, va a fondo del caso Regeni.

Dei momenti della scoperta della morte, come dei primi depistaggi. Parla con la sorella di uno della banda familiare uccisa dalle forze dell’ordine egiziana e accusata del sequestro di Giulio. Che dice loro “non è vero, l’astuccio rosso era di mio fratello”. E sui documenti, lei è certa “sono stati portati dalla polizia segreta con l’inganno”. E a confermarlo, secondo una giornalista e uno dei responsabili della ong che è tra le più attente al caso del ragazzo italiano, ci sarebbe un secondo testimone oculare che avrebbe visto il momento dell’introduzione dei documenti di identità di Regeni nell’alloggio della famiglia dei banditi.

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Uno dei tanti oscuri passaggi di una storia che vede un’inchiesta ferma, testimoni precipitati nel terrore – giornalisti, consulenti legali, testimoni appunto hanno vissuto ritorsioni pesantissime solo per essersene occupati (il consulente legale della famiglia Regeni è in carcere da 4 mesi e rischia la pena di morte – e una giornalista che andando dal Cairo a Washington, da Omar Hafifi autore del post su Facebook scoperto da Carlo Bonini (che lo contattò come fonte anonima) e che racconta la sua verità. Forse un altro depistaggio, ma certo che quando mostra su un iPad mini la foto del “Regeni egiziano”, torturato per un solo giorno, il calvario in tre atti del nostro connazionale – “Regeni è stato torturato con sberle, bastonate, scosse elettriche e molestato sessualmente” – diventa insopportabile anche solo da immaginare. Come lo è il sospetto di Hafifi che dice di essere fuggito dalla sua alta carica in Egitto proprio a causa delle torture ai fermati. “Se Al Sisi decidesse di sacrificare un importante funzionario facendone un capro espiatorio, questi direbbe che gli è stato ordinato dal superiore. E’ alla fine si arriverebbe a lui. Ecco perché gli italiani non vogliono la verità, sarebbe troppo grande come caso diplomatico”.

A confermare il coinvolgimento dell’Intelligence egiziana c’è anche Amr Darrag, ex ministro del governo Morsi, ora in esilio.

E infine sempre da testimonianze che evidentemente alcun inquirente, egiziano e italiano, è riuscito a trovare, ma un’eccellente giornalista sì, arriva la beffa più grande. Secondo molti degli interpellati, infatti, sarebbe Mohammed Abdallah, leader del sindacato indipendente dei venditori ambulanti, a cui Giulio aveva dato aiuto e denaro, ad averlo tradito e venduto.

Altri testimoni, infine, tra cui due vittime di torture sopravvissute, sostengono che le ferite di Giulio, le torture di Giulio, hanno la firma dei servizi segreti. Per le modalità, per i luoghi, per le dinamiche. Loro possono ancora parlarne – come Davide Sansonetti, il 25 gennaio di due anni fa a Piazza Tahrir come videoperatore e reporter, arrestato ma visto da dei colleghi che hanno chiamato in tempo il consolato italiano -, Giulio no. Giulio credeva nella verità. Giulia, Bosetti, pure. Facciamolo anche noi. Abbattiamo il muro di paura e convenienza, seguiamo il loro esempio, non lasciamoli soli.