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Pensioni, come funziona il part time agevolato

Più gli italiani si avvicineranno alle pensioni, più sarà possibile chiedere e ottenere, se l’azienda è d’accordo, un part time agevolato: una soluzione che potrebbe rivelarsi efficiente per l’azienda, per il lavoratore e anche per i conti pubblici. E’ stato firmato dal governo di Matteo Renzi, ministro Giuliano Poletti, il decreto per il part-time pensionistico: in cambio di una decurtazione allo stipendio del 15-30% il lavoratore potrà stare meno in azienda ricevendo comunque i contributi figurativi da parte dell’azienda. Una soluzione che, però, per ora sarà a disposizione dei soli uomini.

PENSIONI, CON IL PART TIME AGEVOLATO SI PERDONO SOLDI?

Il Messaggero in edicola oggi spiega di cosa si parla: con la registrazione del decreto presso la Corte dei Conti la nuova misura sarà operativa – e si potrà capire se agli italiani interessi effettivamente.

Lo schema è piuttosto semplice: i dipendenti privati che entro il 31 dicembre 2018 maturano i requisiti per la pensione di vecchiaia con l’accordo del datore di lavoro possono decidere di ridurre l’orario di lavoro in misura compresa tra il 40 e il 60 per cento, con conseguente perdita sulla retribuzione. Ma la decurtazione sarà in parte compensata dai contributi a carico del datore di lavoro, che invece di essere girati all’Inps andranno direttamente, esentasse, nella busta paga dell’interessato. A sua volta lo Stato verserà una quota equivalente a titolo di contribuzione figurativa: in questo modo non ci saranno ammanchi nei versamenti e al momento di uscire a pieno titolo il lavoratore si troverà stessa pensione a cui avrebbe avuto diritto in condizioni normali.

 

 

Quanti soldi si perderanno scegliendo questa opzione?

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Coloro che rientrano nei requisiti dovranno poi valutare la convenienza economica. Il taglio della retribuzione corrisponde alla riduzione di orario,ma l’effetto è attutito da due fattori: da una parte la somma corrispondente ai contributi del datore di lavoro, su cui non si pagano imposte, dall’altra il fatto che con redditi più bassi si riduce il prelievo fiscale. Così un lavoratore con stipendio lordo di 2 mila euro al mese, che opti per un part time al 40 per cento (rinunciando quindi al 60 per cento) incasserà in più 288 euro (il 24 per cento della retribuzione persa, in corrispondenza dell’aliquota a carico del datore di lavoro). Inoltre verserà in proporzione meno Irpef ed alla fine avrà una perdita poco al di sotto del 30 per cento. Con orario di lavoro al 50 per cento e stipendio di 2.500 euro lordi al mese la decurtazione sarà del 21 per cento, con il 40 per cento e 3.000 euro del 14.

 

 

E in un’infografica Ansa-Centimetri pubblicata dal Messaggero il quadro è ancora più chiaro.

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Vediamo chi può usufruire della misura.

I potenziali interessati sono – tra gli uomini – coloro che entro la fine del 2015 avevano compiuto i 63 anni e 7 mesi, ovvero tre anni in meno del requisito di età per la pensione di vecchiaia. Più complicata – come fa notare la Uil – la situazione per le donne, molte delle quali di fatto non si troveranno in condizione di sfruttare questa opzione. Infatti quelle nate negli anni 1951 e 1952 hanno già avuto la possibilità di andare in pensione in base a regole più graduali di quelle dei maschi (le sessantaquattrenni ci potranno andare quest’anno sfruttando una clausola “eccezionale”); se invece la data di nascita è il 1953 allora la vecchiaia potrà scattare solo dopo il 2018, per il processo di allineamento con gli uomini. Agli interessati è richiesto anche che il rapporto di lavoro sia a tempopieno e indeterminato e che risulti versata la contribuzione minima per la vecchiaia ovvero 20 anni