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Isis, «nelle carceri italiane oltre 500 minori a rischio reclutamento»

Nelle carceri italiane, dice il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti, il rischio di reclutamento di una cellula autoctona dell’Isis è altissimo. Questo perché, sopratutto, il 50% dei detenuti nelle strutture del nostro paese sono di religione mussulmana; ed è vero che la situazione italiana è ben diversa da quella degli altri paesi: ma è, allo stesso modo, vero che le condizioni che hanno causato gli attentati di Parigi e di Bruxelles potrebbero costruirsi nei prossimi anni anche in Italia e che alcuni luoghi comuni – come quando si dice che «è la mafia a difenderci dal terrorismo» – sono o grandemente sopravvalutati, o del tutto sbagliate.

ISIS, «NELLE CARCERI ITALIANE 500 MINORI A RISCHIO RECLUTAMENTO»

Il leader dei magistrati che combattono contro criminalità organizzata e terrorismo parla su Repubblica. Lanciando l’allarme: nelle carceri, il brodo di coltura per i futuri terroristi è già pronto.

Cito un dato allarmante che mi è stato trasmesso pochi giorni fa: metà dei reclusi nei penitenziari minorili italiani sono musulmani. In cella ci sono circa cinquecento ragazzi, abituati a stare su Internet come tutti i loro coetanei. E per questo possono facilmente entrare in contatto con i siti che predicano la Jihad: sono a rischio altissimo di radicalizzazione. In Italia pensiamo di correre pericoli inferiori ai francesi e ai belgi. Probabilmente è vero: la comunità musulmana nel nostro paese è diversa, le seconde generazioni qui sono ancora adolescenti. Ma se non interveniamo subito, tra cinque-dieci anni ci troveremo nella stessa situazione di Bruxelles o delle banlieue parigine. Già oggi la minaccia crescente sono i giovani che dall’Italia vogliono andare a combattere in Siria, superiore al numero che conosciamo. Un fenomeno che stiamo cercando di fermare”.

Molti, anche negli apparati investigativi, credono che le mafie italiane possano bloccare le attività terroristiche, soprattutto nelle regioni meridionali. Lo stesso Totò Riina avrebbe millantato di potere tenere lontane l’Is e Al Qaeda.
“Non è vero, anzi è esattamente il contrario. Da sempre mafie e terroristi fanno lo stesso gioco. Negli anni di piombo le migliori regie investigative venivano distolte dall’eversione, permettendo a Cosa nostra e alla camorra di crescere. Ma ci sono tanti elementi del passato e del presente che ci indicano come mafia e terrorismo siano in affari. L’autofinanziamento jihadista avviene prevalentemente con il traffico di stupefacenti, gestito insieme alla criminalità organizzata: gli attentati di Madrid nel 2004 sono stati pagati così. Nell’ultimo anno poi sono state sequestrate tonnellate di droga su navi lungo la rotta Casablanca-Tobruk e che erano sicuramente gestite da soggetti legati allo Stato Islamico. L’Is è un punto di svolta, perché incarna l’intreccio tra terrorismo e criminalità: è una realtà mafiosa che sfrutta il controllo del territorio per attività di imprenditoria criminale come il traffico di droga, il contrabbando di petrolio e di reperti archeologici, i sequestri di persona”.

 

franco roberti procuratore nazionale antimafia
Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia

Franco Roberti ha scritto un libro con il giornalista di Repubblica Giuliano Foschini, dal titolo “Il contrario della paura”; nel libro si affronta anche il problema degli scafisti e degli arresti di trafficanti di uomini e di droga.

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Proprio il traffico di droga, che come abbiamo visto finanzia l’Isis, dovrebbe essere al centro della strategia di politica giudiziaria del nostro paese.

Ci sono diversi casi di terroristi entrati in Europa sui barconi, ma il vero rischio è che una parte delle persone che arrivano da noi finiscano per radicalizzarsi nei prossimi anni. Anche su questo fronte bisogna rispondere garantendo diritti: abolire il reato di immigrazione clandestina, ridurre le attese per le domande d’asilo, combattere lo sfruttamento dei lavoratori extracomunitari”.

Di sicuro l’hashish esportato dai trafficanti di Dio come Mister Marlboro arriva sulle nostre piazze di spaccio. Lei nel libro propone la depenalizzazione delle droghe leggere.
“Non faccio una proposta, pongo un problema: oggi ci sono molte più risorse investigative sul fronte delle droghe leggere, ma il consumo continua ad aumentare. Perché invece non concentriamo le forze migliori per il contrasto agli stupefacenti pesanti e soprattutto per aggredire chi li finanzia? Noi sequestriamo i carichi e colpiamo le persone che li smistano, ma ai santuari finanziari del narcotraffico non ci arriviamo mai. Bisogna modificare obiettivi e procedure in modo da agire, soprattutto con operazioni sotto copertura, per bloccare i soldi non più a valle – come facciamo oggi confiscando i beni dove vengono investiti i proventi – ma a monte. La chiave è tutta nella lotta al riciclaggio. Anche contro il terrorismo”.

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