Alexander Boettcher Martina Levato
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Pietro Barbini, la vittima della coppia dell’acido: «Vincerò la tentazione di nascondermi»

Pietro Barbini, il ragazzo vittima della coppia dell’acido, Alexander Boettcher e Martina Levato, condannata per quel gesto a 14 anni, parla ad Elisabetta Andreis sul Corriere della Sera. Lo fa dopo un anno e 3 mesi dall’aggressione, con padre Gherardo, testimone di quella violenza. «Due mesi fa è venuto da noi un signore, Paolo, un po’ anziano, quasi un nonno — racconta Barbini —. Aveva letto la nostra storia e mi voleva conoscere. Da giovane era stato rapito, l’hanno privato in modo traumatico della libertà. Mi ha detto: “Davanti al male bisogna sorridere, senza farsi strappare i sogni, anche se per un po’ si rimane chiusi al buio”. Sono le parole che mi sono servite di più. Una vicenda come questa ti indurisce, ma aumenta la determinazione, il senso profondo che la vita vale la pena di essere vissuta. In mezzo agli altri».

Mercoledì per Boettcher è arrivata la seconda condanna, a 23 anni, per le aggressioni precedenti.

Riflette Pietro: «Credo che le condanne siano giuste, per far capire loro quanto male hanno fatto, perché secondo me non lo sanno. Avranno visto in aula la faccia di Stefano (Savi, altro ragazzo sfregiato, ndr) ma il dolore evidentemente non gli è entrato dentro. Non covo odio. In tutto questo tempo lei (non nomina mai Martina, ndr) non mi ha mai mandato una riga, una parola. Se l’avesse fatto potevo forse pensare che avesse l’ombra di un’empatia, invece no. Per me sono pericolosi e nella società non possono stare». Aggiunge suo padre: «Sono sempre critico e poco accomodante con me stesso e con i miei figli, forse troppo. Ma dopo quel che abbiamo passato mi chiedo anche: dove sono gli adulti che dovrebbero riportare in asse i figli che sbagliano, educare, contenere i loro deliri di onnipotenza?».

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PIETRO BARBINI E L’INCONTRO CON PAPA FRANCESCO

Due settimane fa la famiglia Barbini è andata a un’udienza generale da Papa Francesco.

Ricorda Gherardo: «Il Papa si è avvicinato a Pietro che aveva una benda sull’occhio e lui gli ha detto: “Santo Padre, non sono un pirata…”. Il Papa gli ha fatto una carezza e ha risposto ridendo, con una carica umana incredibile: “Prega per me”. E Pietro: “Facciamo a vicenda, un po’ per uno”. Per me e per mia moglie Titti sono stati attimi impagabili. La persona che mi è servita di più in questo anno, per stare bene, è proprio Pietro. Ogni suo sorriso mi ha dato un pezzo di vita». Padre e figlio stanno percorrendo una strada di dolore, ma anche di forza, di speranza. Lo fanno insieme: «Prima mi facevo spesso gli affari miei — ricorda Pietro — ero proiettato sulla mia autonomia, la mia strada, e papà era concentrato sulla sua, era il suo modo di farmi crescere. Eravamo un po’ distanti, a pensarci oggi. Questa storia mi ha costretto a fare un passo indietro e a guardare davvero in faccia mio papà. All’ospedale Niguarda distribuiva i panettoni agli infermieri, in questura collaborava alle indagini, ha girato il mondo per cercare i chirurghi, viene ad ogni visita nonostante il lavoro. Non si è mai perso d’animo. In questo anno è nato un rapporto nuovo, con stima, gratitudine, orgoglio. Lo capisco molto di più, adesso. Ho trovato mio papà».

PIETRO BARBINI E LA LAUREA A BOSTON (CON UNA SPERANZA)

Pietro Barbini si laurea il 5 maggio a Boston: «Devo solo vincere la tentazione di nascondermi. Penso di andare a vivere lontano dall’Italia, magari in America. Fare un master. A Milano, dove mi conoscono tutti, è ancora un po’ difficile. La perfezione non è un risultato, ma un percorso. Ora l’ho capito, e lo accetto». Il padre ha solo una speranza: «Ho sempre cercato di rendere non troppo facile la vita ai miei figli, perché si emancipassero con forza e creatività. La mia speranza va a Pietro, adesso. Che apra la porta di casa e si mostri a tutti a testa alta. Perché è bellissimo».