Ultimi Antonio Galdo
|

Ultimi: Antonio Galdo fotografa l’Italia rimasta indietro

Siamo diventati ultimi. Ultimi nella scuola, università, lavoro, giustizia digitale. Ultimi, Così le statistiche condannano l’Italia è un libro di Antonio Galdo per Einaudi che spiega come e perché siamo così indietro rispetto agli altri paesi europei. Galdo, giornalista e scrittore, ha pubblicato per Einaudi Fabbriche (2007), il romanzo della fabbrica italiana e diverse opere su fatti e misfatti della vita pubblica. Suoi i libri Ospedale Italia, Guai a chi li tocca e Saranno potenti?.  In Non sprecare (Einaudi, 2008) il giornalista racconta lo spreco peggiore: quello che ognuno di noi coltiva nell’indifferenza e nell’egoismo. E nel 2011 con Basta poco racconta le grandi idee che potrebbero salvare il pianeta. Nel 2012 ha pubblicato  L’egoismo è finito. La nuova civiltà dello stare insieme (Passaggi Einaudi).  Stavolta torna con dati che fotografano la situazione italiana: pecche assurde comprese. I siti di Antonio Galdo sono www.nonsprecare.it e www.antoniogaldo.it. Questo che riportiamo qui sotto è il capitolo di Ultimi che parla delle pensioni dei nonni italiani, pensioni che “rubano” il futuro ai più giovani, con nipoti oramai destinati ad aspettare l’eredità.

L’etichetta è anglosassone, Neet (Not in Education, Employment or Training), ragazzi anche in età adulta che non studiano, non lavorano e non si formano, ma il fenomeno è tipicamente italiano. Oltre 3 milioni di giovani, fra i 16 e i 30 anni, che vivono sospesi, a carico delle famiglie, in un limbo del non fare nulla: record europeo, dopo la Grecia e la Bulgaria. I nostri Neet sono il triplo dei tedeschi, e il doppio di inglesi e francesi. Sui 25 milioni di famiglie italiane l’8,3 per cento (2,1 milioni) ha almeno un Neet sulle spalle, e in cinque regioni meridionali, nell’ordine Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Basilicata, quasi la metà delle famiglie deve farsi carico di un giovane sotto i trent’anni che non lavora e non studia.(…)

La famiglia, invece, è solida, generosa, iperprotettiva. Da qui un altro record europeo: il 68 per cento di uomini e donne, tra i 18 e i 34 anni, che vivono ancora a casa con i genitori (in Danimarca sono l’1,8 e in Francia l’11,5 per cento). Ben accuditi e ben pagati, a partire dalla famosa paghetta sulla quale le famiglie italiane sono generosissime: una media di 832 euro l’anno, rispetto ai 600 euro dei tedeschi, ai 380 degli inglesi e ai 240 dei francesi.

In pratica abbiamo creato un vero welfare parallelo a quello finanziato dallo Stato, con i nonni che ne costituiscono le colonne portanti: 7 milioni di loro passano soldi a – diciamo pure: mantengono – figli e nipoti. Questa architettura, unica al mondo, si poggia innanzitutto sulla spesa previdenziale, pari al 17,5 per cento del prodotto lordo, cioè la piú alta di qualsiasi nazione avanzata e piú del doppio della media dell’Ocse. E ciò mentre è diminuita la spesa per le famiglie, oggi pari al 5 per cento del costo del welfare, e sono stati tagliati gli assegni contro la povertà cronica che riguarda 4 milioni di italiani. L’effetto è davvero paradossale: una spesa sociale orientata piú a favore dei ricchi che non dei poveri. Tanto che, alla fine dei conti, solo 3 euro su 100 vanno al 10 per cento piú povero della popolazione. L’esatto contrario di quanto avviene negli altri Paesi, dove invece la spesa sociale serve innanzitutto ad aiutare i cittadini piú poveri.

 

Abbiamo cosí sfondato il muro dei 200 miliardi l’anno per pagare la pensione a 16,5 milioni di italiani, che poi ne girano una parte agli stretti familiari. Se poi alle pensioni sommiamo altre spese previdenziali, dai sussidi agli assegni per invalidità (per il 44 per cento concentrati al Sud con un costo di 17 miliardi di euro l’anno), il totale dei trasferimenti previdenziali raggiunge i 320 miliardi di euro, pari al 43 per cento dell’intera spesa pubblica. La sensazione che si ricava, esaminando nel dettaglio l’andamento di alcune indennità, è che si continua a interpretare lo Stato sociale come un potenziale serbatoio alternativo al lavoro, una sorta di paracadute contro la disoccupazione. Si spiega cosí, per esempio, il record delle nuove pensioni di invalidità, che stanno crescendo al ritmo di 50 000 l’anno. Con casi paradossali: a Oristano, in Sardegna, il 9 per cento dei residenti riceve un’indennità o una pensione da invalido civile; a Lecce si arriva all’8 per cento come a Cosenza, Messina e Reggio Calabria. La differenza con il passato è che negli anni Ottanta potevamo permetterci di utilizzare, con molta spregiudicatezza e nel nome di un clientelismo capillare, la spesa previdenziale come un ammortizzatore sociale. Oggi non piú, salvo rischiare la bancarotta del sistema. Le proiezioni dei conti dell’Inps sono da brividi: nel 2014 il patrimonio netto dell’istituto era di 18 miliardi di euro, nel 2015 è sceso a quota 11 miliardi, con la prospettiva di diventare negativo dal 2016, con un passivo previsto, per il 2023, di 56 miliardi e 500 milioni di euro.

Abbiamo costruito, a colpi di leggi ad personam, e paghiamo, con i contributi versati dai lavoratori attivi, un vero ginepraio previdenziale, dove ciascuno è riuscito a strappare una fetta della torta. Nel 1973, quando il nostro debito pubblico non superava il 30 per cento del Pil, il capo del governo Mariano Rumor, con il consenso di tutti i partiti, opposizioni comprese, pensò bene di introdurre le baby pensioni per il pubblico impiego. Nacque allora una comunità di fortunati italiani che nel tempo è cresciuta fino a diventare un popolo di 531000 pensionati sotto i quarant’anni, che ancora oggi continuiamo a pagare con un conto di 9 miliardi l’anno, mezzo punto di Pil. Un anno dopo, nel 1974, la bacchetta magica della moltiplicazione dei pani e dei pesci fu impugnata dal deputato socialista Giovanni Mosca, ex dirigente della Cgil. Porta la sua firma una leggina che ha sanato, con una sorta di condono di massa, la posizione contributiva di politici, sindacalisti, dipendenti degli istituti di patronato e delle associazioni del mondo cooperativo. Per loro, che non avevano versato contributi all’Inps, è bastata una firma di garanzia di un partito o di un sindacato per intascare la pensione facile, anzi facilissima. Di proroga in proroga la leggina Mosca ha consentito di andare in pensione, tutto a spese dello Stato, a 35564 persone, tra le quali 8000 funzionari dell’ex Pci e 10 000 dipendenti della Cgil.(…)

 

Intanto dal 2007 il potere di acquisto degli italiani è diminuito del 10 per cento, mentre quello dei pensionati è stato protetto. Un meccanismo giusto per le pensioni piú basse, ma non per tutte, come ha denunciato Carlo Cottarelli durante la sua breve esperienza di commissario alla spending review. Infatti dal 1991 al 2012, secondo i calcoli della Banca d’Italia, il reddito delle persone anziane, con piú di 64 anni di età, è passato dal 95 al 114 per cento della media generale, mentre quello dei giovani tra i 19 e i 34 anni è crollato di 19 punti.

L’Italia dei Neet, sommata alle generazioni in fuga per andare a studiare, e poi a lavorare, all’estero, è diventata cosí un perfetto Paese per vecchi. Dove genitori e nonni, garantiti dallo Stato sociale che assicura loro ancora un’adeguata copertura, mantengono, tutto compreso – dal vitto all’alloggio, dalla discoteca alle vacanze –, persone anziane non autosufficienti (il 19,8 per cento del totale) e soprattutto figli e nipoti disoccupati. E poco importa se poi questi ragazzi, eterni adolescenti e capitale umano sprecato, accumulano le frustrazioni di una generazione sospesa. Priva di aspettative, dalla famiglia al lavoro, di una concreta vita propria. L’85 per cento dei Neet desidererebbe «una maggiore autonomia per mettersi alla prova» e il 57 per cento prova dispiacere nel «sentirsi un peso per la famiglia». Quella che negli anni del boom era l’energia vitale che spingeva verso l’alto nella scala sociale, oggi è la rancorosa e passiva frustrazione di non avere possibilità di emancipazione, diluita nell’accomodamento sotto la protezione dell’ombrello della rete familiare.

Intanto l’età media in Italia è salita a 44,5 anni (in Francia è 40,9 e in America 37,6) e subito dopo il Giappone siamo il secondo Stato con meno giovani di tutto il pianeta, con una curva demografica che tende a peggiorare per il combinato disposto dell’invecchiamento delle generazioni del baby boom, della progressiva riduzione dei tassi di natalità e del significativo miglioramento delle aspettative di vita.

Ogni giorno, ogni 24 ore, in Italia si contano trenta nuovi ultrasettantenni, che dal 1974 a oggi sono passati da 3 900000 a oltre 9 milioni. I novantenni, che nel 1974 erano appena 86 000, nel 2014 erano 450 000. E le proiezioni ci dicono che la popolazione italiana di età superiore ai 65 anni passerà dal 20 al 33 per cento nei prossimi vent’anni, quando ci saranno tre anziani ogni cinque persone potenzialmente attive sul mercato del lavoro. Quegli anziani che nel 1991 controllavano il 19,3 per cento della ricchezza nazionale e adesso sono a quota 34,2 per cento, e che hanno visto la loro ricchezza familiare raddoppiarsi tra il 1991 e il 2012 – al contrario dei capifamiglia sotto i 34 anni che invece hanno subito uno scivolone del 25,8 per cento. Ai loro figli e ai loro nipoti non resterà che aspettare l’eredità.