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L’Ala di Verdini vuol passare all’incasso. Pressing su Renzi con vista Amministrative

«Renzi e i suoi? Non possono considerarci interlocutori di mattina, tra le aule parlamentari, e tenerci nascosti la sera». L’avvertimento da Palazzo Madama lo lancia, ironico ma non troppo, il portavoce dei verdiniani Vincenzo D’Anna. Segnali di insofferenza, richieste di chiarimento dal gruppo dell’ex sodale del Cav passato alla corte di Renzi. Il messaggio diretto verso Palazzo Chigi è chiaro: perché, spiegano a Giornalettismo, il limbo non può continuare troppo a lungo per Ala. Sulla carta un gruppo di minoranza, nei fatti da mesi la stampella della maggioranza. Tradotto, è l’ora di presentare il “conto”, di passare all’incasso. Soprattutto in vista delle alleanze e delle alchimie per la tornata di amministrative alle elezioni 2016.

ALA VUOL PRESENTARE IL “CONTO” A RENZI

All’orizzonte c’è già l’ultimo passaggio sulle riforme al Senato, con la maggioranza che ha imposto una forzatura sul calendario. Andrà subito in Aula, il 19 gennaio, il disegno di legge Boschi, con il voto finale previsto per il giorno successivo. Una decisione che farà slittare di qualche giorno sia la mozione di sfiducia del centrodestra all’esecutivo (dal 19 al 26) che le Unioni Civili, quel ddl Cirinnà che ancora divide sia il Pd che la maggioranza sulle adozioni. Ma non solo. Perché il 20 era previsto anche il rinnovo delle presidenze delle commissioni parlamentari. E la priorità data alle Riforme ha fatto spostare pure quelle, tra le accuse delle opposizioni: «Vogliono garantirsi i 161 voti necessari per mettere in sicurezza il ddl Boschi, barattandoli con qualche posto di vertice nelle commissioni», ha attaccato Loredana De Petris (Sel-Si), presidente del Misto.

A Palazzo Madama, come a Montecitorio, per Renzi i numeri non saranno un problema, anche grazie ai 17 senatori del “salvagente” di Ala. Già lo scorso ottobre la stampella verdiniana aveva permesso al premier di blindare il provvedimento, passato con 179 ““. Altro che Vietnam parlamentare, con i senatori bersaniani della minoranza dem passati dalle barricate annunciate al compromesso (al ribasso), incassando poco o nulla su garanzie ed elettività. L’asse reggerà ancora. Senza problemi per l’esecutivo, al di là delle fibrillazioni sempre presenti nel Nuovo centrodestra, il partito che Alfano fa fatica a tenere compatto. La diaspora è stata evitata, dopo l’addio di Gaetano Quagliariello, seguito da Augello, Giovanardi e Compagna a Palazzo Madama (e dai deputati Eugenia Roccella e Vincenzo Piso, ndr). Ma c’è proprio Verdini e la sua Ala a restare nell’ombra, pronti a sfruttare le difficoltà degli alfaniani e raccoglierne esuli e transfughi, anche per accreditarsi agli occhi di Renzi come la vera gamba di destra della maggioranza. Anche per questo, pure sulle Unioni civili, c’è chi è convinto che Alfano non possa alzare troppo la voce. «In quanti sono rimasti, 31? Se soltanto volessimo resterebbero in otto. Ma per rispetto dei gruppi non lo facciamo», c’è chi azzarda e provoca da Ala, coperto dall’anonimato. E anche da Fi (e non solo) altri sono in procinto di raggiungere Verdini. Le sirene e i corteggiamenti sono all’ordine del giorno in casa azzurra: «Ma il punto non è con chi andare, ma perché restare in Fi, visto che stiamo abbandonando la nostra linea per inseguire i partiti oltranzisti e farci fagocitare da loro», spiegava martedì il senatore Riccardo Villari ai cronisti, critico pure per il dialogo tra il capogruppo alla Camera Brunetta e i comitati del “no” di Rodotà e Zagrebelsky. Non certo riferimenti tipici del centrodestra. Pronta al salto in Ala pure Renata Polverini a Montecitorio, mentre il gruppo di Palazzo Madama accoglierà pure l’ex M5S Adele Gambaro. Mentre in stand-by resta Antonio Milo dei CoR di Fitto.

IL VALZER DELLE COMMISSIONI E DELLE POLTRONE. VERDINI PROVA A INSERIRSI

A tutti i delusi continua così a guardare l’ex regista azzurro del patto del Nazareno, Denis Verdini. Che si riunirà con i suoi il 14 anche per decidere una linea sulla questione partecipate e sulle Unioni civili, dove «l’orientamento è verso il sì al Ddl Cirinnà, anche se ci sono titubanze personali sulla step child adoption», spiegano dal Senato. Se i voti saranno decisivi, però, niente storie: Ala voterà compatta.

Ma da Ala si proverà a inserirsi anche nel rinnovo delle presidenze delle commissioni permanenti. Certo, i posti sono pochissimi. E molto è già stato promesso in direzione Area popolare, anche perché Renzi sa che dovrà concedere qualcosa agli alleati che rumoreggiano su molti temi, dal reato di clandestinità alle Unioni Civili, fino alla riforma della prescrizione. Anche perché Alfano ha già perso la commissione Bilancio prima presieduta da Azzolini. E ora scalpita. Non è un caso che nel mini-rimpasto di governo a largo Arenula, come viceministro della Giustizia, potrebbe arrivare Nico D’Ascola (tra i più critici sulla strepchid adoption), al posto dell’altro alfaniano Enrico Costa. Diretto invece verso l’incarico di ministro degli Affari regionali, lasciato libero da Lanzetta.

Sulle commissioni, spiegano fonti da Palazzo Madama, proverà a raccogliere qualcosa pure Ala. Dovrebbe cambiare presidente la commissione Giustizia, anche se l’ex Guardasigilli azzurro Francesco Nitto Palma è da tempo critico verso la gestione di Forza Italia e potrebbe decidere di dire addio. «Era stato avanzato il nome di Pietro Langella per la presidenza della commissione Lavori pubblici», quella che dovrà lasciare l’altro forzista Altero Matteoli, ora che il partito del Cav è all’opposizione. Ma il diretto interessato preferisce nicchiare: «Sarei certo onorato, ma nessuno chiede poltrone, si va avanti anche senza». Le trattative sono aperte, anche se dalla minoranza dem, dove (sui media) lo spauracchio di Verdini viene sbandierato un giorno sì e l’altro pure,  non risultano concessioni: «Non credo proprio», rilanciano in coro. «Speriamo non ci siano sorprese, sarebbe grave», si difende pure Gotor.

MA IL VERO ORIZZONTE DI VERDINI SONO LE AMMINISTRATIVE

Ma, al di là del discorso sulle presidenze delle commissioni, l’impressione è che l’orizzonte di Ala e dei verdiniani sia a più lungo raggio. Perché è la strategia delle alleanze alle Comunali il vero obiettivo: «Ora siamo in attesa, ma vogliamo fidanzarci. Dove ci sono le condizioni vorremmo proseguire l’asse che appoggia le riforme, ma ora il premier dovrebbe dirci se ci vuole o meno. Altrimenti possiamo guardare altrove. O anche restare zitelli», ironizzano dal Senato. Tradotto, Ala vuol capire se ci siano i margini per costruire e sperimentare quel Partito della Nazione che già a Torino sembra diventare realtà. Sotto la Mole, dove Fassino ha perso la stampella di sinistra di Sel e Airaudo, sarà un laboratorio del nuovo asse tra Pd e transfughi del berlusconismo. Con ex forzisti come Enzo Ghigo, ex berlusconiano doc e Publitalia da tempo ai margini, e come Vietti, ex vicepresidente Cdm allora eletto in quota Udc, pronti ad appoggiare il sindaco uscente. Magari attraverso le liste dei Moderati di Portas. Ma in vista di una riaggregrazione complessiva di quell’area rimasta orfana del Cav, ormai gregario di Salvini. Lo stesso progetto di Verdini.

Non è un caso che da Ala puntino soprattutto alla sfida delle Comunali di Napoli. C’è chi vorrebbe ripetere l’operazione di “Campania in rete”, che blindò già la vittoria di De Luca alle ultime Regionali. Certo, bisognerà capire chi sarà il candidato che uscirà dalle primarie. Con Antonio Bassolino, inviso però ai vertici dem, c’è già convergenza. Tradotto, da Ala si attende soltanto un segnale dal segretario Pd e dai suoi pontieri, Lotti in testa. Perché i «moderati per Renzi» sono già in cantiere.