“Ci sarà petrolio per altri 70 anni”
08/02/2012 - Secondo nuovi calcoli il greggio non sta affatto finendo: quali costi, però, per la sua estrazione? Il petrolio doveva finire tempo fa, ma non è finito: tutte le previsioni negativo-catastrofiche sulla fine del mondo governato dal greggio sono state, per
Secondo nuovi calcoli il greggio non sta affatto finendo: quali costi, però, per la sua estrazione?
Il petrolio doveva finire tempo fa, ma non è finito: tutte le previsioni negativo-catastrofiche sulla fine del mondo governato dal greggio sono state, per ora, marginalizzate. Come è possibile? La teoria del picco del petrolio teorizzata da M. King Hubbert nel 1956, basata su solidi calcoli matematici, doveva essere blindata, e condurre alla necessaria conclusione: nel 1970, le risorse energetiche petrolifere dovevano raggiungere il loro picco, e, da quel momento iniziare un lento ed inesorabile declino, che avrebbe cambiato il mondo per come lo conosciamo. Anche grazie alle ricerche della “popstar dei geologi”, chiamato così per l’impatto che le sue ricerche ebbero, il movimento ambientalista e per la decrescita mosse i suoi primi passi. Eppure, nuovi calcoli ora correggono le fondamenta stesse del suo pensiero.
PETROLIO PER TUTTI – E’ un pezzo di Bloomberg, uscito ieri, a far rumore. Perché si racconta che il servizio geologico americano stima che più di 2mila miliardi di barili di greggio mai toccato siano ancora sigillati nel terreno, sufficienti per più di 70 anni a regimi di utilizzo attuali. Gli avanzamenti tecnologici permettono di localizzare, trivellare e frantumare le rocce sotterranee con precisione mai sognata decenni orsono. Miliardi di barili in precedenza pensati come irragiungibili o inesistenti sono stati identificati, mappati e in molti casi comprati e venduti negli ultimi 5 anni, dalle steppe dell’Alberta del nord, alle valli delle aride montagne della Patagonia, fino alla Rift Valley africana. Il senso della notizia è tutto qui: nuovi avanzamenti tecnologici rendono raggiungibile petrolio localizzato in zone prima nemmeno pensabili, e allungano lo spazio concesso dalla curva di Hubbert, secondo i calcoli del servizio geologico degli Usa, di almeno altri 70 anni, contro tutte le previsioni nefaste. Le notizie dalle grandi società scientifiche ed industriali che si occupano di petrolio, scrive Bloomberg, sono ottime – il che è dire poco.
NUOVE TECNOLOGIE – “Che cosa è cambiato? Gli ingegneri del Brasile, della Petrobras, hanno capito come scavare buchi nella montagne di sale nel il fondale oceanico che nascondono grandi riserve di greggio. Nel golfo del Messico, ispettori della Chevron e della Shell hanno fatto cose simili per centinaia di migliaia di miglia al largo della costa, più lontano e in acque più profonde di quello che chiunque poteva sognare solo pochi anni prima. Trivellazioni in acque ultra-profonde che costano circa 750 milioni di dollari e possono rimanere in mare per mesi hanno permesso agli esploratori di immergersi per chilometri nella crosta terrestre per trovare qualcosa di più”; ancora: “i tecnici della Kosmos Energy hanno calcolato che dato che la costa sudamericana e quella africana erano unite, la costa atlantica dell’Africa probabilmente contiene depositi di petrolio simili a quelle del Brasile”. Allo stesso tempo “un petroliere texano chiamato George Mitchell sta perfezionando una tecnica di studio che ha richiesto 40 anni nota come fratturazione idraulica che potrebbe generare un vero e proprio rinascimento nell’industria petrolifera e del gas americana”.
OSCILLAZIONI – Grazie a queste nuove scoperte tecnologiche, scrive Bloomberg, il prezzo dell’estrazione risulta praticamente indipendente da quello di vendita: “I prezzi del petrolio sono scesi la scorsa settimana”, ma poco dopo sono risaliti “del 7%” per colpa della crisi diplomatica nei confronti dell’Iran. Anche se il greggio, continua Bloomberg, è calato del 50% dal 2008, “i produttori hanno degli incentivi fantastici per continuare a cercare nelle riserve presso il North Dakota e nelle acque profonde del Golfo del Messico. Estrarre qui costa dai 50 ai 60 dollari al barile, dice Guy Caruso”, esperto del Center for Strategic International Studies. Le domande, continua e conclude Bloomberg, non sono certo finite, in ogni caso: “Mentre il dibattito sul Picco dell’Olio si arresta, il petrolio rimarrà un oggetto di discussione passionale e logica per ragioni che hanno poco a che fare con la produzione e molto con la geopolitica e la geofisica: come faranno gli Stati Uniti a contare meno sulle nazioni poco amiche che producono greggio? Quanto petrolio possiamo recuperare mentre sempre più automobili vanno a gas o ad elettricità? Come possiamo riconciliare la combustione fossile con i rischi del cambiamento climatico?”. Domande interessanti, importanti e decisive.
EROEI – La previsione di Hubbert, fa notare Bloomberg, si mantiene “corretta”: in effetti, a tecnologie vigenti nel 1956, il picco del petrolio estraibile non poteva andare oltre il 1970; tuttavia, sembra che innovazioni tecnologiche impensate abbiano fatto volare in avanti il termine ultimo per l’esaurimento del greggio utilizzabile dall’uomo, donando respiro e prospettive ad un’industria che, in massima parte, conta ancora moltissimo sull’oro nero: per la sua facilità di trattamento, per la sua versatilità e per le possibilità, praticamente infinite, di utilizzo industriale e civile. La nostra è una società ormai irrimediabilmente petrolio-dipendente, e il sapere per quanto ancora possiamo contare sull’oro nero è un’informazione per lungo tempo ritenuta importanza incredibile: secondo Bloomberg, però, la questione ha perso di importanza. “Quando è stato – o quando sarà – il picco del petrolio? Non è più la domanda giusta. Le trivellazioni ad alta profondità, le estrazioni dalle sabbie bituminose e i gas dagli scisti bituminosi hanno esteso le riserve di idrocarburi. La domanda è: quale è la via più utile per utilizzarli?” In realtà, esiste una domanda precedente, di importanza equivalente se non addirittura maggiore: quanto costa, e quanto rende, l’approccio a queste nuove varietà di giacimenti? Le scoperte che hanno allungato la durata della vita del petrolio nel nostro pianeta, reggono al test dell’EROEI, il noto indice di saldo energetico (Energy Return On Energy Invested)? Secondo gli esperti che studiano il picco del petrolio, la risposta sarebbe no.
CONVIENE? – Prendiamo, ad esempio, il caso delle tar sands, le sabbie bituminose dell’America del Nord. Un paper pubblicato su Sustainability , magazine peer-reviewed ed elaborato da due scienziati dell’Università dello stato di New York nel 2010 riassume le principali analisi e valutazioni sui costi di produzione delle energie petrolifere da giacimenti alternativi.” Gli autori”, si legge, calcolano per le tar sands ” un EROEI di 6 a 1, basato principalmente sul costo diretto della produzione energetica. Includendo input indiretti ha ridotto l’EROEI fino a 5:1, e includendo gli equivalenti energetici si hanno effetti solamente marginali. Studi precedenti riportati” da altri studiosi, scrivono gli scienziati, “hanno abbassato l’EROEI a dati minori, nell’intorno dei 3:1″. Il giudizio scientifico su questo tipo di giacimenti è piuttosto netto: “I gas bituminosi, come le sabbie, sono fonti di petrolio di qualità molto bassa”. “Una serie di studi precedenti hanno suggerito un EROEI di 7:1 o addirittura di 13:1. Analisi più recenti basati sulla tecnica Shell, restituisce stime del 3-4:1″, anche se successive analisi portano il rapporto anche ad 1:1. In generale, dunque, queste nuove fonti di petrolio allungano la curva di Hubbert, formalmente andando ad aumentare la quantità di greggio che è disponibile al nostro pianeta; nuove tecnologie rendono estraibile questo combustibile, ma, attualmente, non ancora ad efficienza sufficientemente adeguata per garantire una situazione incoraggiante. Bisognerà dunque aspettare ulteriori passi in avanti della tecnologia per avere queste risorse messe in produzione a costi competitivi: ma da che si parlava di giacimenti del tutto irraggiungibili, di passi avanti se ne sono certamente fatti e molti altri si attendono.













Il solito metoduccio per terrorrizzare i cittadini meno informati condizionandoli psicologicamente, ma quando la finiremo di farci prendere ingiro?
Ad utilizzare i “nuovi petroli” per allungare la curva di Hubbert non è Bloomberg, ma lo studio che esso cita, ovvero quello del Us Geological Survey. Secondo alcuni commentatori questo studio è da tempo “sputtanato”, sta di fatto che viene utilizzato e citato da fonte autorevole. Tuttavia, fermandoci al dato dell’USGS il quadro non sarebbe stato completo, e infatti non l’abbiamo fatto. Sostenere che grazie ai “nuovi petroli” il mondo è salvo non è vero, e non è quello che abbiamo fatto. Come è noto, e da noi citato e speigato, estrarre questi nuovi petroli è molto costoso ed energeticamente poco efficiente, e abbiamo appositamente allegato lo studio in seconda pagina che parla dell’Eroei delle sabbie e dei gas bituminosi.
Ora, che nel futuro si possano sviluppare tecnologie atte a ridurre questo impatto e a rendere l’utilizzo di queste fonti di idrocarburi meno difficile, è intuitivo, ed essendo speculazione futura, è un’ipotesi che rivendichiamo.
Non ci paga né Bloomberg né la Chevron (né Greenpeace): il quadro riportato nel pezzo è completo, al netto di eventuali inesattezze che correggiamo volentieri.
Tc
Anch’io, come tutti gli autorevoli commentatori che mi hanno preceduto, credo che la fonte dell’articolo sia interessata a distorcere la realtà. Non capisco come i bravi giornalisti di Giornalettismo, in particolare il ruvido Alessandro, non comprendano.
Comunque sia ciò non toglie il mio apprezzamento per questo giornale. A questo fine do il mio contributo alla discussione citando Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Club_di_Roma
«Fu fondato nell’aprile del 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King, insieme a premi Nobel, leader politici e intellettuali, fra cui Elisabeth Mann Borgese. Il nome del gruppo nasce dal fatto che la prima riunione si svolse a Roma, presso la sede dell’Accademia dei Lincei alla Farnesina.
Conquistò l’attenzione dell’opinione pubblica con il suo Rapporto sui limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, pubblicato nel 1972, il quale prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. La crisi petrolifera del 1973 attirò ulteriormente l’attenzione dell’opinione pubblica su questo problema.
In realtà le previsioni del rapporto riguardo al progressivo esaurimento delle risorse del pianeta erano tutte relative a momenti successivi al primo ventennio del XXI secolo, ma il superamento della crisi petrolifera degli anni settanta contribuì alla nascita di una leggenda metropolitana, secondo cui le previsioni del Club di Roma non si sarebbero avverate. Nella pratica, l’andamento dei principali indicatori ha sinora seguito piuttosto bene quanto previsto nel Rapporto sui limiti dello sviluppo, e l’umanità è destinata a confrontarsi nei prossimi decenni con le conseguenze del superamento dei limiti fisici del pianeta. Un esempio di ciò è dato dal picco di Hubbert.
Pubblicato negli anni della grande crisi petrolifera e dell’unica crisi dei mercati cerealicoli della seconda metà del secolo i due rapporti realizzati dal MIT per il Club di Roma produssero immensa attenzione, ma l’essenza del messaggio, la previsione che dopo l’anno 2000 l’umanità si sarebbe scontrata con la rarefazione delle risorse naturali fu sostanzialmente rigettata dalla cultura economica internazionale, compresi illustri premi Nobel quale l’economista Amartya Sen, assolutamente convinti che lo sviluppo tecnologico avrebbe sopperito ad ogni rarefazione di risorsa.»
La trattazione risulta parziale a causa dell’assenza totale a qualsiasi riferimento al lato consumo e previsioni. Se l’economia deve crescere, e se tale crescita deve essere materiale, ciò implica una crescita dei consumi energetici. E l’attuale crisi non fa particolarmente testo, in quanto i consumi ormai sono trainati dall’Asia. Con le rinnovabili ancora incapaci di coprire l’aumento, il nucleare fermo e gravato da vari problemi, dovremo rivolgerci ancora pesantemente alle fonti fossili. Quindi non dobbiamo coprire un consumo piatto, ma un consumo in aumento, il tutto con i vecchi giacimenti in calo e i nuovi molto costosi.
In prospettiva le cose non mi sembrano rosee: se solo Cinesi e Indiani entreranno nel mercato del consumo di massa, con un’auto per ogni nucleo famigliare, stiamo ipotizzando centinaia di di milioni di nuove vetture, in pratica un raddoppio del parco autoveicolare mondiale.
Che la situazione sia grave si evincerebbe meglio sottolineando che il ritorno energetico dei giacimenti di inizio ’900 (USA) era di un barile per estrarne 80, non 1:3-4 come capita oggi con le tar-sand. Forse così si spiega un poco meglio gli elevati prezzi dei carburanti che ritroviamo oggi alla pompa.
«Forse così si spiega un poco meglio gli elevati prezzi dei carburanti che ritroviamo oggi alla pompa.» Infatti. Possibile che gli autori se ne escano con un pezzo del genere quando la benzina ha toccato gli 1.80 euro al litro?