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Sinodo della Famiglia 2015, Relatio Finalis: la Chiesa apre ai divorziati risposati

Papa Francesco guida la Chiesa sulla strada dell’apertura: il Sinodo della Famiglia 2015 ha votato la Relatio Finalis, il documento che la commissione competente ha redatto e approvato all’unanimità. Il tema che ha tenuto banco negli ultimi due anni di discussioni nella vita della Chiesa, ovvero la possibilità per i divorziati civilmente e risposati in nuove unioni di accedere al Sacramento dell’Eucarestia viene affidato alla prudenza delle Chiese locali, attraverso ogni opportuno percorso di “discernimento” nel “foro interno”. Sono queste le parole chiave che disegnano quella che, essendo una “non chiusura” della Chiesa su questo spinoso problema, nei fatti è un’apertura.

SINODO DELLA FAMIGLIA 2015, LA RELATIO FINALIS: C’E’ L’APERTURA SUI DIVORZIATI RISPOSATI

“Non c’è un bianco o un nero, un semplice sì o no”, ha detto oggi al briefing il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, una delle figure più di spicco nel fronte aperturista.

Sui gay, ha continuato Schonborn, “molti saranno delusi”: il tema viene sostanzialmente accantonato, visto che nell’Instrumentum Laboris l’argomento veniva affrontato da una prospettiva più laterale, ovvero come aiutare le famiglie in cui c’era un parente o un figlio “di tendenza omosessuale”. Pochi minuti prima delle 19 il Sinodo, scrive Antonio Spadaro su Twitter, si conclude.

Tutti i punti della Relatio Finalis, scrive su Twitter Bernd Hagenkord, blogger tedesco della Radio Vaticana, sono stati approvati con la maggioranza dei due terzi.

Tuttavia, fa rumore la questione dei divorziati risposati: il paragrafo 85, quello che contiene i nuovi criteri per la via penitenziale, passa con 178 sì contro 80 no: per soli due voti si forma il consenso dei padri sul tema. La strada indicata dal Sinodo è in massima parte ricalcata sulle riflessioni emerse nel Circolo Minore di lingua tedesca: la nuova strada dell’accoglienza per i divorziati risposati si basa sulle parole di Papa Giovanni Paolo II.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido

Nello stesso senso la Relatio Finalis.

E’ quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo gli insegnamenti della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati con i loro figli quando la comunione matrimoniale è andata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; quale sia la situazione del partner abbandonato; quali siano gli effetti del nuovo rapporto sulla famiglia più estesa e sulla comunità dei fedeli; qual è l’esempio dato ai più giovani che devono decidere per il matrimonio. Una riflessione sincera può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio, che non viene negata a nessuno.

Viene data rilevanza, dunque, al percorso penitenziale con il proprio padre spirituale.

Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio con il sacerdote, in Foro Interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla ita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere.

Come solidamente previsto, dunque, il faro viene puntato sul “discernimento in foro interno”: insieme al confessore, nel percorso spirituale e nella riconciliazione, sarà possibile impostare un cammino che porti il fedele a riaccostarsi all’Eucarestia. Anche questo punto, il punto 86, passa con un consenso solido ma con un’importante opposizione: sessanta padri sinodali hanno ritenuto di votare contro la formazione del consenso su questo punto.

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Chiaramente, i punti 85 e 86, sul percorso penitenziale, giungono come “ultima possibilità”, come extrema ratio” rispetto a tutte le misure di “accompagnamento”, e dunque di prevenzione, che la Chiesa auspica di costruire per mutare la situazione delle famiglie sofferenti. Come rispondere alle separazioni? Ai problemi delle violenze familiari? E’ possibile evitare il divorzio?

Un ministero dedicato a coloro la cui relazione matrimoniale si è infranta appare particolarmente urgente. Il dramma della separazione spesso giunge alla fine di lunghi periodi di conflitto, che fanno ricadere sui figli le sofferenze maggiori. La solitudine del coniuge abbandonato, o che è stato costretto ad interrompere una convivenza caratterizzata da continui e gravi maltrattamenti, sollecita una particolare cura da parte della comunità cristiana. Prevenzione e cura nei casi di violenza familiare richiedono una stretta collaborazione con la giustizia per agire contro i responsabili e proteggere adeguatamente le vittime. Inoltre, è importante promuovere la protezione dei minori dall’abuso sessuale. Nella Chiesa sia mantenuta la tolleranza zero in questi casi, insieme all’accompagnamento delle famiglie. (…) Quando gli sposi sperimentano problemi nelle loro relazioni, devono poter contare sull’aiuto e l’accompagnamento della Chiesa. L’esperienza mostra che con un aiuto adeguato e con l’azione di riconciliazione della grazia dello Spirito Santo una grande percentuale di crisi matrimoniali si superano in maniera soddisfacente. Saper perdonare e sentirsi perdonati è un’esperienza fondamentale nella vita familiare. Il perdono tra gli sposi permette di riscoprire la verità di un amore che è per sempre e non passa mai (cf. 1 Cor 13,8). Nell’ambito delle relazioni familiari la necessità della riconciliazione è praticamente quotidiana.

Prima di passare alla via dell’accompagnamento, viene suggerita la via della verifica della eventuale nullità del matrimonio, sopratutto dopo la recente riforma e i Motu Proprio di Papa Francesco che hanno sveltito le procedure e reso più semplice la declaratoria di nullità.

L’attuazione di questi documenti costituisce dunque una grande responsabilità per gli Ordinari diocesani, chiamati a giudicare loro stessi alcune cause e, in ogni modo, ad assicurare un accesso più facile dei fedeli alla giustizia. Ciò implica la preparazione di un personale sufficiente, composto di chierici e laici, che si consacri in modo prioritario a questo servizio ecclesiale.

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Nessun problema per il punto sulle persone omosessuali, il punto 76 passa con soli 37 voti contrari: non stupisce, perché, come ampiamente anticipato, il tema viene sostanzialmente messo da parte.

Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4). Si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale. Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.

La posizione di apertura riguardo le persone unite in matrimoni civili risulta parallela rispetto a quella che uscì dall’assemblea straordinaria dei vescovi dell’anno scorso: queste situazioni vengono “valutate” dalla Chiesa come momenti importanti dell’espressione umana, e viste nell’ottica dell’accompagnamento verso il pieno matrimonio sacramentale.

La scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti. In molte circostanze, la decisione di vivere insieme è segno di una relazione che vuole realmente orientarsi ad una prospettiva di stabilità. Questa volontà, che si traduce in un legame duraturo, affidabile e aperto alla vita può considerarsi un impegno su cui innestare un cammino verso il sacramento nuziale, scoperto come il disegno di Dio sulla propria vita. Il cammino di crescita, che può condurre al matrimonio sacramentale, sarà incoraggiato dal riconoscimento dei tratti propri dell’amore generoso e duraturo: il desiderio di cercare il bene dell’altro prima del proprio; l’esperienza del perdono richiesto e donato; l’aspirazione a costituire una famiglia non chiusa su se stessa e aperta al bene della comunità ecclesiale e dell’intera società. Lungo questo percorso potranno essere valorizzati quei segni di amore che propriamente corrispondono al riflesso dell’amore di Dio in un autentico progetto coniugale.

L’intera relazione, votata, viene ora inviata al Santo Padre Francesco perché possa usarla come base per la sua Esortazione Apostolica, quando riterrà di scriverla: alcune voci parlavano di una composizione per l’inizio del prossimo anno.

Copertina: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images