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“Libia, la guerra è un regalo all’Isis”

Libia, la guerra nella proverbiale “quarta sponda del Mediterraneo” sarebbe null’altro che un vero e proprio “regalo” alle truppe fondamentaliste e filo-Isis. A sostenerlo è il principale esperto di geopolitica italiano, Lucio Caracciolo di Limes che con un intervento pubblicato su Repubblica mette qualche punto fermo riguardo la possibile opzione militare a guida italiana, paventata da alcuni ministri dell’esecutivo di Matteo Renzi.

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LIBIA, COSI’ LA GUERRA SAREBBE UN REGALO ALL’ISIS – “Il califfo Al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: un’invasione armata di ciò che resta della Libia condotta da “crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti (egiziani più arabi e africani vari”, scrive Caracciolo, che giudica (insieme a molti altri analisti) l’ipotesi militare come una sciagura, un’idea avventata da non seguire assolutamente: diventerebbe “un’operazione di controguerriglia da sviluppare su un territorio largamente desertico grande sei volte l’Italia. Anche perché, come dicono alcuni generali, in Libia attualmente non si sa chi siano i buoni e chi i cattivi: “Lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio califfale in “franchising”, per ottenere visibilità e attirare reclute”. Della stessa idea il giornalista esperto in conflitti Amedeo Ricucci, già rapito in Siria nel 2013 dalle brigate Al Nusra.

“Il premier libico ABDULLAH Al Thani: Intervenire o ISIS arriverà in Italia”. Così titola Repubblica.it, ma dimentica di precisare che: 1) al Thani è parte in causa nella guerra per bande che sta facendo a pezzi la Libia e che 2) ha un disperato bisogno di aiuto contro lo schieramento avverso ed usa ad arte lo spauracchio dell’Isis.La guerra è fra “Karama” e “Fajr Libya”, governo di Tripoli contro governo di Tobruk: ma il più pulito c’ha la rogna.

Così Ricucci su Facebook. Continua Caracciolo: “Tutto ciò che aspiriamo è avere di nuovo gli italiani qui fra le mani”, ha twittato uno dei più seguiti blogger di Misurata, nemmeno fra i più radicali. Per vendicare Omar al-Mukhtar e i suoi gloriosi martiri” della guerra anticoloniale contro il nostro paese, quella del 1911.

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LIBIA, I TRE PUNTI PER UNA STRATEGIA – Questa volta, intervenendo in Libia, invece di andare a giocare con Muhammar Gheddafi, “lavoreremmo stavolta per un sedicente generale dalle ambigue credenziali, Khalifa Haftar, appoggiato da egiziani, sauditi, emiratini e altri petromonarchi del Golfo”, volando peraltro a sostenere “le ambizioni egiziane sulla Cirenaica e gli interessi francesi nel Fezzan”. L’opzione militare in Libia è dunque da classificarsi come “puro avventurismo geopolitico”, che fra l’altro avrebbe l’unico effetto di “esporci al terrorismo jihadista”. Fa dunque bene Matteo Renzi a prendere tempo e ad aspettare l’Onu, dimostrando “di non voler cadere nella trappola della propaganda del califfo che si annuncia a sud di Roma”. La strategia libica , continua Caracciolo, dovrebbe poggiare su tre pilastri.

Prima di tutto, non accendere nuovi focolai di guerra senza speranza di vincerla. Poi, usare le leve finanziarie di cui ancora disponiamo per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati – operazione tutt’altro che impossibile. In terzo luogo, colpire i traffici che alimentano i miliziani, compresi i jihadisti che fanno riferimento allo Stato Islamico. Tra Iraq e Siria gli americani hanno bombardato con qualche successo raffinerie e impianti controllati dal “califfato”.  In Libia le Marine occidentali potrebbero affondare, prima che partano, le barche con cui i mercanti di essere umani attraversano il Canale di Sicilia, lucrando su migliaia di disperati.

Una via, conclude l’esperto, perfettamente praticabile.