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Così l’Isis tortura i suoi ostaggi

L’Isis ha passato oltre un anno a torturare gli ostaggi che sono caduti nelle sue grinfie: e meno il paese di provenienza era disposto a pagare il riscatto che i terroristi dello Stato Islamico esigevano, più gli ostaggi subivano una quantità indicibile di abusi e di metodi di interrogatorio violento, fino al dolorosissimo “waterboarding”, l’annegamento simulato che era di casa nella base americana di Guantanamo, sull’isola di Cuba.

I SOMMERSI E I SALVATI – Man mano che i giorni passavano, racconta Rukimini Callimachi sul New York Times in un articolo tradotto e proposto oggi da Repubblica, James Foley e gli altri ostaggi inglesi e americani vedevano i loro compagni di prigionia spagnoli, francesi, italiani “essere chiamati fuori dai carcerieri con regolarità”. Non, invece, loro: i governi americani e inglesi da sempre portano avanti la linea della fermezza contro i militanti dello Stato Islamico e non sono disposti al pagamento di nessun riscatto. E così per Foley, il primo ostaggio ucciso in un videomessaggio registrato e diffuso su internet dal boia del Califfato, per Steven Sotloff, ancora americano, e per David Haines, questa volta britannico, rinchiusi nella prigione dell’Isis sotto l’ospedale di Aleppo, “mantenere la speranza diventava sempre più difficile”, scrive il Times, che racconta, grazie alle testimonianze dei prigionieri liberati dai miliziani, come il Califfato fosse essenzialmente interessato ai soldi dei riscatti, utili per armarsi e per alzare il livello dello scontro con le potenze occidentali.

 

isis decapitazioni james foley

 

 

LE TORTURE – “I rapitori avevano identificato quali nazioni fossero più disposte a pagare riscatti”, dice un sopravvissuto: “Sapevano quali paesi sarebbero stati più proni alle loro domande, e crearono un ordine basato sulla facilità delle negoziazioni. Partirono con gli spagnoli”, e poi vennero i francesi. Li torturavano brutalmente, riprendevano tutto e inviavano alle famiglie, ogni prigioniero aveva consegnato un indirizzo email da utilizzare: “Video sempre più drammatici, con minacce di morte e simulazioni di esecuzioni” per costringere le nazioni a pagare. Gli Usa e la Gran Bretagna però hanno sempre perseguito la politica del rigore, asserendo che “nel lungo periodo è più efficace, perché scoraggia i terroristi a catturare i nostri cittadini”. Infatti ben presto i prigionieri vennero divisi: da un lato quelli inglesi e americani, dall’altro tutti gli altri: “Iniziarono col waterboarding ad alcuni di essi, proprio come gli interrogatori della Cia nei cosiddetti “siti neri” durante l’amministrazione Bush”. In particolare James Foley, nonostante dimostrasse un “sincero interesse per l’Islam” e fosse l’unico a non essersi convertito “per finta”, venne “picchiato più volte, subì false esecuzioni e venne ripetutamente sottoposto al waterboarding”.

DESTINO SEGNATO – Commovente il racconto di come Foley, che aveva capito che il suo destino era segnato, tentò di mantenere il sorriso fino alla fine: “Condivideva con gli altri le sue razioni. Nel freddo dell’inverno siriano, offrì ad un personaggio la sua sola coperta. Faceva divertire gli altri, proponeva giochi e attività come Risiko. Gli ostaggi costruirono una scacchiera con la carta avanzata. Rappresentavano film, raccontandoseli scena per scena. E ognuno dava lezioni su argomenti che conosceva bene”. Foley aveva fatto campagna elettorale per il presidente Barack Obama “e fino alla fine” sperò che il suo governo lo venisse a salvare. Man mano che però i suoi compagni di prigionia venivano portati fuori e non tornavano indietro, Foley iniziò a capire che “il proprio passaporto era la propria condanna” e nell’ultima sua lettera piena di amore per la famiglia dava istruzioni su come prendere i soldi dal suo conto in banca. Fu ucciso con quelle ciabatte infradito che tutti i prigionieri liberati riconobbero subito: erano quelle con cui si facevano la doccia.

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