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Dylan Dog: la rivoluzione di Roberto Recchioni

Spazio profondo. Due parole destinate, probabilmente, a portarci in una nuova era del fumetto italiano seriale (perché nell’ambito delle graphic, ci hanno già pensato Gipi e Zerocalcare a farci fare salti mortali in avanti). Spazio profondo è il titolo dell’albo 337 di Dylan Dog. Non è un albo celebrativo a cifra tonda, né segna un anniversario da festeggiare. Anzi, a dirla tutta è uscito il giorno in cui, tre anni fa, morì Sergio Bonelli. Eppure, questo numero entrerà nella storia di quest’arte. Grazie a Roberto Recchioni.

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CHI E’ ROBERTO RECCHIONI – “Un fascista zen”, ha detto, in un’intervista. Come spesso gli capita, ha preso in prestito un’immagine, sia pur verbale, da un altro. Ama rapinare i grandi registi e la cultura pop e in questo caso è John Milius la “vittima”. Rrobe (così lo trovate sui social) ama definirsi un “anarco-individualista”, che odia il populismo e “la politica della pancia”. Ma è soprattutto un geniaccio che non ama prendere posizioni facili, figuriamoci mantenerle. Lo abbiamo conosciuto con John Doe, forse il fumetto più innovativo degli ultimi dieci anni, con un bastardo come protagonista e la Morte presentata come il core business di una multinazionale troppo potente. E avida di cadaveri.
Serie di gran successo, per questo alla fine ha preferito, con Lorenzo Bartoli, chiuderla. Ama le sfide, e quelle già vinte lo annoiano. Poi ha fatto risorgere, per un numero, Dylan Dog, personaggio in coma da almeno 200 numeri, da lui rianimato in Mater Morbi, albo capolavoro dell’Indagatore dell’incubo. Tra Doe e l’attuale posizione di gran burattinaio di Dylan, c’è stato l’ultimo grande progetto approvato da Sergio Bonelli, Orfani. Tutto a colori, 12 albi, già una seconda e terza stagione in carniere. Dopo, è arrivata la cura dell’inquilino di Craven Road: a dargliela Tiziano Sclavi in persona che in lui ha visto un erede e allo stesso tempo una dissacrante rottura degli schemi, persino i suoi.
Quest’autore che ormai è sempre più un producer, uno showrunner del fumetto, senza perdere il gusto dell’invenzione e della scrittura, è anche molto altro. E’ Asso, ad esempio, autobiografia autoironica e perfida. E’ un amante del cinema, recensore raffinato e senza peli sulla lingua nel suo sito Dalla parte di Asso, i cui numeri hanno qualcosa di straordinario. E ora, la sfida più difficile: abbattere un mito, per riportarlo alle origini.

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SPAZIO PROFONDO: RIVOLUZIONE O RITORNO AL PASSATO? – Ha scelto Nicola Mari, per il primo numero del nuovo corso, a cui lavora da un anno. Il più straniante e originale dei disegnatori di Dylan, quello che da sempre ha più diviso e entusiasmato i lettori del personaggio cult della Bonelli. Poi ha pensato bene di citare, nell’introduzione del già famosissmo 337, Ridley Scott, Stanley Kubrick e Tarkovskij. E poi i B-Movie. Tanto per non risparmiarsi e buttare sul tavolo subito le carte più rischiose, quelle che ama di più. Non contento, porta DYD nello spazio, in un’avventura di fantascienza. La più classica, forse, ma anche la più vera. E lì, nell’immensità dell’universo, decide di prendere in giro tutti, nella più totale e sfacciata critica al vecchio corso. Agli autori, a ciò che l’investigatore era diventato, al personaggio, ai lettori. Persino alla casa editrice, perché se hanno clonato, male, l’investigatore più fragile che conosciamo, è colpa anche loro, che lo hanno replicato creandone diversi parossismi e sempre meno la sua adorabile imperfezione, la capacità d’essere protagonista, antagonista, comprimario e comparsa in poche pagine.

La storia dell’eroe clonato e addirittura moltiplicato per cinque, in parossismi di sé appunto, è il percorso ultimo di quest’avventura a fumetti che si avvia verso i 30 anni di vita. Dopo meno di 100 numeri, infatti, da Via Buonarroti a Milano sono uscite quasi sempre pagine in cui si giocava sull’apparenza dell’old boy, sempre meno outsider, sempre più guru paraculo, sempre meno originale e coraggioso, sempre più conformista e bacchettone. Il finale dell’albo, è la promessa che nulla cambierà, ma tutto tornerà. I prigionieri arrabbiati e posseduti da spettri che vogliono vendicarsi di Dylan, sono i lettori, da anni sacerdoti di una purezza primigenia che conoscono solo loro e ora diffidenti (non tutti, per fortuna, anzi) verso chi cerca di scuotere l’albero, potarlo, per farlo tornare forte. E poi c’è il cinema, (ec)citato continuamente, come ai tempi di Sclavi, che non aveva internet a fargli concorrenza e che già così radunava noi nerd attorno a quell’uscita mensile, un alto livello tecnico e creativo applicato all’immagine (nell’ultimo numero di Orfani e in questo Spazio Profondo ci sono tavole “siderali”, in tutti i sensi) e la scapigliata iconoclastia di un tenero bastardo – sempre il suddetto Recchioni – che fa perdere e infestare un’astronave chiamata UK- Thatcher e affida la salvezza del mondo, o almeno delle missioni spaziali dell’impero d’Albione, alla UK- Beckham. Altro che Renzi e Camusso.

Insomma, questo piccolo capolavoro verrà ricordato dai lettori come il mitico 121, Finché morte non vi separi, ideale finale dell’epopea di Dylan. Il nostro tornerà sulla Terra, ma non sarà più lo stesso. O meglio, tornerà quello che era.

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LE GRANDI NOVITA’ DI DYLAN DOG– Bloch, dopo averla tanto temuta e paventata, troverà la pensione. Ma non sparirà, anzi. Certo, non vederlo più a Scotland Yard, sostituito dall’ostico Carpenter – che strapperà il distintivo scaduto del “ragazzo” – sarà un trauma per tutti noi. Chissà che fine farà Jenkins, così tonto da essere geniale, di sicuro ci sarà la bella Rania, poliziotta musulmana. Groucho avrà uno spin-off e peraltro gli sarà pure affibbiato uno smartphone. Il nemico giurato non sarà più Xabaras, né qualche suo anagramma, ma John Ghost (si può essere più sfacciati di così nella scelta del nome?), alter ego di Recchioni e sorta di Bond interpretato da un glaciale Fassbender.

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Per i nostalgici l’old boy che conosciamo avrà una sua uscita annuale – i Maxi -, con l’impostazione all’americana che dà spesso diversi tempi e stili alle proprie varie collane. Infine tra gli autori troveremo presto dei veri e propri geni, difficili da immaginare alle prese con quel completo stazzonato e la camicia rossa. Gipi, per dire, e molti altri come Ausonia o Akab. Incredibili, ma veri.

Insomma, come sempre ne vedremo delle belle. E non parliamo solo delle fidanzate dell’eroe, da sempre molto propense a frequentarne il cuore e il letto.