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La frode fiscale per finanziare il terrorismo islamico

Una frode fiscale da oltre un miliardo di euro per finanziare il terrorismo internazionale di matrice islamica. È lo strano caso su cui indaga in queste settimane la procura di Milano e per il quale sono già state iscritte nel registro degli indagati ben 38 persone ed ordinato un sequestro da 80 milioni di euro. Al centro dell’attenzione dei pm del pool guidato dal procuratore aggiunto Francesco Greco sono finite un’associazione criminale anglo-pakistana ed una franco-israeliana che dal 2009 al 2012 avrebbero rubato alle casse del Fisco italiano ben 1.150 milioni di euro. Ne parla oggi il Corriere della Sera in un articolo a firma di Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella.

 

Nuova udienza del processo Mills(In foto: il Palazzo di Giustizia di Milano. Credit: LaPresse / AP)

 

COMPRAVENDITA FITTIZIA DI CARBON CREDIT – L’indagine della magistratura è stata innescata dalla denuncia di una commercialista milanese spaventata dalla facilità con la quale guadagnava molti soldi lavorando per alcune società intestate a prestanome cinesi e italiani. In realtà quelle società erano cartiere nate per far girare (e sparire) milioni di euro vendendo e acquistando carbon credit, ovvero i certificati ambientali (che possono essere negoziati bilateralmente o in un mercato telematico) emessi dalle aziende che producono meno gas serra dei limiti stabiliti dalla legge e introdotti in seguito all’accordo di Kyoto.

FURTO DI IVA – Le due organizzazioni in particolare – spiegano Ferrarella e Guastella sul Corriere della Sera – operavano sia singolarmente che insieme e acquistavano i certificati in Gran Bretagna, Francia, Olanda e Germania attraverso società fittizie con sede in Italia. Le società erano intestate quasi sempre a cittadini cinesi ma anche ad italiani vittime di furto d’identità. Dopo aver acquistato i carbon credit senza pagare l’Iva, imposta esclusa in questo tipo di transazioni internazionali, le cartiere aggiungevano l’Iva al 20% e vendevano i certificati ad altre società, anche queste fittizie, che facevano da intermediari con gli ignari acquirenti finali. Una volta incassata l’imposta, quindi, invece di versarla allo Stato la cartiera cessava l’attività e spariva nel nulla. Nel frattempo i soldi incassati venivano dirottati su conti correnti di Cipro e Hong Kong. per poi finire a Dubai o negli Emirati Arabi.

LEGAME CON GLI JIHADISTI – L’aspetto più inquetante della vicenda – continua il Corriere – riguarda proprio la destinazione delle risorse finanziarie sottratte. Dalle carte dell’indagine della Procura di Milano emerge infatti che «dietro le imponenti operazioni di riciclaggio» legate alla frode fiscale potrebbe nascondersi un canale di «finanziamento al terrorismo internazionale». A lanciare l’allarme sarebbero stati i servizi segreti americani e inglesi che hanno esaminato la documentazione trovata dalle forze alleate in un covo di talebani, al confine tra Afghanistan e Pakistan, nel 2010, durante la caccia ad osama Bin Laden, il leader di al Qaeda che fu poi catturato nel maggio 2011. L’intelligence ha segnalato tutto alla «Hm Revenue & Custom di Londra», una sorta di Guardia di Finanza inglese.

SEQUESTRI E PERQUISIZIONI – Un primo filone dell’inchiesta milanese ha scoperto una frode da 660 milioni, di cui 80 sequestrati. Tra i 38 indagati undici sono ricercati. Sono state eseguite centinaia di perquisizioni. Da un’inchiesta parallela, infine, emerge un’altra frode analoga che ha sottratto ai contribuenti italiani ben 450 milioni.

(Foto copertina da archivio LaPresse. Credit: AP Photo / File)