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Perché la riforma delle Province di Graziano Delrio non funziona

Di Giacomo Possamai*

Larghe intese. Anzi no, peggio, larghissime. Tutti i partiti assieme appassionatamente: dal PD a Forza Italia, dal Nuovo Centrodestra alla Lega, passando per SEL e Fratelli d’Italia. Uno scandalo, secondo molti commentatori di quotidiani e strisce televisivi. Un ulteriore segno di quanto siano caduti gli argini tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, tra buoni e cattivi.

Nulla di tutto ciò, in realtà. Quanto piuttosto il frutto avvelenato di una riforma nata male (e proseguita peggio) e di un dibattito pubblico schizofrenico, più incline a solleticare lo spirito delle opposte tifoserie che a spingere a ragionare davvero su quanto sta accadendo.

La questione è molto semplice: le provinciali, secondo quanto stabilito dalla legge Del Rio, sono elezioni di secondo livello. In altre parole, consultazioni che non coinvolgono la platea composta da tutti i cittadini aventi diritto di voto ma un numero limitato di eletti (in questo caso sindaci e consiglieri comunali). Il che non è un’idea sbagliata di per sè, ma che sta mostrando moltissime lacune nella sua attuazione. Per un motivo che in Italia è quasi tradizionale: è stata una riforma figlia della fretta e dell’improvvisazione. Infatti, dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale nel luglio del 2013 del decreto legge 4/12/2011 (governo Monti) che aveva tentato di cancellare nei fatti le province, devolvendone i poteri a Comuni e Regioni, il ministro di Reggio Emilia si trovò alle prese con una situazione kafkiana. L’unico effetto (per la verità deleterio) sortito dalla riforma del 2011 era stato quello di evitare che si svolgessero le elezioni nelle province che andavano a scadenza naturale nella primavera del 2012 e del 2013, sostituendo i presidenti e le giunte uscenti con un commissario. In realtà, ad essere precisi, sostituendoli con se stessi, visto che in quasi tutte le amministrazioni era stato nominato commissario il presidente uscente. Una scelta forse comprensibile se lo stallo fosse durato qualche mese, molto meno accettabile se pensiamo che vi sono commissari nominati nella primavera del 2012 che chiuderanno il loro mandato solo tra qualche settimana. Quindi dopo due anni e mezzo di regno sostanzialmente incontrastato (non c’erano ovviamente più nemmeno i consigli provinciali) e senza nessun passaggio elettorale.

La bocciatura della riforma da parte della Corte portava ad un effetto immediato: tutte le istituzioni provinciali, comprese quelle commissariate, sarebbero dovute tornare al voto nella primavera del 2014 (salvo ovviamente quelle con la scadenza del mandato negli anni successivi). Una conseguenza difficile da raccontare all’opinione pubblica, dopo che era stato spiegato per due anni che le province erano state abolite (e l’equivoco perdura ancora). La riforma Del Rio nasce in questo contesto: trasformare le province in ente di secondo livello consente di non tornare al voto e di dare agli enti una governance fino alla definitiva abolizione (già prevista nella legge costituzionale recentemente approvata al Senato), che nel migliore dei casi arriverà tra un anno e mezzo con il referendum annunciato da Renzi dopo il termine dell’iter parlamentare. Per il suo stesso impianto è una legge che obbliga partiti e movimenti a concordare il presidente e per certi versi persino i consiglieri. Perché è difficilissimo che un partito, o anche uno schieramento politico, abbiano da soli la maggioranza assoluta dei consiglieri comunali e dei sindaci. Alla diffusione ormai capillare dei 5 Stelle come terzo polo, si aggiunge la presenza di una larghissima parte di sindaci civici, difficilmente riconducibili ad un’area politica piuttosto che all’altra. Un ulteriore elemento da considerare è che non solo le cariche dei consiglieri ma anche quelle di presidente e vicepresidente sono totalmente gratuite. Può essere eletto presidente solamente uno dei sindaci dei comuni della provincia e possono essere eletti consiglieri provinciali solamente i sindaci, i consiglieri comunali o gli ex consiglieri provinciali. L’incrocio di questi due elementi porta inevitabilmente al fatto che a presiedere la provincia potranno essere quasi solo i sindaci di comuni medio-grandi o figure che comunque fanno politica a tempo pieno.
La grande debolezza di questa riforma è che, come spesso accade nel nostro Paese, non si percepisce il disegno complessivo. Non si capisce bene quali saranno le funzioni del consiglio, non esistono gli assessori ma la possibilità di affidare deleghe tematiche ad alcuni consiglieri senza potere di firma (e di spesa), le deleghe alle province restano sostanzialmente le stesse ma ovviamente i fondi sono stati in larghissima misura tagliati in questi anni di stallo istituzionale. Non resta che augurarci che la riforma del titolo V e l’abolizione delle province vada in porto in fretta: non tanto perché chi scrive pensi che il taglio delle province fosse utile in sé, quanto perché per lo meno si arriverà a fare un po’ di chiarezza e di ordine tra i diversi livelli di governo dello stato.

*Vice Segretario Giovani Democratici e capogruppo Pd al consiglio comunale di Vicenza