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Perché i dipendenti di Camera e Senato vogliono scappare verso la pensione

Una fuga versa la pensione prima che venga varato il taglio allo stipendio. Sembrerebbe questa l’intenzione di diversi dipendenti della Camera e del Senato in vista della scure che potrebbe calare nelle prossime settimane o mesi. Ne oggi parla con dovizia di particolari un articolo del Mattino firmato Diodato Pirone. Di fronte alle indiscrezioni trapelate sul piano di tagli agli stipendi, che sarà annunciato lunedì dalle Presidenze delle Camere, gli uffici del personale sono stati presi d’assalto da alcuni dipendenti che vorrebbero mettere fine finalmente alla propria esperienza lavorativa. A quanto pare commessi, archivisti e consiglieri, stanno chiedendo informazioni sulla loro posizione e molti sarebbero già pronti a presentare una lettera di dimissioni prima che entri in vigore il nuovo regime.

 

Senato, Comunicazioni in aula del Presidente del Consiglio(Foto: LaPresse / Fabio Cimaglia)

 

IL RISCHIO DI PENSIONE LEGGERA – Il motivo di questo forte interessamento sarebbe legato alla possibilità per i lavoratori più anziani di terminare la carriera con una pensione equivalente all’ultimo stipendio. Per questa fascia di dipendenti, che hanno più di 60 anni e molti anni di servizio, ogni taglio allo stipendio significherebbe anche riduzione della pensione. Una situazione che potrebbe creare un danno economico rilevante nel corso degli anni o dei decenni. Se è vero che in alcuni casi la riduzione della retribuzione prevista equivale a minori entrate per 7/800 euro l’anno, è anche vero che in alcuni casi, per dipendenti di rango superiore, il piano dei tagli odierno significa perdere tra i 30 e i 50mila euro ogni 12 mesi. In vent’anni, insomma, potrebbe essere guadagnato un milione di euro in meno.

IL PIANO PER TAGLIARE GLI STIPENDI – Il piano allo studio per i tagli alle retribuzioni potrebbe interessare circa 1.000 dei 2.315 dipendenti delle Camere. Sono previsti tagli dal 3 al 25%. Maggiormente colpiti sarebbero 130/150 stipendi annui che superano il tetto di 240mila euro, in vigore da maggio per tutti gli altri dirigenti dello Stato. Insieme a loro anche dipendenti che svolgono mansioni semplici e che dopo soli 20 anni di servizio possono arrivare a guadaganre 90mila euro lordi l’anno, ovvero 4.500 euro netti al mese per 12 mensilità. L’obiettivo delle Presidenze delle Camere è anche quello di contenere la spesa pensionistica che da anni è finita fuori controllo. Le pensioni dei dipendenti della Camera (esclusi gli assegni per i politici)  assorbono il 25% di tutti i soldi di Montecitorio. Al Senato la quota è pari al 21%.

(Foto copertina: Filippo Monteforte / Afp / Getty Images)