Arabia Saudita, il paese proprietà di una famiglia

Tortura,  pena di morte, diritti delle donne calpestati. Il medioevo del terzo millennio è qui L’Arabia Saudita è uno dei...

Tortura,  pena di morte, diritti delle donne calpestati. Il medioevo del terzo millennio è qui

L’Arabia Saudita è uno dei principali protagonisti del grande risiko mediorientale, ma attrae scarsamente l’interesse dei media occidentali. L’Arabia Saudita è anche uno dei paesi più ricchi del mondo grazie alle sue riserve petrolifere ed è al quinto posto nella classifica dei paesi con la maggior spesa militare con un fenomenale 10,2% del prodotto interno lordo dedicato alle armi, risultato che rappresenta il doppio della spesa americana in termini percentuali.

GUERRA O NON GUERRA - C’è da dire che questo fenomenale flusso di denaro dirige questi integralmente nelle tasche dell’Occidente e degli Stati Uniti in particolare, ma c’è anche da notare come il regno saudita non è in guerra con nessuno e, almeno in teoria, non lo è stato con nessuno negli ultimi decenni. Numerosi dei cable pubblicati da Wikileaks spiegano quanto i sauditi abbiano spinto per un attacco all’Iran, ma l’eccezionale corsa agli armamenti degli ultimi anni sembra più rivolta alla repressione interna e al controllo dei paesi della Penisola Saudita che al fronteggiare l’Iran. Che per parte sua non ha mai manifestato intenzioni bellicose verso Riyadh.

IL FEUDO - L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta, un paese feudale dominato da un’estesa famiglia regnante che sul paese mantiene il potere di vita e di morte ed estende molti privilegio. La sola idea di una “primavera araba” in casa ha spinto la monarchia a proibire qualsiasi assembramento, varare una legge draconiana che azzera i già scarsi diritti dei cittadini sauditi e persino a chiedere a ai religiosi una fatwa che dice che è peccato grave protestare contro il governo.

COMPRIAMO IL MONDO – Ai cittadini la monarchia ha distribuito anche una manata di soldi, un’elemosina per calmare gli animi o anche la soluzione dell’uomo ricco. I sauditi hanno sempre avuto più soldi di quanti non sapessero spendere e questo forse ha rappresentato un problema nel problema. Con il surplus di cassa generato dal petrolio la monarchia saudita ha cercato un posto nel mondo. Non ha avuto difficoltà a comprarsi pezzi dell’economia americana, così come non ha avuto difficoltà ad assistere il Pakistan, storico alleato occidentale, fino al punto di creare con quel paese un rapporto privilegiato.

GLI USA CHIEDONO – Erano sauditi i capitali che hanno finanziato l’addestramento dei mujaheddin afgani prima e dei talebani poi, quelli che hanno permesso ai pakistani la costruzione della bomba atomica “islamica”, quelli che finanziano le madrasse nel paese, le scuole più diffuse in un paese nel quale la casta militare non ha mai avuto troppo interesse per l’istruzione e che quindi è quasi privo di scuole pubbliche. Il grosso flusso di capitali verso gli Stati Uniti e la grande generosità ed amicizia mostrate verso i politici di quel paese, come per i più umili funzionari, ha determinato un’amicizia con i governi americani tale che dopo gli attacchi del 9/11 l’amministrazione Bush ha chiesto ai sauditi come debellare l’estremismo fanatico finanziato dall’Arabia Saudita e come punire i mandanti di quegli attacchi, per lo più sauditi e pakistani.

QUEI LEGAMI - Non deve stupire che l’ira degli Stati Uniti si sia quindi abbattuta sull’Afghanistan e l’Iraq risparmiando Arabia Saudita e Pakistan, che forse qualche responsabilità in più ce l’avevano visto che sono stati scoperti trasferimenti di denaro dai servizi pakistani agli attentatori. Iraq che poi è diventata la destinazione preferita degli “jihadisti del weekend” sauditi, che nell’Iraq occupato dagli americani andavano a fare la caccia allo sciita sfogandosi lontano dagli occhi del re. Con l’estremismo jahdista l’Arabia Saudita conserva legami strettissimi, avendo finanziato quasi tutti i movimenti terroristici d’ispirazione più o meno islamica degli ultimi decenni e continuando ancora oggi a sostenere organizzazioni culturali e gruppi armati attivi nella lotta contro i nemici dell’Islam o in subordine contro gli odiati sciiti.

IMPORTIAMO L’ESERCITO – Con circa venti milioni di abitanti e una forza-lavoro in gran parte composta d’immigrati dai paesi asiatici più poveri, l’Arabia Saudita non può certo immaginarsi come potenza regionale, ma già è un gigante se paragonata alle altre monarchie del Golfo e la sua potenza è notevolmente accresciuta dalla protezione americana e dall’accesso al supermarket militare americano. Vero tallone d’Achille Saudita è la scarsità di arruolabili. Negli anni ’60 gran parte della popolazione era ancora dedita al nomadismo, la trasformazione in popolazione sedentaria con una buona scorta di agi moderni ne ha smorzato il carattere bellicoso e la monarchia non è che ispiri sentimenti di sacrificio nei sudditi, così il sovrano deve ricorrere all’estero anche per l’esercito, ingaggiando esperti e istruttori da dove capita e arruolando truppe e specialisti tra i sunniti degli eserciti di altri paesi, preferendo ovviamente i pakistani.

GLI IMPEGNI - Oggi la monarchia saudita è impegnata più che mai. Ha mandato le sue truppe a sostenere il sovrano del Bahrein, che rinfrancato ha stroncato le proteste nel sangue, abbattendo persino i monumenti “profanati” dalla protesta e un discreto numero di moschee sciite, oltre punire severamente tutti quelli che avevano protestato e persino i medici che hanno curato quelli massacrati dalla sua polizia. Assiste da vicino alla crisi dello Yemen, dove c’è una guerra che vede impegnati gli USA e i sauditi insieme. Collaborazione che deve gestire la ribellione al vecchio dittatore Saleh, che ora è ricoverato in Arabia Saudita, abbrustolito da un attentato che gli ha ucciso mezzo governo. I sauditi e gli americani vorrebbero che la dittatura cadesse, ma Saleh fa ogni genere di resistenza e nel frattempo nel paese si è scatenato il caos. Saleh, come Gheddafi e altri prima di loro, fatica a realizzare che il pluridecennale sostegno americano ai suoi crimini è finito e che oggi a Washington hanno in mente altre idee meravigliose per il suo paese.

PROPRIETA’ PRIVATA - In Arabia Saudita in compenso è tutto tranquillo. Si sono solo dimenticati gli annunci per l’apertura e la democratizzazione del paese, promesse pubblicamente dopo il 9/11 e mai pervenute. L’Arabia Saudita resta una proprietà privata della famiglia Saud, che dai cable da Riyadh emerge in tutto il suo splendore. I budget statale è gestito nella più assoluta opacità. Le migliaia di principi vivono di generosi stipendi statali e di entrate occasionali. Possono farsi sponsor di un lavoratore straniero per questo ricevere in cambio parte del suo stipendio, possono espropriare terreni privati e possono persino evitare di restituire i prestiti alle banche, per questo le banche saudite non prestano ai reali, se in casi eccezionali riservati ai pochi affidabili e garantiti.

TORTURA - Nonostante quest’abbondanza tra i reali non ci sono gli uomini più ricchi del paese, solo il principe Al Waleed Bin Talal è riuscito a diventare un Paperone, conquistando posizioni di rilievo anche all’estero e costruendo un piccolo impero che comprende anche una buona fetta di Newscorp, il network di Murdoch che controlla gran parte dell’informazione di marca conservatrice nei paesi anglosassoni. La società saudita resta a vivere in un medioevo assurdo, nel quale alle donne non è permesso lasciare il paese senza un accompagnatore, guidare o fare la maggior parte dei lavori, un paese nel quale non esiste democrazia, non esiste la certezza del diritto e non esistono i principali diritti umani e civili. L’uso della tortura, la pratica della pena di morte e di altre efferatezze in Arabia Saudita sono ben documentate.

TURISMO RELIGIOSO – Da non dimenticare è poi il ruolo del re come custode della Mecca e dei luoghi santi dell’Islam. Il turismo religioso è una buona fonte d’entrate e di speculazioni e i sauditi sfruttano da secoli i pellegrini in viaggio verso i luoghi santi. Oggi questo sfruttamento ha raggiunto dimensioni global, milioni di musulmani che hanno avuto nel frattempo accesso a un relativo benessere visitano ogni anno il regno, che coltiva piani grandiosi nei loro confronti. Di questi piani fa parte anche il clamoroso sviluppo edilizio della Mecca, già ora sventrata e irriconoscibile, con un mostro alto seicento metri costruito accanto alla sacra mosche, la Mecca Tower, l’edificio più vasto del mondo e il secondo in altezza, con un orologione stile Big Ben in cima, gentile speculazione del Bin Laden Group.

NON SI PROTESTA QUI - Pecunia non olet, anche se il resto dei musulmani non sempre apprezza la generosità dei Saud e la loro gestione dei luoghi sacri. E non solo per l’orologione. In Arabia Saudita di proteste non si parla proprio, in Gran Bretagna c’è un medico saudita che vive in esilio dopo aver sottoposto una rispettosa petizione di riforme al sovrano. Grazie all’interessamento degli americani è finito anche nella lista internazionale dei terroristi, fortunatamente la Gran Bretagna non ha avuto cuore e titoli per estradarlo. Son rischi, rischi che ha corso anche un gruppo di signore saudite che si è battuta perché nei negozi di lingerie ci sia personale femminile. Hanno avuto la meglio sui chierici, che non sono riusciti a spiegare la ragione del proibire quel lavoro alle donne perché a contatto con il pubblico e perché sarebbe meno peccaminoso mettere dei commessi a discutere di mutande con le clienti. Una grande conquista, un piccolo passo etc.

L’INDIFFERENZA - In realtà in Arabia Saudita non si muove niente e le uniche minacce alla stabilità della monarchia sembrano venire da fazioni della famiglia reale più radicali. Un dramma che si consuma nell’indifferenza dell’Occidente. Trovare media che puntino il dito sull’Arabia Saudita è difficilissimo, trovare notizia di crimini o imprese dei sauditi è ancora più raro. Che differenza con il mondo che ci era stato venduto dopo il 9/11, la guerra all’estremismo, la liberazione delle donne, il trionfo della democrazia, dei diritti umani e civili anche nei paesi arabi. Invece niente, siamo ancora alleati con questi qui, che oggi fanno la guerra per controllare le “primavere arabe” a loro vantaggio con una mano, mente con l’altra corrompono l’Occidente come l’Oriente comprandosi l’impunità. È evidente che l’Arabia Saudita sia un fonte d’instabilità, un’offesa ai valori fondamentali sanciti dalla carta delle nazioni. Una sorgente d’oscurantismo e fanatismo, un brandello di medioevo feudale rifatto in stile hollywoodiano con i soldi del petrolio, ma l’Occidente che conta continua a preferire voltarsi dall’altra parte, a contare i soldi dei Saud.