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Quanti voti servono a Matteo Renzi per la riforma del Senato

Incassato il sì unanime in Consiglio dei Ministri sul disegno di legge costituzionale per il superamento del Senato e le modifiche del Titolo V della Carta, Matteo Renzi dovrà adesso fare i conti con i numeri precari della propria maggioranza. Nonostante le critiche arrivate dall’ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky (che ha evocato il rischio di uno «stravolgimento della Costituzione da parte di un Parlamento delegittimato»), le polemiche con il presidente del Senato Pietro Grasso e le perplessità di Mario Monti e delle minoranze del Pd,  il premier non intende modificare i punti chiave della riforma. Sulla sua approvazione ha spiegato di volersi giocare il suo destino politico, tanto da richiamare il suo stesso partito all’unità, considerati i malumori di bersaniani, cuperliani, lettiani e minoranze interne. Ma i numeri sono stretti: come ha spiegato Repubblica, quaranta sono i voti traballanti che Renzi dovrà conquistare per raggiungere l’obiettivo. Se la maggioranza è fissata a quota 160 a Palazzo Madama, sulla carte il patto del Nazareno con Silvio Berlusconi e Forza Italia, porterà in dote al presidente del Consiglio 167 voti. Pochi più rispetto alla soglia necessaria, al quale si aggiungono poi i numeri di Ncd e dei centristi. Ma le insidie nel percorso dell’aula non mancheranno: dai centristi alle minoranze Pd, il taglio di Palazzo Madama resterà in bilico.

Numeri Senato
Photocredit: La Repubblica

IL SUPERAMENTO DEL SENATO E I NUMERI PRECARI DI RENZI – Le critiche non mancano. Più che a quelle provenienti dall’ex giudice della Consulta Zagrebelsky, da Grasso e Monti, Renzi dovrà guardarsi dai “malpancisti” provenienti dal suo stesso partito. Anche perché diversi senatori hanno condiviso le perplessità del presidente di Palazzo Madama, che aveva spiegato di temere per la tenuta degli spazi costituzionali e per una possibile riduzione della democrazia diretta e la richiesta di un Senato elettivo. Se potenziamente Renzi dovrebbe contare sui i 107 senatori democratici (il presidente, lo stesso Grasso, non vota), i renziani fedelissimi non sono più di una cinquantina. Se lo staff renziano indicano invece nella soglia di 80 i voti dem sui quali potrà contare la maggioranza, Renzi dovrebbe poi poter contare sui 32 voti dei senatori alfaniani del Nuovo centrodestra, sugli 8 di Scelta Civica – nonostante i dubbi di Monti e quelli della ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, che ieri ha comunque votato “sì” in Cdm), e, come ha precisato il quotidiano diretto da Ezio Mauro, «12 delle Autonomie e una decina fra senatori a vita (quattro, oltre a Monti) e gruppo Misto». Basteranno a Renzi per realizzare i suoi progetti di riforma? Fare previsioni resta complicato, tanto che lo stesso Renzi è apparso irritato di fronte alle critiche e definito come «minoranza del paese» i contrari al suo disegno di legge, di fatto bollandoli come conservatori e nostalgici dello “status quo”.

Matteo Renzi Senato 2
Fuori i Tromboni” titola ironico il Giornale, criticando Monti, Rodotà, Zagrebelsky e Grasso per la loro contrarietà al progetto di riforma di Renzi, con il taglio del Senato

A CACCIA DEI NUMERI –  Eppure Renzi dovrà andare a caccia anche dei loro voti se vorrà evitare rischi in aula a Palazzo Madama, di fronte a un aula chiamata a rottamare se stessa. I numeri sono risicati. Dal presidente sino all’ultimo dei senatori, in tanti hanno già respinto le minacce di Renzi e non hanno apprezzato l’aut aut del presidente del Consiglio. C’è chi ha già respinto il «prendere o lasciare» e si prepara a tentare di emendare il testo del governo, nonostante gli ultimatum di Renzi. Ci sono poi i berlusconiani, che non sembrano fidarsi del premier e del suo partito e spingono per un nuovo incontro tra il proprio leader e il premier: Spiega Tommaso Ciriaco:

«Nel caos spicca lui, il Cavaliere. Decaduto, con la libertà personale che gli sfugge dalle mani. A Palazzo Madama, però, Silvio Berlusconi resta ancora centrale. Determinante, forse: «Non porteremo le patatine al party di Renzi — sibila Maurizio Gasparri — Bisogna ragionare, su tutto». I berlusconiani brandiscono bastone e carota. Non vogliono mostrarsi ostili alle riforme, hanno disperato bisogno di tenere in vita la stagione costituente per non finire ai margini. «La contabilità del Senato è complicata. Se il ddl non cambia — avverte Gasparri — meglio allora abolire del tutto il Senato. Io, comunque, proporrò l’elezione diretta del Presidente della Repubblica». Dovesse reggere il patto tra il premier e Berlusconi, i 60 azzurri basterebbero a garantire una navigazione tranquilla»

Anche i centristi potrebbero essere determinanti. Se già durante la complicata approvazione in Senato del ddl sulle province (quando l’esecutivo fu bocciato due volte in commissione, evitò il ko in aula sulla pregiudiziale del M5S per quattro voti e dovette ricorrere alla fiducia per far passare il testo), i popolari di Mario Mauro fecero contare i propri numeri (basta ricordare quell’«assenza politica» quando il governo andò sotto in commissione), l’ex ministro della Difesa è tornato a esprimere i suoi malumori durante un’intervista con Repubblica, nella quale ha condiviso le critiche di Grasso (bocciate invece da Napolitano, che ha dato l’ok al progetto renziano per il superamento del bicameralismo perfetto): «Ha ragione. Io penso che accanto ai rappresentati delle Regioni e ai sindaci sia necessaria e indispensabile una certa percentuale di senatori eletti», ha spiegato Mauro. Una quota di eletti che, per l’ex ministro del governo Letta, sarebbe necessaria «per evitare il rischio di un presidenzialismo di fatto, senza bilanciamento fra i poteri».

IL GRUPPO DEI 25 NEL PD – Ma Renzi dovrà riuscire a stoppare soprattutto i dissidenti interni, considerate le resistenze delle minoranze di cuperliani, bersaniani e civatiani, così come la possibile vendetta dei lettiani, che non hanno ancora digerito il cambio forzato a Palazzo Chigi e la staffetta con il segretario dem. Già nell’ultima direzione del partito le voci contrarie non erano mancate, con gli esponenti dell’opposizione interna che avevano espresso le loro critiche al disegno di legge costituzionale. Si è aggiunta poi la resistenza di 25 senatori, a partire dal lettiano Francesco Russo, che secondo Libero «tramano» per far fallire le riforme di matrice renziana. Hanno già preso le difese del presidente del Senato, Pietro Grasso, mettendo in chiaro di non voler essere «meri esecutori» di un disegno calato dall’alto. Chiaro è stato anche Stefano Esposito, uno dei firmatari del testo, intervistato dalla Stampa, con tanto di metafora: «Matteo fa come all’oratorio, ma il pallone non è suo», ha incalzato il senatore piemontese. Per poi chiarire: Nessuno pensa al Senato elettivo, né all’indennità. Ma vogliamo poter discutere di alcuni punti. Vogliamo essere protagonisti quanto il governo di questa epocale riforma». Uno dei tanti a contestare il metodo di governo renziano, poco incline ad accettare le critiche: «La sua reazione scomposta dinanzi a qualunque voce non sia un coro di applausi la trovo inaccettabile», ha continuato Esposito, che si è limitato a «chiedere di discutere il merito», per poi «come sempre, adeguarsi alla maggioranza». Ma il rischio di imboscate interne per Renzi potrebbe non essere soltanto fantapolitica.