Da dove arriva il pesce che mangi?

Due prodotti su tre vengono dall’estero e spesso la tracciabilità è impossibile Il gambero di Mazara  dal Mozambico. Il polpo...

Due prodotti su tre vengono dall’estero e spesso la tracciabilità è impossibile

Il gambero di Mazara  dal Mozambico. Il polpo di Mola dal Vietnam. Il filetto di cernia di Gallipoli dal fiume Mekong. E non si tratta di casi isolati. Spiega Giuliano Foschini su Repubblica che oggi in Italia la pesca è uno dei settori più aggrediti dalle importazioni selvagge dall’estero, in particolare dai paesi asiatici. E soprattutto dalla sofisticazione alimentare. «

Due terzi del pesce servito sulle tavole italiane è finto, taroccato» denuncia la Coldiretti. «Il 30 aprile l’Italia ha mangiato l’ultimo pesce del Mediterraneo» denunciano Nef e Ocean2012, organismi internazionali del settore. «Dal primo maggio tutto quello che arriva sulle tavole italiane non è prodotto nostrano». Lo scorso anno in Italia sono state commercializzate dice l’Irepa — l’Istituto di ricerche economiche per la pesca e l’acquacoltura — circa 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Bene: di tutto il pesce messo in commercio, soltanto 231.109 tonnellate erano state pescate nel mare italiano. Un terzo, appunto. Tutto il resto arriva dall’estero. Il problema è che molto spesso, anzi quasi sempre, denunciano le associazioni di categoria e confermano le forze di polizia che da Milano a Palermo continuano a fare sequestri e aprono nuove inchieste, il pesce che arriva dall’estero non è di buona qualità. Spesso è pericoloso perché non tracciato e non tracciabile. E soprattutto viene venduto per quello che non è.

Ovvero, si spaccia per prodotto ittico un pesce il cui sapore somiglia a quello nostrano:

Tra i falsi più diffusi c’è poi il pangasio, un pesce pescato nel Mekong, che viene abitualmente venduto come fosse un filetto di cernia. Oppure nelle fritture servite nei ristoranti di casa nostra, il polpo non è polpo. O meglio, non è del Mediterraneo ma arriva direttamente dal Vietnam. Era asiatico, per esempio, anche il polpo venduto lo scorso anno nella sagra di Mola, in provincia di Bari, che per rendere l’idea è come comprare il tartufo di Avellino ad Alba. Frequente anche il caso del merluzzo fresco, o presunto tale: dicono i sequestri dei Nas che spesso si tratta di pollak stagionato. Tra i pesci più “copiati” c’è il pesce spada che altro non è che trancio di squalo smeriglio. C’è anche il caso di baccalà, in realtà filetto di brosme, oppure del pagro fresco venduto come dentice rosa. E ancora il pesce serra al posto delle spigole, il pesce ghiaccio al posto del bianchetto, la verdesca al posto del pescespada, l’halibut atlantico al posto delle sogliole. Infine, gli spaghetti con le vongole: 75 per cento di possibilità che siano state pescate in Turchia.

E chi ci guadagna?

Gli affari sono unicamente nelle mani degli importatori, i veri padroni della pesca in questo momento in Italia. Si tratta di vecchi armatori riciclati e, come stanno provando a raccontare due indagini della procura di Lecce e di Palermo, in alcuni casi anche con infiltrazioni della criminalità organizzata che come al solito ha messo gli occhi su un business importante. Per comprendere quanto conviene importare il pesce dall’estero è bene guardare ancora una volta i numeri. Come ha ricostruito la Guardia di Finanza in un’inchiesta a Bari, il costo del pesce taroccato è sino a otto volte inferiore rispetto all’originale. Il caso più eclatante è probabilmente quello dello squalo smeriglio, difficilmente commerciato in quanto poco richiesto dal consumatore. Il suo prezzo di acquisto in fattura era di 2,50 euro al chilo. Veniva invece venduto come pesce spada fresco a 19 euro. «In questo tipo di business un ruolo di particolare importanza — continua Manca — è quello della ristorazione che, forte di un dato statistico che attesta nel 75 per cento circa il consumo extra domestico di prodotti ittici, deve garantire anch’essa un livello accettabile di trasparenza nei confronti del consumatore, in modo da favorire ancora una volta la scelta consapevole di un prodotto italiano, rispetto a uno di provenienza estera, elemento a oggi non garantito nella maggioranza dei casi».