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L’Onu accusa il Vaticano per i preti pedofili

Un pesante rapporto del Comitato dell’Onu per i diritti dei minori ha accusato il Vaticano per gli abusi sessuali commessi da preti pedofili ai danni di decine di migliaia di bambini e ragazzi. L’organismo delle Nazioni Unite ha bocciato le politiche della Santa Sede, sotto accusa per non essere riuscita ad evitare tali abusi e per non aver riconosciuto la portata dei crimini commessi. Ma non solo: la commissione ha chiesto anche la rimozione «immediata» dei responsabili delle violenze, chiedendo di “consegnarli” alle autorità civili. Richiesta anche l’apertura degli archivi sui pedofili, così come su prelati e gerarchie vaticane che hanno coperto i loro crimini. Critiche da parte della commissione anche per le sue posizioni sull’omosessualità, così come sull’aborto e la contraccezione.

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IL RAPPORTO ONU CHE BOCCIA IL VATICANO PER I PRETI PEDOFILI –  Il rapporto delle Nazioni Unite è stato realizzato dopo una serie di audizioni pubbliche condotte ascoltando le testimonianze di diversi prelati e gerarchie vaticane.  Si spiega come la Santa sede abbia adottato soltanto politiche blande e non efficaci: «La Commissione è profondamente preoccupata per il fatto che la Santa Sede non abbia riconosciuto la portata dei crimini commessi, non abbia adottato le misure necessarie per gestire i casi di abusi sessuali su minori e proteggere i bambini». Allo stesso modo il Vaticano viene accusato per aver adottato «politiche e pratiche che hanno portato alla prosecuzione degli abusi e all’impunità dei colpevoli», si legge nel documento. Sono «decine di migliaia» le vittime nel mondo degli abusi commessi dai preti pedofili, secondo il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia. Il Comitato, un organismo formato da 18 esperti indipendenti di diritti umani che a metà gennaio aveva ascoltato i rappresentanti vaticani, ha condannato nel rapporto la pratica di trasferire i responsabili di abusi di parrocchia in parrocchia all’interno dello stesso Paese o anche in un altro, in modo da coprirne i crimini e sottrarre i responsabili alla giustizia. Anche perché, si spiega, la pratica, ha «messo a rischio i minori di molti Paesi, con decine di autori di abusi sessuali che sono ancora in contatto con minori».

I PRETI PEDOFILI E IL VATICANO RESPONSABILE – La commissione Onu ha anche ribadito nel rapporto come pochi casi di abuso siano stati riferiti alle autorità giudiziarie. Il motivo? Colpa dell’omertà e di «un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero, sotto la pena della scomunica». Per questo l’Onu ha invitato il Vaticano a cambiare atteggiamento, in modo che la commissione creata lo scorso dicembre da papa Francesco possa indagare su tutti i casi di abuso, facendo emergere le responsabilità e quale sia stata «la condotta della gerarchia cattolica nell’affrontare la questione». Se Bergoglio aveva definito questi episodi come la «vergogna della Chiesa», durante le audizioni della Commissione erano stati spinti i rappresentanti della Santa Sede a rivelare i responsabili di anni di violenze e abusi sui minori. Le risposte erano però state reticenti: di fronte al comitato dell’Onu che spingeva affinché la delegazione smettesse di difendere i preti pedofili e aprisse gli archivi del Vaticano – come ha richiesto la Commissione stessa nel rapporto reso noto a Ginevra, ndr – le gerarchie vaticane avevano risposto di no. Questo perché spiegarono come la competenza fosse delle singole sedi vescovili e perché il Vaticano non era ancora “pronto” a un passo del genere. Era stato il rappresentante per la Chiesa, l’arcivescovo Silvano Tomasi, a spiegare: «Prenderemo sul serio le vostre richieste, ma non siamo nella posizione di rispondere ora». Già il mese scorso il Vaticano aveva fatto infuriare le associazioni delle vittime respingendo la richiesta di aprire gli archivi, in modo da fornire prove per denunciare i colpevoli. Quelli che il Vaticano invece, come ha accusato la Commissione, sembra voler difendere, nonostante la dichiarata vergogna per lo scandalo. Di fronte agli esperti dell’Onu i rappresentanti del Vaticano avevano anche respinto le accuse di aver coperto gli abusi e i preti pedofili, spiegando come la Santa Sede avesse stabilito chiare linee-guida per contrastare il fenomeno. Eppure, come ha ricordato l’Onu, le misure adottate sono state inefficaci. Già Sara De Jesus Oviedo Fierro, uno dei membri della commissione, aveva replicato a Tomasi come la Santa Sede «non avesse istituito alcuna procedura per indagare i responsabili di abusi sessuali e perseguirli». Tanto che il comitato non aveva potuto far altro che esprimere i suoi auspici per un’apertura al dialogo tra Vaticano e società civile. Fino al rapporto-denuncia sulle responsabilità della Santa Sede.

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Photocredit: Neurope.eu

CONVENZIONE ONU VIOLATA – Per il comitato dell’Onu, il Vaticano ha violato la Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia, come ha spiegato Kirsten Sandberg, presidente del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, durante la conferenza stampa. Eppure, il Vaticano è tra i firmatari della stessa convenzione, approvata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1989, che definisce quali siano i diritti fondamentali da riconoscere e prevede un controllo sull’operato degli Stati firmatari. Tra gli obblighi, anche la presentazione, di fronte a un comitato indipendente, di un rapporto periodico sul rispetto dei diritti dei bambini nel proprio territorio. Dal 1994 al 2012 il Vaticano non ha consegnato nessun rapporto, nonostante le rivelazioni sui casi di abuso.

 

Pochi giorni fa era stato il nuovo segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino, a dichiarare: «Il vescovo non è un pubblico ministero, è molto di più: davanti alle denunce di abusi sessuali è il padre della vittima. Ed è padre anche dell’accusato». Non senza evocare, a suo dire, il rischio di accuse false: «Vedrete che i vescovi sono dalla parte delle vittime. Ma non si esclude che possano esservi a volte false accuse e che in quel caso bisogna tutelare l’accusato. È già accaduto in Italia che un sacerdote si togliesse la vita per essere stato accusato ingiustamente, ed è emerso solo dopo la sua morte che le accuse erano false», ha continuato.

GLI SCANDALI – La commissione Onu ha fatto anche riferimento nel rapporto allo scandalo irlandese delle “case Magdalene”. Ovvero, quegli istituti gestiti da suore all’interno dei quali le ragazze facevano le lavandaie, in stato di schiavitù. Venivano inviate le ragazze orfane o considerate “immorali”, a causa di comportamenti giudicati “peccaminosi” dalla società benpensante del paese. Le ragazze erano costrette a subire maltrattamenti e molestie sessuali, come ha raccontato lo storico film-denuncia (intitolato appunto “Magdalene”) di Peter Mullan del 2002. La commissione ha precisato come il Vaticano dovrebbe indagare in merito, affinché chi si è macchiato di crimini possa essere perseguito. Ma non solo: gli esperti hanno spiegato come sarebbe necessario che la Chiesa pagasse «un risarcimento adeguato alle vittime e alle loro famiglie».  Sorti nel XIX secolo, questi centri vennero chiusi soltanto pochi anni fa, dopo 150 anni di “storia”: l’ultimo nel 1996. Da allora è l’associazione Justice for Magdalenes a portare avanti le rivendicazioni delle lavandaie, un gruppo che riunisce soprattutto le figlie delle donne e alcune sopravvissute, che reclamano giustizia e indennizzi. Il Comitato dell’Onu sui diritti dei minori ha infine esortato il Vaticano anche a «valutare il numero di bambini nati da preti cattolici, scoprire chi siano e prendere le misure necessarie per garantire i loro diritti».

ABORTO – L’Onu ha anche invitato il Vaticano a rivedere le sue posizioni sull’aborto, invitandolo a considerare questa possibilità: «Necessario rivedere la propria posizione quando è a rischio la vita e la salute delle donne incinte e a identificare circostanze in cui l’accesso ai servizi di aborto possa essere ammesso», si legge nel rapporto. Tanto da spingere per modifiche al Canone 1398 del Codice di diritto canonico, secondo il quale «chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae».

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Il comitato Onu ha poi stigmatizzato le sanzioni, datate 2009, decise nei confronti di una madre brasiliana e di un medico, dichiarato colpevole per aver praticato l’aborto per salvare la vita a una bambini di nove anni, rimasta incinta dopo essere stata violentata dal patrigno.