Il pentito che si pente di essersi pentito

Antonio Roberto, del clan di Cosola, scrive una lettera per chiedere perdono ai suoi capi Voglio ritrattare tutto. Purtroppo ho...

Antonio Roberto, del clan di Cosola, scrive una lettera per chiedere perdono ai suoi capi

Voglio ritrattare tutto. Purtroppo ho sbagliato ma in quel momento non ero io, non so cosa mi e’ preso, ma ora che sono lucido voglio sistemare tutto”. Sono alcuni stralci di una lettera scritta e inviata da Antonio Roberto, del clan Di Cosola, da qualche settimana collaboratore di giustizia. Destinatari della missiva sono alcuni detenuti del clan a cui Roberto chiede scusa, riferendosi alla decisione del pentimento come un momento in cui “aveva perso la testa”. La lettera è stata recapitata in carcere e potrebbe costare a Roberto l’esclusione dal programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.

IL MUSULMANO – Antonio Roberto, meglio noto come ‘il musulmano’, “per via della barba”, aveva spiegato alla Procura che c’era una cupola a decidere per le cosche mafiose della provincia di Bari. Ecco, da Barisera, uno stralcio di un suo interrogatorio:

Roberto: “(…) Adesso è cambiato, prima il movimento si faceva di sabato”.

Procura: “Che vuol dire ‘il movimento’, la ‘attribuzione’?”

Roberto: “L’affiliazione (…) si faceva di sabato. Ora non si fa più il sabato, non esiste più il taglio, non esiste più la sigaretta, non esiste più. Adesso è tutti i giorni”.

Procura: “I fiori?”.

Roberto: “Non esiste più, è cambiato tutto. Le nuove affiliazioni sono queste: (…) diciamo, se siamo noi cinque e sto io a parlare, dico (…) il grado che devi fare, e lui: ‘A posto, è fatto’, senza fare tagli, rose, sigarette, è cambiato tutto”.

Procura: “Da quando?”

Roberto: “Dall’anno scorso”.

Procura: “E chi l’ha deciso?”.

Roberto: “I vertici, i vertici che stanno a Bari (…) i grandi vertici, i Di Cosola, i Parisi, i Diomede, cioè i vertici”.

Procura: “Quindi lei dice che non solo nel clan Di Cosola, ma anche negli altri clan?”.

Roberto: “No, no, tutti quanti a Bari, ormai si usa così, dappertutto si usa così”.

Procura: “Ma come fa a sapere che c’è una decisione a livello di alte sfere che fanno tutti così?”

Roberto: “Allora, essendo che sono di quinta (alto grado di affiliazione, ndr), mi vengono a dire le cose: ‘Anto, vedi che là da oggi è così’. Se ero di seconda, non me lo dicevano, siccome sono di quinta me lo vengono a dire”.

(…)

Roberto: “L’hanno fatto per i pentiti, così il pentito…i pentiti che escono, quando vanno a dire: ‘Abbiamo fatto l’affiliazione’, chiedono, ‘come l’hai fatta?’, e giustamente quello dice: ‘Così, ci siamo messi a parlare, così e così’, e non viene creduto, perché non viene creduto”.

Agli atti, comunque, non c’è solo questo stralcio per ipotizzare l’esistenza di una più ampia cupola. Tra gli interrogatori di Roberto, ce n’è uno che racconta come fu conclusa la ‘guerra’ tra il clan Di Cosola e il clan Stramaglia.

Roberto: “Il cognato di Savino…come si chiama? Battista…Lovreglio si mese in mezzo (…) si mise lui in mezzo: ‘Finite di fare questa guerra, facciamo la pace, siamo tutti della stessa famiglia’, perché alla fine Di Cosola è affiliato a Savino, stiamo sempre là, la stessa famiglia è (…) L’incontro l’organizzò Battista Lovreglio, il cognato di Savino Parisi”.

Procura: “Di Cosola andò?”.

Roberto: “Di Cosola e Michelangelo Stramaglia, che è morto. E ci fu la pace”.

(…)

Procura: “Quindi come sapeste che era stata fatta la pace?”.

Roberto: “Noi stavamo aspettando tutti il rientro di Di Cosola, che poi disse: ‘A posto, abbiamo fatto la pace, la guerra è finita, dobbiamo stare voi e noi insieme a lavorare’”.