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Tutta la storia di Roberto Cota e dell’affaire Mutande verdi in Piemonte

Aveva provato a difendersi dalle accuse su spese improprie e mutande verdi, prima dando la colpa alla segretaria, poi ai propri collaboratori. Responsabili, secondo il presidente della regione Piemonte, degli errori nelle operazioni di contabilità. Non è bastato al leghista Roberto Cota per evitare la richiesta di rinvio a giudizio nell’inchiesta sui «rimborsi facili» dei consiglieri piemontesi e le spese sostenute con i fondi destinati ai gruppi consiliari regionali. Lo ha chiesto questa mattina la procura di Torino, sia per il governatore che per altri 39 consiglieri regionali. Per la gran parte di questi il reato ipotizzato è quello di peculato.  Sono 17 le persone per la quale è stata invece chiesta l’archiviazione, compresi l’ex presidente Mercedes Bresso, Davide Bono (M5S) e l’esponente di Sel Monica Cerutti. L’inchiesta è coordinata dai pm Giancarlo Avenati Bassi, Enrica Gabetta, e dal l’aggiunto Andrea Beconi: gli atti sono stati depositati questa mattina alla cancelleria del gip. Previste entro alcuni giorni le decisioni sui rinvii a giudizio. Ma come era esplosa la vicenda Rimborsopoli?

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ROBERTO COTA E LA RIMBORSOPOLI IN PIEMONTE – Partita nel 2012, l’inchiesta ha cercato di far luce sulle spese sostenute con i fondi dei gruppi consiliari regionali. In totale, ha coinvolto ben 56 consiglieri, con le accuse a vario titolo di peculato, truffa e finanziamenti illecito ai partiti. Negli scorsi mesi furono 43 gli avvisi di chiusura delle indagini, nei confronti dei consigliere verso i quali pesavano le contestazioni più gravi. Fino alle richieste di rinvio a giudizio di questa mattina. Le indagini non avevano risparmiato nemmeno il governatore Cota, accusato di peculato, al quale la Procura di Torino contesta spese personali improprie per 25.400 mila euro. Con tanto di particolari che avevano indignato l’opinione pubblica, comprese le mutande verdi che l’ex astro nascente del Carroccio si era fatto rimborsare. Repubblica raccontò come inizialmente le “braghe” erano sfuggite agli inquirenti. Tra gli scontrini più assurdi c’era infatti lo strano capo di abbigliamento: «Chappytrunk, kiwi, taglia L». In realtà, proprio gli slip verdi che gli hanno causato l’ironia delle opposizioni.

ROBERTO COTA E LE SPESE CONTESTATE – Cota ha gridato al complotto, rifiutando le accuse della Procura. Ma, come chiariva la Stampa, nei 24 mila euro circa di rimborsi impropri si trovava di tutto:

«Piccole spese politiche del governatore del Piemonte. Spremuta e Pall Mall azzurre. Tre coperti da Celestina, ai Parioli di Roma, il 14 aprile 2011. Sei coperti al ristorante al Duello, lo stesso giorno, ancora Roma. Quattro chili di pasticceria per 126 euro a Torino. Cynar, grappa e coppa mista di gelato, una domenica notte. Due degustazioni di tartufi da Eataly. Quattro pacchi di Pall Mall azzurre. Un libro antico da 200 euro. Un regalo di nozze da 380 euro «per rappresentanza», all’assessore del Comune Michele Coppola. Poi cravatte, argenteria, un caricabatterie. Deodorante, spazzolino, Marlboro da 20. Una cornice. Una valigia»

Spese non giustificate, per i pm. Nonostante avesse tentato fino alla fine di defilarsi dalle contestazioni, sono stati gli stessi tabulati del suo telefono cellulare a incastrare il governatore, attraverso i quali la Guardia di finanza aveva potuto accertare come avesse anche mentito durante l’interrogatorio. E non mancavano scontrini che documentano spese in contemporanea in posti diversi. Prima che venisse resa nota la richiesta di rinvio a giudizio, Cota si era difeso alla Telefonata di Belpietro: «Ero a Boston per un corso di inglese che mi sono pagato di tasca mia anche se avrei potuto chiedere il rimborso. Per un errore, l’acquisto è finito nella contabilità. Ma sono operazioni che non curo io. E comunque una vera bufala, una dimostrazione del clima che hanno creato», vantandosi invece di essersi «dimezzato l’indennità, cancellato i rimborsi, fatto risparmiare molti soldi al Piemonte». Ma come ha spiegato Repubblica, la vicenda agli atti dell’inchiesta era diversa:

«Il presidente ha pagato di tasca propria i boxer verdi del negozio Martha’s Vineyard, si è fatto rimborsare dal gruppo consigliare la cifra equivalente in euro (40), poi, solo dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia con l’elenco di tutti gli scontrini incriminati, ha fatto un bonifico per restituire parte del denaro alla Regione», ha spiegato il quotidiano diretto da Ezio Mauro.

GLI SCONTRINI – Eppure in base agli scontrini presi in considerazione dagli inquirenti, in alcune circostanze il governatore avrebbe cenato in cinque diversi ristoranti, mentre in altri casi gli scontrini presentati non corrispondevano ai luoghi indicati dai tabulati telefonici, che hanno di fatto incastrato il governatore. Cota avrebbe anche mentito ai magistrati, al momento dell’interrogatorio: secondo quanto ricostruito dai finanzieri, ben 115 sarebbero le incongruenze collegate al presidente della Regione, ricordavano i maggiori quotidiani nazionali. Era emerso anche come in un caso il suo telefono era localizzato in Lombardia, ma allo stesso tempo la Regione pagava al governatore un pasto a Torino. In due ore, poi, si passava da un bar in cento a una boutique di Roma. Il dono dell’ubiquità, si denunciò. Secondo i pm, Cota non si trovava in realtà in quei negozi, ristoranti o bar e i 115 scontrini contestati potrebbero quindi non essere suoi, ma di altre persone. Cota ha continuato a difendersi, attribuendo le spese proprio ai collaboratori.

RINVII A GIUDIZIO E ARCHIVIAZIONI  – Se, oltre che per Cota, la richiesta di rinvio a giudizio è stata fatta anche per altri 39 consiglieri, per altre 17 persone è stata invece chiesta l’archiviazione: si tratta di Fabrizio Comba, Giampiero Leo, Gianluca Vignale, Fabrizio Biolè, Davide Bono, Eleonora Artesio, Antonino Boeti, Davide Gariglio, Stefano Lepri, Giuliana Manica, Angela Motta, Rocco Muliere, Aldo Reschigna, Gianni Ronzani, Gianna Pentenero, Monica Cerutti e dell’ex presidente Mercedes Bresso (per Luca Pedrale chiesta l’archiviazione solo per le accuse in concorso con Comba, Leo e Vignale, ma non come capogruppo, chiarisce la Stampa, ndr). Bresso ha spiegato di essere «contenta di essere riuscita a chiarire la sua posizione». Ma poca credibilità resta sul consiglio regionale del Piemonte, già travolto dalla decisione del Tar di annullare il voto del 2010 per la vicenda delle liste irregolari. Ieri erano arrivate le motivazioni: la presentazione della lista dei “Pensionati per Cota” alle elezioni regionali del 2010 era stata viziata da una “nullità insanabile” secondo i giudici, che hanno deciso di dichiarare in pratica nulli gli effetti del voto. Alla questione si aggiunge adesso anche la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura torinese, per l’affaire Rimborsopoli.