Il batterio killer nascosto negli hamburger che ogni anno fa 600 vittime negli Usa

L’Escherichia coli ha molte varianti, ed è tra i più studiati al mondo. L’ O104 europeo e l’ O107, che...

L’Escherichia coli ha molte varianti, ed è tra i più studiati al mondo. L’ O104 europeo e l’ O107, che nel 1994 uccise quattro bambini

Infezioni urinarie, setticemia, meningite e polmonite: 50 ceppi dell’escherichia coli, sui 170 conosciuti possono avere risultati devastanti sul corpo umano. E viene spesso definito come un mistero, per gli effetti di malattie che ogni anno fanno 600 vittime negli Usa. Ne parla Maurizio Ricci di Repubblica in un lungo articolo pubblicato dal quotidiano:

DA QUANDO Theodor Escherich, alla fine dell’800, lo ha individuato, l’Escherichia coli è il batterio più studiato al mondo, protagonista immancabile di qualsiasi esperimento di laboratorio che preveda la presenza di un batterio. L’E. coli è, del resto, molto comune e, soprattutto, sappiamo sempre dove trovarlo. Ognuno di noi ne espelle ogni giorno fra i 100 miliardi e i 10 mila miliardi di cellule e altrettanto fanno uccelli e mammiferi. Questi microscopici bastoncelli sono da sempre compagni di viaggio di tutti gli animali a sangue caldo: vivono nella parte bassa dell’intestino, ad una temperatura di 44,5gradi e hanno una funzione cruciale per la digestione. Al contrario di altri batteri, all’esterno non si riproducono, ma possono contaminare acqua e cibi. Se ci hanno insegnato fin da piccoli a lavarci le mani prima di mangiare e a lavare con cura frutta e verdura è, anzitutto, per l’ubiquità dell’E. coli.

Come tutte le famiglie numerose, infatti, nei batteri scoperti da Theodor Escherich non mancano le pecore nere:

Alcuni tipi possono determinare infezioni urinarie, meningiti, peritoniti, setticemia e polmonite. Ma l’effetto classico è la diarrea. Alcuni ceppi di E. coli, infatti, producono tossine, una delle quali è molto simile a quella del colera. Si attacca alle cellule dell’intestino, vi penetra, le stimola a produrre acqua e induce la dissenteria. Di solito, la cosa si ferma qui. Ma degli oltre 170 ceppi di E. coli, almeno una cinquantina possono essere molto più devastanti. Il principale è un fratello assai stretto di O104: H4, come dimostra il suo nome, O107: H7. Basta ingerire 100 batteri di O107 per scatenare una violenta diarrea emorragica. Come l’O104 che ci troviamo di fronte in questi giorni, anche O107 secerne una tossina (si chiama Stx-2), che blocca la produzione di proteine e può attaccare i reni.

La storia di O107, mentre guardiamo il progredire in Europa del suo fratello più giovane, fa venire i brividi:

Isolato, per la prima volta negli Usa, nel 1982, questo ceppo di E. coli non viene né dai cetrioli, né dai legumi, ma dagli hamburger. Nel 1994, quattro bambini morirono per aver mangiato gli hamburger della catena «Jack in the box». Da allora, le regolamentazioni sanitarie sono diventate più stringenti. Ma, in realtà, in America, ogni anno oltre 70 mila persone vengono infettati da O107. E 600 muoiono. Non per caso, spesso, o per fatalità. Dell’O104 europeo, ancora non sappiamo. Ma dell’O107 sappiamo che è il lato oscuro delle multinazionali del cibo.

Un fatto accaduto quattro anni fa ce lo spiega:

Nel 2007, una ragazza di 22 anni, Stephanie Smith, istruttrice di danza per bambini, cenò con insalata, patate al forno e un hamburger, comprato congelato al supermercato. L’azienda produttrice, la Cargill, un gigante del cibo mondiale, dichiarava nell’etichetta che si trattava di carne Angus di prima qualità. Invece, ha accertato il New York Times, si trattava di ritagli di mattatoio e di un frullato di carcasse di animali che venivano dai posti più disparati: dal Nebraska all’Uruguay. In questo modo, la Cargill riusciva a risparmiare il 25 per cento su quello che avrebbe speso per carne buona. Ma Stephanie, dopo aver mangiato quell’hamburger ha cominciato ad avere prima crampi allo stomaco, poi diarrea emorragica, poi svenimenti, finché non è stata ricoverata in ospedale. I medici, riscontrato l’avvelenamento, per fermare le convulsioni sempre più forti, hanno dovuto metterla in coma per nove settimane. Quando Stephanie si è svegliata, non poteva più camminare: l’infezione aveva colpito il sistema nervoso e aveva paralizzato le gambe.