|

La vera storia del canone Rai che si può non pagare

Da anni resta una delle imposte più odiate dagli italiani. Spesso evasa, considerato come nel 2012 si sia registrato un mancato introito per le casse dello Stato per il valore di un miliardo e 700 milioni. Eppure il pagamento del canone per il servizio radiotelevisivo è considerato spesso obbligatorio, essendo legato alla detenzione dell’apparecchio. Ma non è proprio così: è Libero a raccontare come la Commissione tributaria abbia dato ragione a un cittadino che non versa il canone da anni. «Aveva chiesto l’oscuramento delle reti, la tv di Stato gli aveva risposto con cartelle esattoriali. Stracciate dai giudici», si legge sul quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Con tanto di titolo ad effetto: «Non pagare la Rai si può». In realtà, come si spiega nell’articolo di Matteo Mion, si tratta di casi molto limitati.

Canone Rai 3

LIBER, IL PAGAMENTO DEL CANONE RADIO-TELEVISIVO E LA SENTENZA -Pochi i casi in cui è possibile chiedere l’esenzione, definiti da un vecchio decreto regio di epoca fascista, il n° 246 del 1938: in caso di cessione, non detenzione o richiesta di suggellamento degli apparecchi. Sono le uniche eccezioni, come spiega l’articolo 10 dello stesso decreto fascista:

Canone Rai 2

Nonostante in ogni legislatura vengano presentati in modo puntuale disegni legge e mozioni per chiedere una riforma della normativa, il Parlamento non c’è mai riuscito. Così è ancora il decreto fascista a regolare la materia. In particolare, è l’articolo 1 a spiegare quali siano i soggetti obbligati al pagamento: «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto». Considerata l’evoluzione tecnologica, il ministero dello Sviluppo economico lo scorso anno intervenne per chiarire la situazione, dopo le polemiche nate  – subito bersaglio delle critiche degli utenti su internet – sulla possibilità di far pagare anche pc e tablet. O comunque per chi possedeva un dispositivo collegato alla Rete. Alla fine, considerata la rivolta sul web (e non solo), la Rai decise di far pagare soltanto  «tutte le apparecchiature munite di sintonizzatore per la ricezione del segnale (terrestre o satellitare) di radiodiffusione dall’antenna radiotelevisiva». Niente da fare: Viale Mazzini decise per dietrofront, negando pure di aver mai chiesto una simile tassa. Ma qualcuno, come ha spiegato Libero, è riuscito anche a vedersi riconosciuto il mancato pagamento, pur essendo questo legato a un apparecchio televisivo. Con tanto di sentenza, definita dal quotidiano “rivoluzionaria”.

LIBERO E LA “SENTENZA RIVOLUZIONARIA” SUL CANONE RADIO-TV – È stata la Commissione Tributaria del Lazio, con la sentenza 597/2013, ad accogliere la richiesta di un contribuente che si era opposto alle cartelle esattoriali inviate da “Mammarai”, in seguito al mancato pagamento del canone. Il motivo? Per i giudici tributari capitolini deve essere annullata la cartella di pagamento del canone Rai se il contribuente ha presentato denuncia di oscuramento delle reti, ma non ha ricevuto alcuna risposta da parte dell’ente. Si spiega su Libero:

«L’amministrazione televisiva non aveva risposto e il fisco aveva proceduto all’emissione della relativa cartella, impugnata poi dal contribuente. Questi, dopo la soccombenza innanzi alla commissione provinciale, non si è dato per vinto e ha proposto opposizione in secondo grado, trovando finalmente ragione con una decisione destinata non solo a far discutere, ma soprattutto a diventare una via di fuga dalla tassa del monopolio televisivo di Stato. Secondo i magistrati laziali la cartella è nulla, anche se il cittadino ha continuato a usufruire dei servizi tv. È sufficiente, infatti, che egli abbia fatto denuncia di oscuramento alla Rai e questa non abbia risposto».

La sentenza potrebbe adesso spingere verso quella riforma più volte dimenticata della normativa. Non sarebbe l’unica questione del quale si dovrebbe occupare il Parlamento, secondo diversi giuristi, in un Paese dove tutto il sistema radiotelevisivo è stato definito per anni un’ “anomalia” da parte delle istituzioni comunitarie, tra occupazione di fatto delle frequenze, conflitti d’interessi, leggi (come l’attuale Gasparri) giudicate come irrispettose del principio del pluralismo. Per Libero «la norma di recesso dal canone è assurda, perché risalente a un periodo storico in cui c’era una tv ogni 50 utenti e gli unici canali erano quelli Rai, ma è stata superata da una pronuncia di una Commissione con un anelito di libertà». Tutto in attesa che, dopo i magistrati, siano adesso deputati e senatori ad intervenire.