Stefani, il Perry Mason fiorentino che cerca la Verità

A volte per risolvere un delitto basta poco, davvero poco. Una traccia di sangue. Un’impronta digitale. Un filo di un...

A volte per risolvere un delitto basta poco, davvero poco. Una traccia di sangue. Un’impronta digitale. Un filo di un vestito. L’orma di una scarpa. Poco, pochissimo. Un colpo di fortuna. O di sfortuna.

Dipende da quale parte ci si trovi. Se si è cacciatori o cacciati. Poliziotti o criminali. A volte tutto questo non basta. Serve tenacia, pazienza, cura. A volte tutto è già scritto, tutto chiaro dall’inizio: un libro la cui fine è già nota. Eppure. Eppure a volte le cose sono davvero strane. E’ il 15 giugno del 2003, quando in un casolare della provincia di Arezzo risuonano i colpi secchi di un fucile. Uno, due, tre. I vicini non sentono nulla. Beh, sì, qualche rumore, ma siamo in aperta campagna, nessuno ci fa caso. A fare invece caso che qualcosa non va è un’automobilista che passa di lì alle 4 e 20 del mattino. Non fosse che la casa va a fuoco magari non si preoccuperebbe più di tanto. Ma arde. I vigili del fuoco vengono allertati. Entrano e avviene la tragica scoperta. Lei, Brigitte Wanderer, 55 anni, insegnante tedesca residente in Baviera, è in bagno. La testa attraversata da un unico colpo mortale. Lui, Pasquale Nasini, 54 anni, facoltoso agricoltore del casentino, soprannominato il “Poeta” data la sua passione per la Divina Commedia, giace in un’altra stanza. Il corpo attraversato da più colpi, ma solo quello al cuore ha causato la morte.

I carabinieri giungono sul posto e iniziano gli accertamenti. Le piste da seguire sono diverse. Brigitte e Nasini infatti non è che fossero proprio marito e moglie. Lei sì era sposata, ma col marito. Era giunta a Croce Sarna di Chitignano cinque anni prima. L’acquisto di un bel casolare per sfuggire al freddo della Baviera e poi l’incontro con lui, Pasquale. La fine del matrimonio. Ma ci sono i figli, tre, e così i coniugi non si separano. Lei rimane a vivere in Germania ma come può torna giù. All’altro, al marito, come scriveranno i giornali, non è che la cosa pesasse troppo. Almeno, stando ai giornali. Gli investigatori, però, non è che si fidino troppo di questo. In casi del genere il primo indiziato è proprio il marito. La pista della rapina poi è da escludere del tutto: gioielli e soldi dalla casa non sono spariti. Eppure. Eppure sulla traccia del bagno c’è l’orma di una scarpa. L’omicida deve averla buttata giù con un calcio per andare a uccidere Brigitte. Non è una scarpa qualsiasi quella. E’ una scarpa rumena. Lo dice l’impronta. Forse c’è un’altra pista da seguire. Una pista sempre più importante visto che la macchina della donna, una Mazda verde con targa tedesca, viene ritrovata il giorno dopo a dieci km dal casolare. Proprio vicino all’abitazione di un bracciante che lavorava per Pasquale. Un bracciante rumeno. Un bracciante rumeno con un nipote, Julian Viziantanu, di appena vent’anni. Un bracciante rumeno con un nipote che era stato visto in casa del Nasini proprio in quella giornata. Un bracciante rumeno con un nipote a cui viene effettuata subito la prova dello stub, il tampone per vedere se qualcuno ha sparato di recente. E sì, dice il campione, la sua mano ha sparato. Ora la pista da seguire per gli inquirenti è finita. Le indagini concluse, il colpevole assicurato alla giustizia. Eppure.

Eppure non tutti pensano che a uccidere i due sia stato proprio Julian. A Firenze lavora un avvocato. Un tipo strano. Davvero strano. E’ convinto, chissà per quali assurdi motivi, che il compito di un avvocato difensore non debba fermarsi all’interno delle aule di tribunale. Chissà per quali motivi, quest’avvocato è convinto che per difendere un cliente si debba indagare, cercare la verità. Ne è così convinto che ha scritto un codice su questo, “Il Codice delle indagini difensive”. Così convinto che compie seminari, lezioni, convegni in tutta Italia. Una sorta di Perry Mason de noantri. Si chiama Stefani. Eraldo Stefani. Ed è bravo. A Eraldo il caso puzza. Così inizia a fare quello che dovrebbe fare qualsiasi buon avvocato: cercare la verità. Assolve un’agenzia investigativa, la Falco, per fare domande. Contatti consulenti, esperti di balistica e del suono per fare accertamenti. Possibile che nessuno abbia sentito nulla? Possibile? Sì, è possibile, ma non è certo. Anzi, domanda che domanda, alla fine qualcuno ha sentito. E qualcun’altro ha visto. Ha visto, per esempio, che la Brigitte aveva accompagnato davvero Julian a casa. E lo aveva fatto intorno alle sedici. Insomma, il racconto che questi aveva fatto non è che fosse completamente inventato. La Corte però non sembra dello stesso parere. Poco importa che le prove dello stub parlino di due sostanze trovate sulle sue mani, invece delle tre che dovrebbero esserci. Vent’anni non glieli toglie nessuno. A poco valgono le proteste urlate in aula da Stefani, “Giustizia non è stata fatta, l’assassino è libero“. Eppure.

Eppure a volte la fortuna aiuta gli audaci. Le tracce così certe dell’inizio, sottoposte ad altri accertamenti, perizie, consulenze, iniziano a dimostrarsi labili. Le prove crollano, diventano indizi, ma sempre più fragili. I testimoni da uno diventano due. E ripetono entrambi la stessa cosa. E quello che all’inizio era sembrato un colpo fortunato si trasforma in altro. Il cacciatore era convinto di avere di fronte la preda. Era un altro cacciatore invece. Un buon cacciatore. Di quelli così testardi che finché non hanno trovato una preda non tornano a casa. A casa si torna 17 giugno del 2006,. Quando i giudici di Appello assolvono Julian per non aver commesso il fatto. E lo fanno per un motivo chiaro che diranno anche nella sentenza: per il grande lavoro svolto dall’avvocato difensore. A volte le storie potrebbero sembrare avere un lieto fine. A volte accade. A volte, come in questo caso, non si può avere perché in testa rimane sempre quella domanda: chi ha ucciso Pasquale e Brigitte? Chi?