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La ricercatrice censurata perchè vuole fare il suo lavoro

Alessandro Arienzo racconta su Roars.it quello che è successo ad Alida Clemente di UniCusano che è stata sospesa per un mese dal lavoro e dalla retribuzione da parte dell’Ateneo a causa dell’articolo “Cervelli in standby. La mutazione genetica del ricercatore nell’era delle telematiche“, nel quale denunciava il fatto che nelle università telematiche i ricercatori vengano assunti con la nomina di “professore aggregato”: «la didattica non è un obbligo per il ricercatore, e che la legge (sia la 382/1980, sia la 240/2010) indica un numero massimo di ore da dedicarvi, onde non compromettere l’esercizio della sua principale funzione, quella di fare ricerca. Una banalità, ma molto difficile da far capire ai padroni delle telematiche, che sono imprenditori, che non hanno esperienza del mondo universitario, che ritengono di poter utilizzare tutti i loro dipendenti nella prospettiva, legittima dal loro punto di vista, dell’efficienza aziendale e del perseguimento del profitto. Le ricadute di un’attività di ricerca di qualità sono, nell’ottica di atenei che fanno della customer satisfaction il perno della loro missione, secondarie quando non irrilevanti rispetto alle necessità dell’attività didattica.», scrive la Clemente.

Maria Stella Gelmini, lealisti

LA LEGGE GELMINI – Arienzo difende la collega lanciando accuse contro la 240/2010, ai più conosciuta come “Legge Gelmini” ,che ha attribuito ai singoli atenei le competenze in materia disciplinare: in questo modo non vi è nessuna separazione tra chi avvia il procedimento disciplinare e chi interviene nella sua fase istruttoria e chi infligge la sanzione. Quest strumento rischia di diventare uno strumento di «controllo e governo», soprattutto «negli atenei più piccoli» e in quelli «non statali». Arienzo aggiunge che il singolo docente può opporsi al procedimento disciplinare «solo con un oneroso ricordo al Tar, cosa che accentua la funzione intimidatrice dello spettro (magari apertamente evocato) di un procedimento disciplinare».

I RICERCATORI – Arienzo riporta poi l’esempio specifico dell’Unicusano  «che pretende dai ricercatori una presenza in sede per ben 120 ore al mese (6 ore al giorno per 5 giorni alla settimana), laddove lo stato giuridico dei ricercatori universitari prevede un impegno didattico massimo di 350 ore l’anno, per non pregiudicare il loro impegno primario, che dovrebbe essere, secondo la legge e il buon senso, la ricerca scientifica». Aggiunge che in questo caso, con un organico del corpo docente molto esiguo ( 2 professori ordinari e 3 professori associati, circa 25 ricercatori a tempo indeterminato e un numero quasi pari di ricercatori a tempo determinato), ai ricercatori viene chiesta una totale devozione all’attività didattica, «snaturando la specificità dei ricercatori stessi e con essa gli interessi di ricerca e le aspirazioni». Tornando al provvedimento disciplinare, Arienzo sostiene che «la credibilità e l’immagine di una istituzione universitaria dipendono dalla sua oggettiva condizione, e non certo dagli articoli che la descrivono» e che quanto è accaduto alla Clemente «costituirebbe una pericolosa tendenza a ridurre gli spazi di libera espressione, pur garantiti dalla stessa Costituzione (arti. 21), in nome di una malintesa governabilità».