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Quando la mafia arriva in Veneto

Conquista degli appalti pubblici, smaltimento illecito di rifiuti, riciclaggio di denaro sporco proveniente dalle tradizionali attività criminali delle estorsioni, della droga e della prostituzione. Gli affari della mafia italiana sembrano non conoscere discriminazione territoriale mostrandosi abili a conquistare spazio, con ferocia ed efficacia, anche nelle aree del paese più ricche e sviluppate. E’ il caso della Lombardia, dove le indagini della magistratura e delle forze dell’ordine hanno fatto emergere storie di corruzione ai piani alti del governo. Ma è anche il caso del Veneto, regione che proprio oggi compare nell’inchiesta che ha condotto all’arresto di 47 colletti bianchi della ‘ndrangheta. In manette sono finiti professionisti e imprenditori accusati di trasferimento fraudolento di valori, attività finanziaria abusiva, corruzione, illecita concorrenza, estorsione. Cervello dell’organizzazione a Reggio Calabria, ma affari sparsi lungo tutta la penisola, dalla Calabria alla Lombardia, dalla Puglia al Piemonte. E, infine, il Veneto.

 

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L’ALLARME DELLA DIA – Già, il Veneto, la Baviera italiana, la terra che vanta i distretti produttivi da prendere come modello per l’uscita dalla crisi, la casa di gran parte della piccola e media impresa che ci ha portato tra le prime economie del mondo. Anche lì, arriva la mafia. Per muovere soldi. Per investirli e farli fruttare, ma anche per offrirlo agli imprenditori soffocati da una crisi troppo lunga e dalla stretta creditizia delle banche. Un affare ghiotto. L’ultima relazione del ministro dell’Interno sull’operato della Dia, presentata in Parlamento lo scorso luglio e relativa al secondo semestre del 2012, parla chiaro e conferma, ancora una volta: la criminalità organizzata in Veneto agisce, proviene da diverse regioni del Sud, e non fa troppi complimenti:

Anche in Veneto, come già illustrato in precedenti analisi, elementi della criminalità organizzata di origine siciliana hanno stretto contatti con il mondo dell’imprenditoria. Gli accertamenti svolti in materia di certificazione antimafia per taluni appalti pubblici hanno comportato l’emissione di provvedimenti interdittivi prefettizi e quindi l’esclusione di imprese sospettate di collusione con la criminalità organizzata.

E ancora:

Le attività condotte dalla Dia, tese a contrastare l’infiltrazione della criminalità organizzata calabrese nel tessuto economico del Veneto, hanno consentito di segnalare nell’Ovest veronese e nel vicentino la presenta di ditte, operanti in particolare nel settore dell’edilizia, riconducibili ad aggregati criminali di Cutro (Kr), Delianova (Rc), Filadelfia (Kr) e Africo Nuovo (Rc).

2 MILIARDI DI FATTURATO – Un allarme. Non certamente il primo. Probilmente nemmeno l’ultimo. Alcuni dati complessivi per misurare l’entità del fenomeno mafioso in Veneto erano stati forniti già lo scorso gennaio da uno studio commissariato dal ministero dell’Interno al Centro interuniversitario Transcrime dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Trento. Il rapporto degli esperti di criminalità transnazionale ha rivelato che il Veneto si piazza al quinto posto nella classifica delle regioni dalle quali le grandi organizzazioni mafiose traggono profitti. In particolare, Trancrime ha stimato per le associazioni criminali ricavi su tutto il territorio nazionale compresi tra i 18 e i 33,7 miliardi di euro l’anno e ha posizionato il Veneto, con circa ricavi di 2 miliardi (media tra un minimo di 1,3 e un massimo di 2,7 miliardi) alle spalle di Lombardia, Campania, Lazio e Sicilia. Si tratta di risorse economiche e finanziarie recuperate dall’operatività in diversi campi, da parte di diverse organizzazioni che agiscono sul territorio con diversi rapporti di forza. Nell’affare della mafia, rivela ancora il rapporto di Transcrime, rientrano sia lo sfruttamento della prostituzione (circa 400 milioni) che il traffico di droga (530 milioni), sia le contraffazioni (525 milioni) che il mercato illegale dei rifiuti (fatturato stimato di 149 milioni), e i proventi sono destinati mediamente per il 37% alla ‘ndrangheta, per il 12,5% alla camorra, per il 5% a Cosa Nostra. La restante parte, ovviamente alle organizzazioni autoctone o straniere.

ILLECITI AMBIENTALI – Dati attendibili e preoccupanti sono stati forniti anche dall’ultimo rapporto Ecomafie di Legambiente, studio che accende i riflettori sui reati ambientali e che conferma lo stesso l’allarme sollevato da Transcrime. Transcrime ha rilevato che, che pur mantenendo un fatturato inferiore ai ricavi delle altre tradizionali attività criminali, in Veneto ha sede il principale mercato illecito di rifiuti d’Italia. Stando alla relazione di Legambiente 2013, rapporto che estende l’analisi anche ad incendi boschivi, abusivismo edilizio e corruzione, sui reati ambientali il Veneto guadagna oggi l’11esimo posto in Italia con un intremento del 18,9% di illeciti accertati dalle forze dell’ordine rispetto all’anno precedente. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro: 995 infrazioni, 939 persone denunciate, un arresto, 196 sequestri.

LE ISTITUZIONI – Dunque, che fare? Tra piccoli e grandi affari, le istituzioni provano a dare l’allarme e a mantenere l’allerta, anche quella delle persone oneste che potrebbero non essere direttamente coinvolte o influenzate da piccoli e grandi affari di mafia. Un anno fa Pietro Grasso, parlando in Veneto, affermava che «non bastano i controlli della magistratura i controlli istituzionali» e che «serve anche il controllo sociale». Mentre il prefetto Ennio Mario Sodano spiegava che «il Veneto è una regione a rischio» e che «finora i tentativi di infiltrazione mafiosa sono stati sventati ma complessivamente c’è una sottovalutazione del fenomeno». Il rischio più grosso per il Nord Est consiste quindi nella possibilità delle attività mafiose di travolgere pian piano anche l’economia sana, come ha spiegato bene, tra l’altro, il rapporto 2013 di Unioncamere Veneto:

Il Veneto ha un’economia molto appetibile per la criminalità organizzata. I dati ci dicono che negli ultimi vent’anni la penetrazione delle organizzazioni criminali nel tessuto produttivo delle regioni italiane del Nord è in costante crescita e parte dai settori economici che non richiedono particolari conoscenze tecnologiche, come il commercio al dettaglio (per mettere in circolazione i prodotti della contraffazione), i trasporti (per sfruttare le sinergie con le attività illecite spostando assieme stupefacenti e ortofrutta), l’edilizia (soprattutto nelle fasi di movimento terra e fornitura materiali), i servizi di ristorazione. I costi derivanti dall’espansione delle imprese criminali sono rilevanti, a cominciare dalla manipolazione dei meccanismi concorrenziali e di mercato, con prezzi più elevati e una qualità più scadente dei beni e servizi. ma esistono anche costi indiretti molto alti per l’economia legale.

LA CRONACA E LA POLITICA – Poi, in ultima istanza, arriva la cronaca. I sospetti, le accuse e le manette squarciano il velo. Le carte dei magistrati svelano lo scenario che non t’aspetti e che magari ad occhio nudo non riusciresti mai a vedere. Mentre la politica subito dopo cerca nuovamente di rimediare mettendo nero su bianco il problema. Nel dicembre 2012 una legge della Regione Veneto ha istituito presso il Consiglio regionale l’Osservatorio per il contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa e la promozione della trasparenza. Negli ultimi mesi in Parlamento, invece, l’onorevole padovano del Pd Alessandro Naccarato ha presentato, insieme alle colleghe Anna Margherita Miotto e Giulia Narduolo, interrogazioni indirizzate al Viminale chiedendo espressamente soluzioni per «prevenire e contrastare l’infiltrazione mafiosa nel territorio e nel tessuto economico veneto» e far luce su attentati, aggressioni e sequestri che riproducono «sistemi intimidatori caratteristici delle organizzazioni criminali». Nei documenti gli onorevoli (non gli unici a farlo) denunciano: «La crisi economica ha favorito l’infiltrazione mafiosa consentendo alle cosche mafiose di inserirsi anche nel settore degli appalti pubblici». Poi ricostruiscono i recenti fatti allarmanti: l’arresto dell’amministratore delegato di una impresa di costruzioni con rilevanza internazionale con sede a Padova, che si è scoperto legata ad una cosca calabrese; le azioni intimidatorie (incendio di auto e autocarri) subite dai proprietari di una più piccola ditta di costruzioni a Villa Estense, ancora nel Padovano; l’aggressione e il sequestro, «avvenuti con modalità caratteristiche della criminalità di stampo mafioso e con evidenti finalità intimidatorie», ai danni di un piccolo imprenditore nel comune di Agna, ancora a Padova; l’aggressione subita da una coppia di trevigiani impegnati nel salvataggio di un’azienda di Galliera Veneta. Si legge negli atti depositati a Montecitorio:

Martedì 2 aprile 2013 Maria Giovanna Santolini, socia e amministratrice dell’impresa GS Scaffalature e Automazioni srl, insieme al signor Stefano Venturin, è stata aggredita da tre persone presso la sede della stessa impresa in via Postumia 17/D a Galliera Veneta in provincia di Padova; secondo le ricostruzioni degli organi di informazione gli aggressori sarebbero Sergio, Michele e Franco Bolognino; il nome di Michele Bolognino, nato a Locri (Rc) il 24 marzo 1967, residente a Montecchio Emilia, è citato nella relazione della prefettura di Reggio Emilia depositata alla Commissione parlamentare contro le infiltrazioni mafiose nel settembre 2010. Nella relazione si legge che «Michele Bolognino, gravato da svariati pregiudizi per reati associativi contro il patrimonio ed in tema di stupefacenti, detenuto presso la casa circondariale di Reggio Emilia, è un personaggio di notevole interesse investigativo per i contatti che può vantare sia con soggetti dell’area della Locride (Bolognino nasce infatti a Locri il 24 marzo 1967 ed è residente a Montecchio Emilia ndr), che con personaggi riconducibili alla famiglia Grande-Aracri».

E ancora:

Nella notte tra domenica 22 e lunedì 23 settembre ignoti sono entrati abusivamente nel piazzale dell’impresa edile Osetto Pietro e fratelli SNC, di Villa Estense in provincia di Padova e, con materiale al vaglio dei vigili del fuoco, hanno dato alle fiamme un autocarro e un furgone Mercedes di proprietà della ditta; la Osetto opera da oltre vent’anni nell’ambito di costruzioni stradali, di condotte fognarie e idriche, di metanizzazione, urbanizzazione con un organico medio di diciotto unità tra personale amministrativo, tecnico e operativo.

Poi:

La stampa locale di Padova ha riportato ieri, 23 luglio 2013, un episodio di cronaca molto grave avvenuto nel comune di Agna, in provincia di Padova; i fatti si riferiscono alla mattina di lunedì 22 luglio 2013, quando un imprenditore locale di 39 anni, Albano Zanellato, è stato oggetto di un brutale pestaggio e di un sequestro di persona durato diverse ore; Zanellato, in sella alla propria bicicletta, veniva investito di proposito da un’auto alle ore 8.15 allo scopo di farlo cadere a terra. Riconosciuti gli occupanti dell’autovettura Zanellato si rialzava e scappava a piedi in direzione di un vicino distributore di benzina, nel cui ufficio/punto vendita si rifugiava chiudendo la porta; gli aggressori, raggiunto l’ufficio, aprivano senza difficoltà la porta e una volta entrati cominciavano a colpire Zanellato con calci e pugni, mettendo a soqquadro il locale.

Infine:

Il 9 ottobre 2013 le forze dell’ordine hanno arrestato Mauro Scaramuzza, amministratore delegato della Fip di Padova e Gioacchino Francesco La Rocca, figlio del capomafia detenuto della storica famiglia La Rocca di Caltagirone, insieme ad altri tre indagati; dalle indagini dei Carabinieri sarebbe emerso «l’interesse della famiglia La Rocca su un appalto pubblico da 140 milioni di euro nel territorio del comune di Caltagirone» in provincia di Catania.

Storie che emergono. Chissà quante nascoste. Gli imprenditori Santolini e Venturin erano impauriti al punto da non chiedere querela. La Fip, che si sospetta legata alla mafia siciliana, era appaltatrice nei lavori del Mose. Eccoli là. La paura e la brama di potere, protagonisti delle storie di mafia. Perfino in Veneto.