Thailandia, il Paese che rispetta le trans

In nessun altro luogo al mondo i Ladyboys sono così diffusi e accettati Nel 1996 partecipò al campionato nazionale di...

In nessun altro luogo al mondo i Ladyboys sono così diffusi e accettati

Nel 1996 partecipò al campionato nazionale di pallavolo una squadra composta da Ladyboys, uomini nati in corpi femminili, da tempo uno dei simboli della Thailandia. Se all’inizio venivano giudicati come un fenomeno curioso, le lady di ferro, il loro soprannome, dimostrarono sul campo di sapere ben giocare, e diventarono i campioni nazionali. Uno dei tanti esempi che mostra come in nessun altro Paese del mondo le MtF sono così diffuse e visibili come in Thailandia. Sia nella metropoli Bangkok che nella povera provincia dell’Isaan uomini dai lunghi capelli e dall’abbigliamento femminile si possono vedere mentre fanno shopping al mercato o lavorano nei saloni dei parrucchieri. Il sito Queer.de ha dedicato loro un lungo reportage che racconta di una tolleranza e di un rispetto verso la comunità LGBT spesso dimenticata nei nostri lidi. La discriminazione sessuale è vietata in Costituzione, ed il dettato della legge fondamentale viene rispettato. Spesso, almeno.

UNA TRADIZIONE DI TOLLERENZA – In Thailandia non esiste il coming-out, perchè sin dalla pubertà i ragazzi che mostrano un lato femminile sono accettati con meno difficoltà rispetto al resto del mondo. Non sempre però la vita dei Ladyboys è così facile, come mostra un episodio recente verificatosi a Chiang Mai, una provincia a 600 chilomentri da Bangkok. Un istituto scolastico aveva deciso di costruire bagni solo per i Kathoey. Una toilette utilizzabile dai soli 15 ladyoboys presenti nell’istituto, costruita dopo che più volte si erano verificati problemi con le ragazze, che non li volevano nei loro bagni, e perseguitati dagli studenti maschi, tra i quali una parte derideva questi adolescenti incerti su dove andare a fare i propri bisogni. Il preside della scuola ha spiegato come la sua scelta non si basasse su un appoggio, ma solo al riconoscimento di un problema di un gruppo di studenti.”Ora”, rimarca il preside Posaporn Promprakai,”per loro  va molto meglio”. La tolleranza nei confronti dei transessuali dipende dalla storia thailandese, che non è stata plasmata dai dogmi cristiani. Il professore Peter A. Jackson, un accademico australiano che è tra i massimi esperti della ricerca sui Kathoey, vede nell’antichità del Siam le radici di questa tolleranza. Secondo Thomas i Ladyboys erano già presenti prima dell’arrivo del buddismo nel tredicesimo secolo. Ci sono poche fonti dirette che lo testimoniano, però, vista la mancanza di scritti che lo certifichino. Il professore australiano ritiene comunque che non si trattasse, all’epoca, di gay intesi in senso moderno, ma di coppie maschili, nei quali un partner si comportava da uomo, l’altro da donna.

I KATHOEY THAILANDESI - Secondo la tradizione thailandese esistono due tipi di sessualità maschile: i Phu-chai, ovvero l’uomo vero, che si comporta in modo maschile, e che dorme con le donne. L’altra categoria è invece quella dei Kathoey, nella quale sono ricompresi tutti quegli uomini che non si comportano come i Phu-Chai. A differenza che nelle terre di tradizione cristiana, dove l’affettività nei confronti delle persone dello stesso sesso era perseguitata anche con la morte, il buddismo ha sempre tollerato in Thailandia i Kathoey. Negli ultimi decenni l’influsso occidentale ha però mutato questa stretta differenza. Nuove identità sono comparse, che hanno ridefinito i concetti utilizzati in precedenza per definire i comportamenti sessuali. La parola gay connota in Thailandia gli omosessuali contemporanei, ma è stato mantenuto il suffisso bai per indicare coloro che hanno rapporti con entrambi i sessi. Chi ha sempre un ruolo attivo si chiama Seua-Bai, il Bi –Tigre. Anche nella nuova parola gay è rimasto la divisione tra attivo e passivo: “Gay- Queen” è il partner passivo, che si comporta in modo prevalentemente femminile. Il suo partner più maschile è invece il Gay-King.

I LADYBOYS FAMOSI - Particolarmente affascinante è la storia del pugile LadyBoy Nong Tum, che negli anni novanta ha collezionato trofei su trofei diventando un punto di riferimenTo della nobile arte. “Il mio corpo è quello di un lottatore, ma nel mio cuore sono una donna“, confessò una volta in un’intervista. “A volte, quando i miei avversari sono carini, mi riesce difficile buttarli al tappeto”. La sua storia, raccontata anche nel film “Beautiful Boxer”, è tipica per i Kathoeys. Nog Tum già da bambino usava i rossetti per truccarsi, e il suo desiderio più grosso era avere lunghi e sensuali capelli. Mentre la madre comprendeva i suoi sentimenti, il padre cercò di curarlo mandandolo dai monaci per correggere le sue inclinazioni sessuali. Ovviamente l’imposizione paterna non servì nulla, ma l’incontro casuale con un allenatore di boxe fece scoprire il talento pugilistico di Nog Tum. Il ragazzo odiava la violenza, ma ogni volta che saliva sul ring vinceva tutti gli incontri. 18 successi per KO su 22 sfide. Coi soldi il pugile Ladyboy riusciva ad aiutare i genitori poveri, e a mettere da parte i risparmi per operarsi e cambiare sesso. Nel 1999 il boxeur thailandese diventa una donna, e dopo una lunga pausa dall’agonismo il ritorno sul ring è subito vittorioso. Accanto agli sportivi di successo sui media del Paese asiatico i Kathoeys sono presenza quotidiana. Li si può vedere recitare come protagonisti nelle soap opera oppure nei film. Spesso però sugli schermi sono presentati degli sterotipi, e i film dove i Ladyboys sono rappresentati come gli eroi che attraggono le simpatie degli spettatori sono l’eccezione.

EMANCIPAZIONE E RISPETTO - La tolleranza e la diffusione dei Kathoeys non significa però che occupino una posizione di spicco nella società thailandese, modellata su una struttura ancora di derivazione castale. Dall’esterno, i Ladyboys appaino completamente integrati, così come la violenza fisica nei loro confronti è pressoché sconosciuta. L’omofobia di altri Paesi è sconosciuta in Thailandia in questo senso, ma in altri modi si rende la difficile ai transessuali. Spesso si spettegola su di loro, e per i Kathoeys è più facile perdere il lavoro rispetto agli altri. Anche i piccoli bambini talvolta deridono per la strada i maschi che hanno un aspetto femminile, chiamandoli in modo sprezzante “Kathoey” dietro le spalle. Questi pregiudizi derivano anche da una credenza di alcuni religiosi buddisti, che sostengono come si diventi Kathoeys perché nella vita precedente si sono commessi gravi peccati, e per questo si rinasce in un corpo sbagliato. Ma questa credenza porta più al compatimento che all’odio nei confronti dei Ladyboys. A partire dagli anni ottanta la diffusione dell’Aids ha peggiorato l’immagine dei Kathoeys, condannati dai commentatori e dai politici più conservatori. Il successo turistico della Thailandia ha inoltre aumentato la prostituzione dei Ladyboys, un fatto che ha peggiorato l’immagine dei transessuali nella società. Molti turisti sono stati derubati da gang di Kathoeys dopo approcci di tipo sessuale, e non è raro che nei viaggi organizzati si ammoniscano le persone per evitare contatti con loro. Dall’altro lato esistono però indubbi progressi per quanto riguarda il riconoscimento dell’uguaglianza e l’emancipazione dei Kathoeys. Nel 2005 è stato annullato il divieto di reclutamento di gay e trans nell’esercito del Paese. In Thailandia vige l’obbligo del servizio militare, che dura due anni e viene effettuato quando si ha 20 anni. In precedenza gli omosessuali e i Ladyboys erano esclusi dopo una visita medica che constatava la loro inclinazione sessuale. Negli anni scorsi una grande azienda thailandese ha dovuto scusarsi per i suoi spot televisivi denigratori nei confronti dei Kathoeys, un altro caso che dimostra come la sensibilità nei loro confronti sia cresciuta nella società. Nei prossimi anni si vedrà se la comunità dei Ladyboy si evolverà in senso occidentale, oppure se rimarrà forte come è ora. Sempre più giovani thailandesi si identificano come gay, e bisognerà valutare se manterranno l’identità da Kathoeys, che è un modo di rimarcare la divisione dei generi. Nei club dei Ladyboy si è già diffuso uno slang, i Kathoey Hua Pook, letteralmente gli Skinhead Ladyboy, per indicare gli omosessuali che preferiscono i capelli corti ai lunghi capelli femminili che da sempre caratterizzano i Kathoeys.