La strategia tedesca di puntare sul continente africano, sulla globalizzazione e sugli scambi internazionali sta dando i suoi frutti. L’Italia saprà fare lo stesso?
La Germania punta all’Africa. Dopo aver creato un bacino lavorativo nell’Est Europa (moderno Drang nach Osten di medioevale memoria), i tedeschi hanno ben pensato di spingersi nel continente nero nella sua interezza e non solo sulle “gassose” sponde magrebine, insediando ovunque imprese e industrie come già accade in Sud Africa, Tunisia, Nigeria e Angola. La Germania al volger del millennio ha consapevolmente deciso per una dolorosa riforma della propria struttura produttiva, che nel breve termine ha portato dis
occupazione e deficit pubblico; ma la sua strategia si è provata lungimirante e vincente. Il mondo è più piccolo, la globalizzazione è inevitabile, e la cosa più opportuna è giocare secondo le regole dell’economia internazionale: specializzarsi nelle proprie nicchie di eccellenza, cercare nuove aree dove sfruttare punti di forza altrui, e incrementare gli scambi internazionali per condividere i miglioramenti di tutti.
UN SUCCESSO ANNUNCIATO - Non c’è nessuna formula magica o nuova strabiliante teoria economica sotto alle ottime (soprattutto per la congiuntura odierna) performance teutoniche tra cui il continuo incremento del saldo commerciale con l’estero (€ 17,7 miliardi), l’ampliamento degli scambi extra UE (+18,4%), e il mantenimento di decenti tassi di crescita del PIL (+1,5% nel primo trimestre); c’è solo l’aver applicato la vecchia teoria dei “vantaggi comparati” che tanto terrorizza le lobby produttive occidentali (come quelle italiane con i loro scrittori-profeti-ministri anti-Cina). E così, assestata la presenza in Asia e in Est Europa, la Germania ha indirizzato il loro impeto verso l’Africa.
IL RUOLO DELLA BCE - E non deve stupire che proprio la Germania si sia presentata come il primo avvocato dell’annunciata stretta della BCE. Un controllo dei pericoli di inflazione per un paese che incamera moneta grazie alla crescente componente estera del PIL è più che opportuno; ricordare a imprenditori e consumatori che esistono limiti di indebitamento (cosa che farebbe da sé il mercato se non avesse una Banca Centrale) è anch’esso opportuno perché si bilancino risparmi e investimenti senza creare bolle speculative e fenomeni inflativi. Ed in questo contesto è bene che la BCE, se proprio deve esi
stere e imporre la propria politica monetaria, si muova con un’ottica più vicina a quella tedesca. Oltre al fatto che la Germania pesa moltissimo in termini di popolazione e PIL nella UEM, il che necessariamente “distorce” a suo pro le decisioni della BCE, è da ritenersi corretto assecondare la “locomotiva” invece dei “pesi morti”.
UN’OCCASIONE DA COGLIERE - È infatti opportuno ricordare che le inefficienze di un paese sono particolarmente legate al suo assetto istituzionale-legale, e che quando le inefficienze “mordono” gli standard di vita si cercano soluzioni nell’intervento pubblico, che diventa debito pubblico, se non in un indebitamento privato che in qualche modo deve venir puntellato da altri interventi pubblici; tassi più alti sono la “punizione” per il lassismo fiscale e l’inedia riformatrice di vari paesi tra cui l’Italia. Accentrare la politica monetaria in un ente quanto più estraneo ai Governi nazionali (la BCE appunto) doveva essere uno stimolo alla “disciplina fiscale”; la Germania è arrivata a riformarsi per questo ed ora è alla conquista dell’Africa. L’ambasciatore tedesco in Italia Steiner, dal Sole24ore del 10/06/08, esorta l’Italia a riformarsi e unirsi ancora più strettamente all’economia tedesca. L’Italia sarebbe un ponte perfetto tra la Germania (che non ha sbocchi nel mediterraneo) e l’Africa, pare dire tra le righe l’ambasciatore. In quanti non capiranno nemmeno questo?

























Ci sono due tipi di classi politiche. Quelle che sanno che rubare con moderazione vuol dire avere di più da rubare nel lungo termine; e quelle che pensano soltanto a rubare tutto il possibile subito. L’Italia è da decenni in mano a questa seconda categoria di politici, quindi no, non trarremo mai alcun vantaggio da alcuna opportunità: è contrario alla mentalità della nostra classe dirigente pensare con orizzonti oltre le 48 ore. In Germania non è stato così. E senza le idiozie di Bernnake e Greenspan, ma con la serietà della Bundesbank, le fondamenta economiche dell’economia tedesca sono solide. Se riusciranno a non trasformare la Germania Orientale in vittime-parassiti (allo stesso tempo!) come il Mezzogiorno d’Italia, e se la diversificazione produttiva indebolirà i sindacati, la Germania sarà presto l’unico sano d’Europa, e quindi il leader.
Bellissimo articolo.
Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….
…
La Germania conquista i mercati africani, cresce e chiama l’italia. Qualcuno risponderà?…
La strategia tedesca di puntare sul continente africano, sulla globalizzazione e sugli scambi internazionali sta dando i suoi frutti. L’Italia saprà fare lo stesso?…
[...] Giornalettismo.com è stato pubblicato il pezzo "Drang nach Africa e il suo perché", brevi appunti sull’espansione economica tedesca in Africa in una perfetta logica di [...]
io pferamente volevo vende le mie mercanzie ai paesi ricchi e coi soldi sicuri….non a sti poferi necretti che se morono de fame…….
ma so’ costretto a je vente li prosutti de westfalia perchè i cinesi nun se li vonno magnà
è vero che ciò l’ aumento der 18 % sugli scambi extra UE, ma se lo scambio è debole, anche se la percentuale è forte, nella saccoccia l’ incasso è poerello
esempio
se lo scambio con i ricconi è 10000, l’ aumento dell’ un per ciento sarà pari a 100
mentre se lo scambio con l’ africa è pari a 200, l’ aumento del 25 per ciento sarà pari a 50
cioè C = commercio mondiale
AF = commercio con l’ africa
AS-AM-OCE-EU= commercio con Asia, America, Oceania, Europa
C = AF + AS + AM + OCE + EU
ora, l’ incremento del 25 % con l’ africa che matematicamente pare eccezionale in realtà vale meno dell’ un per cento dell’ incremento del commercio con l’ Europa
per il resto l’ articolo mi pare interessante e ben scritto pur mancando la necessaria analisi politica e sociale dal punto di vista degli africani……
la specializzazione consente l’ uso più razionale delle risorse, ma costringe chi la subisce ad essere maggiormente influenzato dalle pertubazioni economiche estere……..
petrolio…….(se la nigeria si limitasse a produrre solo petrolio, l’ esaurimento di questa risorsa o il crollo della domanda mondiale per la scoperta delle lasagne al ragu come combustibile, provocherebbe il crollo della nazione …….e la necessità a dolorose riconversioni che non necessariamente si è in grado di adottare o non si hanno i mezzi per portarle a termine……………
allora nascono i guru del protezionismo ecc….ecc……………..
enciuldigenzì herr tetesko,
visto che sono sempre capitali nuovi che arrivano in quei paesi, non direi che gli africhelli abbiano da lamentarsi.
Sì, specializzarsi un po’ ti espone a qualche rischio (i tedeschi in Nigeria però non vanno per il petrolio o almeno non solo, qui è il bello), ma quando si parla di cicli economici più o meno mondiali davvero una despecializzazione può servire a qualcosa? Intanto qualcuno in Africa comincia a fare elettrodomestici, è sempre un punto di partenza, e specializzarsi in generale nella produzione di elettrodomestici, a meno che non si scopra come cucinare con lo sguardo, non espone a tutto questo rischio.
Che poi l’Africa conti ancora come il due di picche… lo stesso valeva per la Cina, non poniamo limiti a quel che il libero scambio può fare, la tendenza vale quanto lo status.
auvvìderzen
La germania sta semplicemente recitando il suo consueto ruolo di pioniere dell’iniziativa europea che una decina d’anni -precisamente dalla conferenza di Cotonou- sta ponendo le fondamenta per una specializzazione molto in voga da parte delle nazioni industrializzate, l’applicazione delle libertà di mercato tra parti contraenti diseguali.
Sicuramente la delocalizzazione della produzione e la riconversione dei sistemi produttivi localizzati in sistemi di gestione dei flussi commerciali decentrati è una tendenza vincente per le classi imprenditoriali occidentali. Elimina molti problemi relativi alle legislazioni sul lavoro, la presenza dei sindacati, di uno stato sviluppato la cui complessità non sempre può tornare a loro favore.
Fino a poco tempo fa però anche l’investimento in alcuni pvs specialmente in Africa trovava alcune difficoltà a dipanarsi nella sua totalità.
Con la deregolamentazione degli accordi associativi coi paesi ACP ormai giunta alla sua fase definitiva negli scorsi mesi la colonizzazione economica dell’africa non solo non subirà più i tradizionali contingentamenti e restrizioni tipici dei programmi dell’economia dello sviluppo quali i provvedimenti delle Convenzioni di Lomè a cui le nuove si sostituiscono. Potranno al contrario contare su forti stimoli all’investimento in questi paesi, a cui gli aiuti vengono progressivamente condizionati una serie di provvedimenti di liberalizzazione ed agevolazione dell’imprenditoria estera, che costruisce elettrodomestici che però non restano in africa, no. Tornano nei mercati Europei e fanno tornare i conti della crescita annua del pil e dell’attivo della bilancia commerciale dei nostri paesi, in modo da poter convincere i cittadini rimasti disoccupati o qualitativamente peggio occupati che l’economia gira comunque bene. In effetti per le imprese gira molto bene e fin quanto il latrato neoliberista dominante convincerà l’opinione pubblica che ciò che è bene per queste è bene per tutti difficilmente si riuscirà a scoprire l’altro lato della medaglia.
Quel che non viene detto è che tutto ciò avviene a patto della definitiva rinuncia allo sviluppo di economie locali ed autonome nei paesi in via di sviluppo, che prima di poter reggere la concorrenza da una posizione paritaria rispetto all’europa necessitano una fase di costruzione e consolidamento delle proprie economie che avvenga con criteri diversi. Altrimenti, niente lascia sperare che la crescita data dallo sviluppo dei rapporti commerciali benefici anche lo sviluppo economico e sociale dei paesi africani, così come è sempre più evidente che il forte sviluppo dei NICS si accompagna a sbalorditivi aumenti della disegualianza sociale in questi paesi, dove tutto ciò che li differenzia da un paese neo-colonizzato classico è la presenza di una classe padronale anche locale, una ben magra consolazione. Queste sono considerazioni centriste, moderate, potrebbero essere uscite dalla bocca di uno Stiglitz, per arrivarci basta rinunciare all’idea che la liberalizzazione funzioni acondizionatamente (ad esempio, anche prima che una delle due parti contraenti abbia raggiunto alcune performances economiche di autosufficienza) e guardare non solo gli aggregati statistici relativi al PIL ed alla crescita annua, ma anche i dati relativi alla redistribuzione del reddito, alla “traccia di vita” dei prodotti dell’economia di commercio dalle liberalizzazioni generata e tanti altri numeri meno utili a legittimare il successo delle liberalizzazioni.
A queste condizioni, l’aumento dell’attivo della bilancia commerciale di un paese come la Germania è misura dell’esproprio generalizzato dei beni dei paesi in via di sviluppo le cui condizioni profittevoli costituiscono l’unica fonte di crescita per sistemi capitalisti avanzati che in patria incontravano crescenti resistenze da parte dello stato.
E’ l’ennesimo capitolo della rapina di classe travestita da sviluppo globale, un processo iniziato tre decenni fa in questo caso rimasto congelato fino a poco tempo fa dagli accordi di cooperazione allo sviluppo europei, figli di una visione meno arrogantemente privatistica dei rapporti tra nord e sud del mondo. Solo quest’anno, con la fine della fase transitoria dell’accordo di Cotonou, le cui vicende sono passate sotto ignobile silenzio nel vecchio continente nonostante la forte opposizioni di alcuni stati africani, questi utlimi rischiano di venir aperti una volta per tutte al mercato europeo, sotto l’egida del Fondo Europeo di Sviluppo, istituzione un tempo pregevole che ha conosciuto negli ultimi anni un’involuzione ideologica simile a quella della Banca Mondiale.
Alle condizioni attuali, l’investimento nel commercio internazionale in via di definizione (leggi: imposizione) nei negoziati EPAS è uno strumento di redistribuzione dei redditi globali dalle popolazioni alle classi proprietarie e come tale va trattato, una rapina.
http://tradewatch.it/osservato.....i_crbm.pdf
quindi la Panda fatta in Polonia avvantaggia noi e non i metalmeccanici polacchi?
Patello:
“Sicuramente la delocalizzazione della produzione e la riconversione dei sistemi produttivi localizzati in sistemi di gestione dei flussi commerciali decentrati è una tendenza vincente per le classi imprenditoriali occidentali”
“A queste condizioni, l’aumento dell’attivo della bilancia commerciale di un paese come la Germania è misura dell’esproprio generalizzato dei beni dei paesi in via di sviluppo le cui condizioni profittevoli costituiscono l’unica fonte di crescita per sistemi capitalisti avanzati che in patria incontravano crescenti resistenze da parte dello stato.”
Bello il tuo catch-22. C’è una missione suicida ma si può chiedere di essere esonerati. Per essere esonerati bisogna dimostrare di essere pazzi, ma chi vuole essere esonerato non è ovviamente considerabile pazzo, quindi chi chiede l’esonero non può essere esonerato, e chi non lo chiede neppure.
Nel tuo caso, se i capitali escono dall’Europa è male per i lavoratori europei, ma se vanno in Africa è male anche per quelli africani. Come no… Come si esce da questo paradosso? Ha tutta l’aria d’essere un paralogismo…
“l’applicazione delle libertà di mercato tra parti contraenti diseguali”
Che da almeno duecento anni si sa essere benefica per entrambe le parti anche in caso di ampie differenze, come dimostra il teorema dei vantaggi comparati…
“Quel che non viene detto è che tutto ciò avviene a patto della definitiva rinuncia allo sviluppo di economie locali ed autonome nei paesi in via di sviluppo”
Non scherziamo. Non esiste sviluppo al di là della divisione del lavoro. I fautori dell’autarchia, da Mussolini a Tremonti, tutto possono ottenere tranne maggiore sviluppo. Lo sviluppo si ottiene col commercio, la specializzazione, la divisione del lavoro, l’accumulazione di capitale, lo sfruttamento delle economie di scala.
“paesi in via di sviluppo, che prima di poter reggere la concorrenza da una posizione paritaria rispetto all’europa necessitano una fase di costruzione e consolidamento delle proprie economie che avvenga con criteri diversi”
Certamente. Prima aspettiamo che si sviluppano, e poi introduciamo le condizioni necessarie allo sviluppo. Devo imparare anch’io a scambiare causa ed effetto, vengono ragionamenti interessanti.
“Altrimenti, niente lascia sperare che la crescita data dallo sviluppo dei rapporti commerciali benefici anche lo sviluppo economico e sociale dei paesi africani”
Che, si noti, per le ipotesi di partenza stanno infatti accumulando capitali, quindi stanno crescendo economicamente.
“Queste sono considerazioni centriste, moderate, potrebbero essere uscite dalla bocca di uno Stiglitz”
Noto centrista moderato, questo Stiglitz. L’economista più di sinistra che meriti ancora questa qualifica.
“per arrivarci basta rinunciare all’idea che la liberalizzazione funzioni acondizionatamente”
E lo slogan Tremonti-style bisogna ficcarlo ovunque, è impossibile farne a meno. Vorrei sapere chi ha supposto questa ipotesi, però…
“un processo iniziato tre decenni fa in questo caso rimasto congelato fino a poco tempo fa dagli accordi di cooperazione allo sviluppo europei, figli di una visione meno arrogantemente privatistica dei rapporti tra nord e sud del mondo”
Ehm. Quegli accordi servivano a difendere i sindacati nostrani, aumentando i redditi dei lavoratori occidentali nel breve termine, a danno di quelli dei cittadini del Terzo Mondo, esclusi dai mercati. Altro che visione privatistica: era un genocidio spacciato per giustizia sociale.
Appurato che la tua ricostruzione traballa teoricamente e logicamente, vogliamo provare a trovare una spiegazione razionalmente convincenti di alcuni dei fenomeni di cui parli, che indubbiamente in parte sono convincenti, come la polarizzazione dei redditi?
Non c\’è nulla di ambiguo nel sostenere che un trasferimento di capitali da un luogo ad un altro possa far male ad entrambe le economie. In primis perchè lo spostamento non è astrattamente spaziale, le economie sono differenti e diversi i risultati che l\’applicazione del capitale produce sulle due realtà geografico-politiche, nessuna caratteristica dei due luoghi può indurre a sostenere che un trasferimento di capitale debba automaticamente coincidere con un trasferimento di benefici. In primis perchè i benefici apportati dal capitalismo in occidente hanno coinciso con l\’applicazione di un modo di regolazione a cui oggi il flusso delocalizzante vuole invece sfuggire, non essendo più a suo agio in esso. La tua critica ha tutta l\’aria di dare per scontate troppe cose, come se si trattasse di muovere un ospedale da un paese all\’altro con lo stesso numero di richiedenti ricovero e di conseguenza sarebbe logico aspettarsi una correlazione semplice tra i benefici di una parte e i danni dall\’altra. E\’ vero che il capitalismo non distrugge ricchezza (ad esempio deindustrializzando la manifactiring belt americana) senza crearne altrove. Ciò non vale però per la redistribuzione e per il benessere sociale, perchè il capitalismo non è un buon allocatore di questi beni e generalmente i suoi processi geografici di distruzione creativa sono proprio dettati dalla ricerca di condizioni più favorevoli non solo alla produzione di profitti, ma anche alla loro appropriazione. Spostando IN QUESTO MODO capitale dall\’Europa all\’Africa non si creano benefici ne per l\’una ne per l\’altra, solo per un\’èlite che nel lungo periodo potrà anche diventare indigena, come già succede in asia, ma questo non fa che confermare l\’idea che produzione di capitale e sua redistribuzione abbiano a che fare con due sfere molto diverse dell\’attività economica e non siano armonizzabili unitariamente dal mercato.
Egualmente vale per la teoria della specializzazione che dimostra -sotto determinate condizioni ben lungi dal rappresentare univocamente la realtà economica contemporanea- il vantaggio nella produzione, mentre il mio discorso non verte assolutamente a dimostrare che il commercio internazionale sia meno produttivo di quello nazionale, ma che il modo vigente di organizzarlo sia non tanto improduttivo quanto ingiusto.
Esistono comunque molteplici circostanze che possono portare economie di prossimità su posizioni vantaggiose rispetto a tortuose configurazioni specialistiche strumentali solo ad un assetto commerciale inefficente e dispendioso. Non esiste economia capitalista adulta che non sia nata da una solida base nazionale, questo evidentemente non ha mai fatto riflette abbastanza. Non sto difendendo l\’autarchia, credo che l\’interdipendenza economica sia un primo passo verso quella più marcatamente politica al fine di unire le nazioni sotto un unico governo realizzando il sogno smithiano di un pianeta senza più confini nè eserciti. Il piccolo particolare da far notare è che il mezzo del capitale è inutile a questo scopo. Il capitale vive delle diversità degli sviluppi geografici, il vantaggio comparato lo guida alla realizzazione di profitti maggiori come una carota guida l\’asino, ma qui a trarne conseguenze positive per la società ne passa davvero tanto.
Tutto il resto è patetico, riesci a rispondere solo replicando cocciutamente le tue verità: sviluppo = liberalizzazione incontrollata quindi tutto il resto non può che non essere sviluppo, Stiglitz è chiaramente un bolscevico infatti è per quello che era Chief Economist ad uno dei centri di potere del capitale internazionale, le ipotesi di non autoregolamentazione non sono più di Keynes ma del vostro ex-amico Tremonti che ora odiate, gli accordi di Lomè erano chiaramente a difesa della vergognosa casta degli operai e degli agricoltori italiani, e magari aggiungici che mantenevano in un immoralissimo lassismo gli africani con tutti quegli aiuti a fondo perduto, invece di fargli rimboccare le maniche mentre probabilmente spendevano tutto il cocktails da godersi in sedia a sdraio alle pendici del Kilimanjaro. Tutto questo ovviamente è molto più logico del mio ragionamento.
…Ah, che si noti, tutto questo stando all\’ipotesi di concorrenza perfetta e produttività/utilità/felicità/attività sessuale massimizzata/totalizzata/efficientistizzata eh.
Com’è che spostare capitale dall’Occidente alla Corea del Sud o a Taiwan ha beneficiato i sudcoreani e i taiwanesi e lo stesso non può succedere con l’Africa?
Tra le cse corrette che dici, e che andrebbero interpretate alla luce di una corretta teoria, c’è la “rust belt” americana. Per la speigazione di questo fenomeno rimando al mio precedente articolo su Giornalettismo, questo.
Se conoscessi quello che abitualmente scrivo sapresti che sono il primo a dire che la concorrenza perfetta è una minchiata. Ma un luogo comune come “liberismo = concorrenza perfetta” non potevi lasciartelo sfuggire… stiamo al livello de “le equazioni della teoria economica non si mangiano”.
Comunque, il tuo insieme di dichiarazioni andrebbe arricchito da un insieme di argomentazioni, a legare le varie parti del discorso. I legami teorici dietro gli scritti di Leo sono chiari, spero anche quelli dietro i miei, nel tuo caso le dichiarazioni sono troppo generiche… al limite dello slogan.
Per quanto riguarda Stiglitz, ti posso assicurare che a sinistra di Stiglitz non c’è nessun economista: è il top del “leftism” in campo economico. Per confutare questa mia affermazione bisognerebbe garantire l’etichetta di “economisti” a scrittori come Sraffa e Marx, che nessuno considera più tali. La mia era una semplice constatazione.
L’Italia arriva sempre dopo, ma sono convinto seguira’ la Germania (o lo spero). L’Eni sta investendo molto in Africa, so che non e’ un esempio splendido essendo statale pero’ forse indica una direzione che presto prenderanno anche altre imprese italiane.
Il problema degli investimenti in Africa non esiste per l’intero continente, ma solo per i Paesi in cui e’ presente un dittatore o un Governo altamente corrotto che finisce per assorbire e sprecare tutti i vantaggi che derivano dagli investimenti stranieri. Tuttavia ci sono precedenti in cui la presenza di imprese straniere portano i cittadini a chiedere cambiamenti nello Stato, o lo Stato stesso a modificare leggi in campo economico soprattutto per non rischiare le proteste. Per cui anche in questo caso sono fiducioso.
braavo LKV
come il raddoppio dei salari cinesi
haha è incredibile come pieghiate il corso della storia alle vostre teorie.
Taiwan è una sorta di paradiso fiscale e la Corea del Sud è un esempio ridicolo, durante la crisi del debito asiatico nel 98 ha sperimentato un’autentico riflusso di capitale che ha portato gli investimenti nel giro di due anni da un passivo di 100 miliardi di dollari nel 96 ad un negativo di 20 miliardi nel 98. Il tutto tra l’altro con la notabile differenza, rispetto al Messico ad esempio, che nessun organismo “pubblico” (nella misura in cui FED o IMF possano esser considerate tali) o comunque in violazione a quelle che voi pensate sia l’etica liberista è andato in soccorso della Corea del Sud “distorcendo” i fenomeni economici. Anzi, L’IMF si rifiutò di rendere operativi i fondi verso un paese sull’orlo del disastro umanitario fino a quando non ebbe la sicurezza che le elezioni non avrebbero intaccato il programma di privatizzazioni che venne imposto al paese. Questo non ha portato nessun benessere, ha portato 300.000 licenziamenti al mese per due anni, triplicando il tasso di disoccupazione in 2 anni dal 97 al 99, azzerando la classe media che costituiva la spina centrale dell’economia nazionale. 20 milioni di persone in più sotto la soglia di povertà. Le più grandi imprese straniere comprarono in massa (Samsung su tutte) il paese e sfruttarono ulteriormente la crisi per succhiare profitti spaventosi. Definire tutto questo “benefici” è criminale.
Nel caso non te ne fossi accorto, la citazione della concorrenza perfetta era inserita in una battuta. Poco importa che tu ci creda o meno, questo non ti rende certo meno dogmatico di quel che sembri, il concetto di porre ipotesi considerate irremovibili e negare fino all’evidenza la possibilità che il fallimento della dimostrazione della tesi sia da imputare a queste prime vale anche per chi non crede alla concorrenza perfetta.
Il modo in cui ti fregi del significato della categoria poi è ridicolo, sembri venuto fuori direttamente da una dotcom di lavatrici dell’89, è incredibile come anche nel buffo mestiere di paladini dell’innovazione riusciate in quanto italiani ad incarnare fedi passate da vent’anni.
@Lkv: strano, pensavo che nel caso di Cile (Pinochet), Argentina (giunta militare/De Hoz), Brasile (giunta), Guatemala, Bolivia (Paz/Goni), Indonesia (Suarto), Cina (Xiaoping), Iraq (occupazione/amministrazione Bremer), Russia (Eltisn) fosse successo il contrario, cioè che il liberalismo abbia tratto parechcio giovamento dall’esistenza di dittature fasciste ed in alcuni casi le abbia deliberatamente provocate. Ma no, meglio essere fiduciosi e liquidare il tutto come “operazioni imperialiste” che non hanno nulla a che vedere con i soffici e lindi panni del liberalismo studiato sui manuali del soldi 24 ore.
@nomealtisonante: non ho capito se sei ironico con gli altri o adduci una ragione del genere a supporto della vulgata. Non c’è stato nessun raddoppio di salari, c’è stata una legge sul lavoro richiesta a gran voce dalle prime rinate rappresentanze sindacali che però lo stato cinese ahinoi ha frenato su pressione esplicita dei maggiori investitori esteri del paese.
lol, ho scritto sol-di 24 ore, giuro che m’è uscita per sbaglio.
Guarda, credo non serva poi molto discutere tra noi, vedo che la pensiamo diversamente, non arriveremo mai ad un compromesso, quindi non ha senso ribatterci punto per punto. Faccio tuttavia notare come la Cina sia un caso a parte. Deng Xiaoping ha operato una delle piu’ radicali riforme del Paese, si e’ infatti passati dal “denaro che sporca le mani” al suo (simil Bucharin) “Arricchitevi, perche’ arricchirsi e’ glorioso!”, lanciato al popolo cinese. Da qui e’ cominciato tutto. Non si puo’ pretendere avvengano cambiamenti epocali in pochi anni, ma la direzione e’ quella, in Cina hanno per di piu’ paura di fare la fine dell’ex Urss, per cui ci vanno cauti, tuttavia tante imprese di Stato sono sparite lasciando il posto a imprese private, e tranne in alcuni settori (estrazione del carbone un esempio per tutti, ma a causa di una complicita’ governativa che ha bisogno di energia e lascia correre) la situazione dei lavoratori e’ migliorata (con buona pace di Mao). Certo c’e’ il problema delle campagne, dove pero’ e’ piu’ forte la pressione politica dei dirigenti di partito locali e dei “feudatari”, e in citta’ ci sono situazioni al limite, con i nuovi poveri che dati gli alti prezzi delle abitazioni (c’e’ la bolla immobiliare ormai da anni) e di altri beni hanno molte difficolta’, ma stanno meglio di quando vivevano in campagna, sotto il ricatto dei dirigenti e in balia dei capricci della natura.
I salari dei cinesi sono saliti.
Non ricordo dove ho visto la cosa, ma era carta stampata. Parlavano di rialzi molto elevati (ricordo il doppio, ma fosse anche il 50%…) nell’ultimo anno, cosa che dovrebbe dirottare le nuove imprese nel vietnam.
Sarei ironico se dicessi che pinochet era un liberista o che la Fed o la BCE sono private.
“nomealtisonante”? carino!
“Corea del Sud è un esempio ridicolo”
Così ridicolo che il reddito pro capite è cresciuto enormemente negli ultimi trent’anni, e ora tallona i paesi euro-mediterranei.
La crisi finanziaria è un problema che va interpretato alla luce di quanto scritto da Leo in precedenti articoli sulla moneta, qui o sul suo blog. E’ essenzialmente l’idiozia delle banche centrali.
“Cile (Pinochet), Argentina (giunta militare/De Hoz), Brasile (giunta), Guatemala, Bolivia (Paz/Goni), Indonesia (Suarto), Cina (Xiaoping), Iraq (occupazione/amministrazione Bremer), Russia (Eltisn) fosse successo il contrario, cioè che il liberalismo”
Pinochet ha fatto una riforma intelligente, per le pensioni. Gli altri non saprei. Ma come capisce chiunque osservi una carta geografica, i paesi che hanno economie socialiste sono tutti falliti e stanno molto peggio degli altri. Il problema dei paesi relativamnete liberi è l’instabilità finanziaria, per cui rimando agli scritti miei e di Leo ancora una volta. Ma il ciclo è un problema di breve-medio termine: la crescita economica rende il problema trascurabile nel lungo termine.
LKW e Leo, c’è un articolo sull’economist sul paternalismo in Cina: pare che stiano passando legislazioni pro-labor per sedare il malcontento, in parte tra l’altro dovuto all’inflazione provocata dalla Bank of China ancorandosi al dollaro. Se fanno sul seiro, presto il miracolo economico cinese sarà solo un ricordo.
come avevi detto tu LKV e come è sempre successo: lo sviluppo economico porta rivendicazioni, diritti… quando sei povero in canna accetti tutto, quando hai un minimo di soldi non vuoi tornare indietro ma solo andare avanti.
Non credo che la cina opificio sparisca, il loro livello dei prezzi è molto basso ancora e hanno molte riserve per finanziare aiuti all’export e badare i prezzi.
Sai cosa penso che faranno (non così presto)? Delocalizzeranno qualcosa anche loro in vietnam e Namibia.
a breve-medio termine…..
giustissimo
ma anche le aspirazioni dell’ uomo medio generalmente sono di breve-medio termine
non parliamo dell’ alimentazione ….che è di brevissimo termine
per cui, è vero, sarebbe opportuno affamare milioni di uomini nel breve termine, ma tale passeggera incresciosa situazione, per effetto anche del salutare affamamento, si tramuterà in maggior splendore domani
e su questo siamo d’ accordo (senza ironia)
@ Leo: la Cina sta gia’ delocalizzando, per ora quasi di nascosto (anche in Africa, ma secondo me sara’ soprattutto in Africa)
sì, ma in Africa ha la concorrenza tedesca (vedi Sturm nach Afrika), e loro con l’Africa hanno dei conti in sospeso…
@ Libertyfirst: probabilmente l’aiuto si limitera’ in investimenti pubblici in infrastrutture che dara’ loro lavoro. E’ successo altre volte, soprattutto in zone rurali. Del resto il fatto che ci siano poche infrastrutture le rende ancora capaci di creare abbastanza ricchezza da non rimetterci.
L’altro terremoto era avvenuto in un periodo particolare, e aveva creato non pochi problemi al Governo, in Cina soprattutto nelle zone rurali e povere vedono il potere del Governo come un potere dall’alto e quindi il terremoto come una punizione (in piu’ in quel periodo Mao non stava molto bene, immagina cosa hanno pensato quindi). Adesso sono meno le persone che ancora pensano che il potere al Governo venga dal cielo. Le pressioni non sono molto forti, o comunque non piu’ forti di altre volte.
“la crescita economica rende il problema trascurabile nel lungo termine.”
Non potevo resistere dopo aver letto questo.
“Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti.”
Ma si sa, Keynes ha fatto fare all’economia passi indietro di secoli mentre i meravigliosi e avanguardisti (in tutti sensi visto che adesso pare che Pinochet fosse un genio del welfare sociale) economisti liberisti con la loro deregolamentazione di tutto han fatto fare così tanti progressi all’economia mondiale che gli USA stanno crollando.
Qui non si tratta di tornare all’autarchia ma nel reinquadrare l’impresa all’interno di una idea di società e non solo legarla al profitto.
L’utilità sociale dell’impresa è l’unico sistema per impedire che diventi un soggetto sostanzialmente irresponsabile e quindi di nuovo attrattore di odio di classe.
Questi non sono discorsi di sinistra estrema, sono discorsi per evitare che nel pendolo della storia si ritorni ad ideologie che per combattere estremismi quale l’idolatria del profitto a breve si affidino ad altri estremismi forse più pericolosi che già si iniziano ad intravedere (e guarda caso non da sinistra come del resto negli anni 20).
Cosa è la “crescita” se non l’aumento complessivo del benessere di una società? Se diventa l’aumento del benessere solo di pochi non vedo bei tempi davanti a noi perchè, nonostante tutte le formule che potete mettere in campo, la redistribuzione della ricchezza può avvenire solo in due modi, o volontaria, attraverso il famoso patto sociale, o forzosa. Volete l’ultima? Prego.
In fondo però non è neppure colpa vostra. Non si può pretendere dagli economisti una idea di società.
Fanno già fatica a capire (anche se qualcuno ci sta arrivando) che una economia dove gli scambi finanziari sono cento volte tanto quelli reali è sull’orlo del baratro di una crisi monetaria senza precedenti.
Quello è il compito dei politici.
Ed è lì che siamo molto ma molto carenti.
… eppure la quota di PIL spiegato dallo Stato nei paesi industrializzati (Cina compresa) è cresciuto oltre il 50%.
Anche gli Stati Uniti non sono mai stati così statalizzati e regolamentati, e infatti…
Cosa è deregolamentato? Il mercato bancario? Ma per favore… Ma se già i tassi di riferimento sono prezzi politici (e lo ripeto: le nomine della banche centrali sono politiche, gli azionisti privati hanno vincoli di non ingerenza, il finanziamento della banca centrale è tutto sul tesoro che quindi ne vincola le scelte…) e le banche private hanno vincoli di ogni tipo per investire in questo o quel settore non oltre certe proporzioni, non oltre un certo mix…
Cosa è deregolamentato? Forse il mercato del lavoro in Asia; brutta cosa certo sfruttare le paghe basse, ma almeno il reddito medio sta salendo anche tra gli operai cinesi.
I problemi attuali vengono molto dalla finanza, certo, ma perché la morale statale ha voluto denaro a tutti indiscriminatamente, e lo ha realizzato con tassi di interesse politici e offerta teoricamente infinita (tanto è la banca centrale che stampa), e così ha gonfiato l’operatività di un settore, chiamiamola “bolla operativa”, che ha mosso la liquidità creando scompensi da una parte e dall’altra.
Ma il problema è dell’imprenditore bancario cui è stato regalato il denaro, o dello Stato che ha creato quel denaro per motivi “etici”?
Certo AG, la crescita deve essere un guadagno diffuso, altrimenti è accaparramento, ma davvero il distribuire “eticamente” denaro a tutti è un modo di diffondere benessere? A me pare solo diffusione di moneta svalutata, e incentivo al consumismo.
Allora cosa fa la ricchezza? Il lavoro (cavolo, anche un marxista lo direbbe)! Bene, lasciamo lavorare le persone, lasciamo lavorare i cinesi e gli africani finché non saranno abbastanza ricchi da pretendere la pensione sociale, e lasciamoli lavorare nei settori dove sono migliori lasciando per noi i settori dove siamo più bravi, e vediamo di arricchirci tutti del lavoro degli altri. E lasciamo che la ricchezza che circoli sia quella prodotta dal lavoro, e non una moneta santificata per legge divina.
Queste cose però vengono fuori da valutazioni imprenditoriali e personali, non politiche, non di un migliaio di politici che ritengono di possedere la vera unica morale e imporla agli altri.
Vedi Leonardo, quello che mi fa davvero un poco incavolare, in senso buono :D, è questa ostinazione degli economisti, soprattutto quelli di matrice liberista, a considerare il Fukuyama de “La fine della storia” come mattone incriticabile di verità assoluta.
Ragazzi cari, l’economia e le società nel corso dei secoli si sono organizzate in tantissimi modi e non solo quello attuale.
Per cui i cinesi e gli africani che lavorano sempre di più non è scontato che diventino abbastanza ricchi per pretendere la pensione sociale.
Non è scritto da nessuna parte: gli schiavi nella società romana hanno lavorato per secoli e non hanno mai avuto la pensione mi pare, come non mi pare ci siano state meravigliose conquiste del welfare nel boom economico lungo due secoli dall’XI al XIII.
Quindi che degli africani, in cui la struttura sociale tribale è ancora preponderante, diventino all’improvviso degli organizzati proletari postmarxisti mi pare alquanto improbabile.
Anzi, mi puzza un po’ di presa per i fondelli, come le “indipendenze” africane degli anni 60, di solito capitanate da ex-soldati indigeni delle potenze coloniali, ai quali le stesse affidarono la gestione dell’ordine pubblico risparmiandosi i costi di usare i loro eserciti per poter continuare a sfruttare le materie prime locali (perchè questa è stata la decolonizzazione nel 95% dei casi).
Smettete per un attimo, un attimino solo, a pensare che tutta la storia umana, e di conseguenza anche quella economica, si apra e si chiuda entro il capitalismo odierno.
Non è scontato, anzi è impossibile. Panta rei.
Sai AG, la tua osservazione è molto pertinente, ma non sono d’accordo, per il fatto che organizzazioni tribali (come esempio) non sono funzionali ad un tipo di sviluppo che se vuoi possiamo chiamare capitalistico.
Lo sviluppo di un popolo passa comunque stadi di progressivo allargamento e integrazione (o interrelazione) che forzano le organizzazioni a superare dimensioni particolarmente locali, e questo comporta anche l’adozione di regole e standard applicabili su ambiti territoriali sempre più vasti.
Un po’ marxisticamente si può dire che l’economia modelli la società, ma questo perché le due cose sono due aspetti di una stessa, e per forza hanno effetti reciproci.
Posso essere d’accordo che l’attuale forma del mondo non sia quella definitiva, anzi sono d’accordo, a meno che non intervengano spinte “politiche” di isolamento o accentramento dei poteri come contrasto a, per quel che vedo, tendenze innate al decentramento. Da qui a dire che una società essenzialmente arretrata (intendo assimilabile ad un passato proprio dell’Europa stessa) possa seguire un percorso assolutamente originale rispetto a quello degli attuali paesi industrializzati, mi pare troppo forzato, se non altro perché quei paesi che si stanno sviluppando e di conseguenza riorganizzando lo stanno facendo incontrandosi con “la vecchia guardia”. L’originalità è possibile e direi benvenuta, ma che sia assolutamente distintiva, io lo escludo.
Certo, non è detto che l’Africa debba passare da un proprio medioevo, che è stato uno dei vari passaggi dell’evoluzione europea, non un buconero, ma decisamente è ancora meno detto che non passerà per stadi progressivi di capitalismo, statalismo, accentramento, decentramento, unione, consociativismo, protesta, conquieste democratiche, consapevolezza e compagnia bella.
Per ora sono molto sulla fase del dittatorialismo (non so se più vicino alla prima Roma o al Fascismo), e spero che finisca presto.
Ma a parte questo, l’economia è uno studio degli scambi tra soggetti che possono essere liberi o vincolati in vario modo.
E le persone scambieranno sempre qualcosa oggi per oggi e oggi per domani. E i meccanismi distorsori di un ente centrale che fissa le ragioni di scambio senza riguardo al valore che le persone attribuiscono a quei beni, sono e saranno sempre analoghi.
E ora andiamo a pranzo, che poi dobbiamo lavorare.
Ragazzi vi ho prenotato un tavolo all’Heritage, li potete discutere sobriamente dell’appropriatezza della riforma delle pensioni di Pinochet.
tra l’altro questa continua associazione statalismo=socialismo è assurda, rivela un’ignoranza paurosa sulle esperienze sia teoriche che pratiche di un socialismo libertario che orignariamente, forse è il caso di ricordarlo giusto per smetterla di dare le cose per scontate, lo stato lo voleva abolire.
Se molti sistemi socialisti non hanno funzionato è perchè dietro alle ponderate constatazioni economicistiche dei molti che hanno basato su questa “neutrale” costatazione l’imposizione di altre ideologie ci stanno anni di controinsurrezione, negazione sistematica delle libertà civili e sociali, dittature appoggiate dal capitale in tutto il mondo. Relegare tutto questo a manifestazioni non correlate al capitalismo è espressione di spudorata cattiva fede. Il fatto che ne siano manifestazioni partitarie e degeneri non implica che non siano correlate, anzi.
La polemologia di stato vs mercato ha stancato un po’ tutti, è davvero il caso che prendiate la vostra copia di Capitalismo e Libertà e la riponiate gentilmente nel cassetto, perchè non è la chiave del mondo, iniziate a rivedere alcuni vostri criteri e forse potrete recuperare quella flessibilità intellettuale di cui un economista ha oggi bisogno più che mai.
Socialismo Libertario è una contraddizione di termini. Ci manca solo che venga fuori che l’URSS di Lenin (colui che aborriva gli economisti, bene ricordarlo) fosse la madre di ogni libero mercato.
Flessibilità intellettuale è un discorso, qui siamo a livello di pensiero debole di Vattimo.
L’URSS era la prosecuzione con altro nome e altri dirigenti dello zarismo, che essendo una delle poche monarchie assolute, era alquanto “statalista”. Le persecuzioni e deportazioni di Stalin contro le minoranze etniche, giusto per fare un esempio, non erano in nulla diverse di quelle a suo tempo fatte dai vari Zar, idem l’industrializzazione forzata che aveva avuto un illustre antenato in Pietro il Grande. Interessantissimo sarebbe poi ragionare sull’universalismo imperiale russo, sia zarista che comunista, di chiara derivazione bizantina (cioè romana), lo stesso da cui deriva anche quello della Chiesa Cattolica (ecco le due chiese) che hanno/avevano pure la stessa forma elettiva di sovrano assoluto scelto dai pari fra di loro (senato/imperatore, politburo/segretario, conclave/papa). Troppe cose per essere coincidenze.
E la Cina di oggi dove è differente dalla Cina imperiale? Nella cooptazione della classe dirigente? Oppure spiegatemi le immani differenze nelle campagne fra gli apparatchnik di partito di oggi e i mandarini del Celeste Impero. Si fa fatica vero?
Quello che voglio dire è che dalla storia non si svicola troppo e hai perfettamente ragione Leonardo quando parli dell’Africa che, purtroppo, non è ancora passata attraverso certi passaggi perchè congelata dalla colonizzazione araba prima e europea in seguito.
Su queste realtà innestare l’esperienza del capitalismo tout court mi sembra perlomeno ardito, così come ardito è pure nel caso cinese. Ma voi che parlate di libero mercato che dite del Giappone dove l’intrico societario difende dalla fine dell’800 l’autarchia del potere economico? Avete mai visto takeover di compagnie giapponesi da parte di operatori esteri? E la forma societaria, a metà strada fra le nostre cooperative e le signorie feudali giapponesi del passato?
Il problema è che siamo in un fase di profonda crisi del modello capitalistico occidentale e il fatto che le imprese delocalizzino in Cina o Namibia non è la prova della sua forza. E’ la prova della sua debolezza.
Ah tu chiami la commistione di potere politico e economico, magari con aziende asservite a scopi politici, “capitalismo”?
Io lo chiamo “socialismo”, e non dire che non c’entra nulla, il socialismo è sempre stato questo: strumenti “privati” per scopi “sociali”. Se poi il politico in testa alla struttura agisce per sé e non per la società, puoi certamente disconoscere il suo operato, ma quello è socialismo.
Se crei un centro di potere politico, devi aspettarti che pensi a rigenerarsi invece di fare il filantropo. Ecco perché esiste questa contrapposizione mercato-stato; il mercato è un modo di sintetizzare la partecipazione di molti “pari” da cui emerge un risultato condiviso da tutti. Lo strumento è per forza il capitale, la possibilità di acquistare, dare (e prendere) credito, inventarsi, e assecondare i propri bisogni nel rispetto di tutti gli altri partecipanti. Un “comitato” di “benpensanti” che decidono per te quanto devi risparmiare, quanto e cosa acquistare, dove e perché investire è socialismo, ed è comunque una iposizione di pochi su molti.
Leonardo, abbi pazienza, chiama col loro nome le cose. Lo stato Bizantino fin dai tempi di Giustiniano, cioè VI secolo, che aveva opifici di proprietà statale, con lo stato che aveva il monopolio del prestito di denaro, che accumulava scorte di grano e altri generi alimentari oltre a imporre spesso la professione ai suoi sudditi a mio modestissimo parere, ma modesto eh, di socialista non ha proprio una ceppa di nulla.
Poi che una classe dirigente russa, che di quella mentalità era imbevuta da secoli di propaganda zarista su Mosca come terza Roma, prendesse spunto da quella esperienza per attualizzare il LORO socialismo, mi pare un discorso completamente diverso.
Più che altro rispondimi sulla debolezza del capitalismo attuale che segue solo la divinità del profitto a breve e per questo sta usando la delocalizzazione come una volta si usava la schiavitù, creando una specie di latifondismo economico che va di pari passo con la mancanza di investimenti e innovazione, e con la finanziarizzazione degli scambi ideata per coprire i propri deficit strutturali e l’insufficiente crescita di ricchezza reale.
ritorniamo al Devoto-Oli…ehm, allo Statuto!
“debolezza del capitalismo attuale”
“che segue solo la divinità del profitto a breve e per questo sta usando la delocalizzazione come una volta si usava la schiavitù”
Il capitalismo, cioè gli imprenditori che vanno a faare impresa come i tedeschi in africa, certo che seguono il profitto, se no sarebbero missionari e non imprenditori. Usano la delocalizzazione perché far lavorare lì costa meno che in Romania. Certo. Usano la schiavitù… non mi pare. Ti risulta che vadano nei villaggi e incatenino i più prestanti perché lavorino? Non mi pare. Tu sei uno schiavo? Non credo. Se poi ogni imprenditore è per definizione negriero perché ruba il prodotto del lavoro degli operai, allora chiudiamo qui la discussione perché non abbiano nulla da dirci.
“creando una specie di latifondismo economico che va di pari passo con la mancanza di investimenti e innovazione”
perché un tedesco lavori ha bisogno per lo meno della struttura, di portarci macchinari, di allacciarsi in qualche modo all’energia, di avere un porto e una strada per arrivarci… mancanza di investimenti? Secondo te ci vanno con secchiello e paletta in Africa? Ma che investimenti ci devono fare, una piscina olimpionica?
Mancanza di innovazione? Aree intere sono senza energia elettrica o acqua, secondo te cosa se ne fanno di un pentium quantico in mezzo all’Africa? non è più necessario un posto di lavoro (dove ci vanno se par loro, non certo con la frusta) un reddito da cominciare a spendere per coprire le necessità?
“e con la finanziarizzazione degli scambi ideata per coprire i propri deficit strutturali e l’insufficiente crescita di ricchezza reale”
finanziarizzazione degli scambi, secondo me qui si va sul mito. La finanza trasferisce moneta da una parte all’altra, non crea nulla né distrugge nulla. La crescita della finanza, e dopo stavolta spero di non ripeterlo più, non è dovuta a una follia degli imprenditori capitalisti, ma è dovuta alla quantità di credito e moneta che le banche centrali, enti governativi, hanno messo in circolazione in ossequio al principio socialista di tutto a tutti in qualsiasi modo.
Dici bene, si gonfia la finanza (attraverso la circolazione di moneta nuova creata dallo Stato) per sopperire a una ridotta crescita reale, ma questo non è il prodotto del capitalismo, questo è il frutto delle scelte statali di voler a tutti i costi scavalcare le leggi economiche, del non voler accettare la ciclicità dell’economia dovuta agli interventi delle banche centrali stesse, è il risultato della forzatura del consumo a scapito del risparmio e della distorsione di quest’ultimo dall’investimento verso la più varia spesa di consumo pubblica. Ma il problema dell’Africa è la mancanza di investimenti, di denaro, e non un calo ciclico, è il problema anche di un paese che non può esportare la propria agricoltura perché i morali stati occidentali proteggono i propri contadini.
Deficit strutturali coperti con la finanza? Gli unici deficit sono quelli di comprensione che non si crea ricchezza dal nulla, il che è quello che fanno tutti i morali stati che creano moneta ad libitum.
Dimmi tu allora, cosa si dovrebbe fare? Isolare l’Africa e darci all’autarchia, così saremo noi a farci i frigoriferi, coltivare solo il proprio orto e fregarcene se il centro africa potrebbe venderci qualcosa? Oppure andare lì solo con i bigliettoni e condirli con il cous cous e lasciare che sia la Provvidenza a investire in campi o in opifici? Oppure piantiamo direttamente il CNR a Mombasa?
A te dà fastidio che qualcuno ragioni in termini a-morali. Bene, a me dà fastidio che qualcuno ragioni confondendo la gestione statale della moneta con la libertà di impresa, e quindi l’origine pubblica degli squilibri mondiali con il capitalista che ti fa lavorare e mangiare.
Ma poi tu… AG… sai che in tedesco è AktienGesellschaft, cioè società per azioni?
“A te dà fastidio che qualcuno ragioni in termini a-morali.”
Assolutamente, io sono un quasi (mancandomi un pugno di esami) storico, della moralità parlando di fenomeni storico-economici me ne sbatto allegramente. Mi da fastidio chiamare socialismo cose che non c’entrano un fico, come se dicessi che Bruto era anarchico perchè pugnalò Cesare…
“Ma poi tu… AG… sai che in tedesco è AktienGesellschaft, cioè società per azioni?”
Si lo sapevo
Appunto basta con sto “principio socialista di tutto a tutti in qualsiasi modo”. E’ piuttosto il principio “consumista” del capitalismo morente che vuole ampliare a dismisura la platea dei consumatori.
Dai su che non veniamo giù dalla montagna del sapone. Se negli USA adesso (come già dissi in maniera simile all’Italia degli 80) non si fosse distribuita per anni ricchezza INESISTENTE tramite le varie bolle speculative come si sostenevano i consumi interni? Chi faceva i ROE a 2 cifre per poi prendersi i superbenefit e le stock option? Come si teneva buona una popolazione che avrebbe dovuto impoverirsi sempre più?
Qui in Italia paghiamo oggi con un impoverimento delle classi medie la politica degli anni 80, e ti dirò che è logico che i grossi possessori di ricchezza invece diventino sempr epiù ricchi perchè la ricchezza si può spostare ma il lavoro, che è la ricchezza delle classi medio-basse, no.
Mi faccio pagare lo stipendio in Lussemburgo o alle Cayman? Non credo di riuscirci.
Qui siamo di fronte al fatto che essendo la crescita oramai a somma zero, perchè non si può più drogare il mercato per trovare nuovi consumatori, se cresce la Cina calano gli USA. Questo imputo al capitalismo liberista, questo sogno della crescita infinita che porterà benessere a tutti dagli eschimesi agli ottentotti. Questo è stato il capitalismo liberista a farlo non certo il “socialismo” di cui stai fanfaronando.
Il capitalismo che ha fatto credere a chi poteva comprare due cellulari nuovi l’anno che era ricco, quando col suo stipendio, invece, non potrà mai comprarsi beni reali quali un appartamento mentre i suoi padri, che non avevano il nuovo Nokia e il volo “low cost” per Londra, spesso con un solo stipendio da impiegato in famiglia si compravano pure la casa al mare e crescevano un paio di figli.
Come dicevo a me non frega un fico secco se il capitalismo liberista è buono o cattivo, è morale o amorale. Dico solo che ha raggiunto il picco e sta già cadendo, e sembra pure velocemente. Altro che salvare l’Africa, prepariamoci a salvare noi stessi.
E’ stata dura ma siamo tornati al punto di partenza.
Creare ricchezza inesistente non è capitalismo, è una aberrazione dello Stato, che lo fa perché a nessuno manchi nulla. Essendo una aberrazione porta risultati aberranti, tipo più sperequazione.
E sicuramente non è liberismo, è una ingerenza di un ente non privato e fuori dal mercato.
Il capitalismo per funzionare non deve avere un numerario preciso, questo invece è arbitrario.
Poi tu dimmi che non è socialismo una banca centrale che crea continuamente moneta, che inflaziona, che illude che tutti possano comprarsi la casa o l’auto nuova, che abbassa i tassi e stimola il credito al consumo; dimmi tu che non è socialismo privilegiare il consumo al risparmio per volontà statale. Chiamalo come ti pare, ma non è capitalismo.
Ti invito a farti un paio di letture, se ti va.
http://ideashaveconsequences.o.....ontano/leo
http://ideashaveconsequences.o.....finire/leo
Ciao, societé anonyme
E’ ormai appurato che tutti sanno che il sistema banario attuale è in bancarotta e sta in piedi solo grazie all’interventismo delle banche centrali.
Questo lo dico io, lo dice Leonardo, lo dice AG, lo avrebbero detto anche Keynes nel 1936 e Mises nel 1920, se avessero conosciuto Greenspan, e Mises una mezza idea prima del ‘29 per una situazione MOLTO simile se l’era fatta. Praticamente lo dicono tutti tranne Lucas e Prescott.
Il problema è capire le cause.
Per AG il problema è endogeno al sistema bancario, che a sue volte è endogeno al sistema di mercato.
Ma la politica monetaria è regolata dall’alto come i prezzi in un regime socialista, e l’interesse è l’unico prezzo non determinato da domanda e offerta dei privati nell’attuale so-called-capitalism.
Per me e Leo il problema è causato dallo stato che manipola la politica monetaria, impedendo al mercato di entrare in equilibrio, fissando dall’alto il prezzo del credito anzichè consentendo il normale processo di pricing del mercato.
Io aggiungo, e sono sicuro che Leo è d’accordo, che il problema è anche endogeno al sistema bancario: un sistema così massicciamente fiduciario si regge su una capocchia di spillo, basta una farfalla in Tailandia per causare fallimenti a catena in tutto il mondo.
Rimane da vedere se un sistema bancario siffatto sarebbe possibile senza manipolazione della politica monetaria da parte dello stato…
Quindi sono tutti d’accordo con una tesi: che l’attuale “capitalismo” è instabile e si evitano tragedie come il ‘29 solo iniettando credito artificiosamente nel sistema, senza alcun rispetto per la domanda e l’offerta, in maniera dirigista e fondamentalmente socialista.
Rimane da vedere se questo sistema instabile non sia che l’ennesima incarnazione del problema dell’interventismo: domanda e offerta possono uguagliarsi solo se i prezzi sono liberi di muoversi. E il prezzo del credito è fissato dallo stato anzichè dal mercato, quindi non è mai, se non per sbaglio, in equilibrio. Per ragioni politiche, è sempre eccessivamente disponibile, tranne quando le banche stanno sull’orlo del precipizio.
Pietà… “n maniera dirigista e fondamentalmente socialista.” ti prego pietà… ”
La colpa, caro Bruto, non è delle stelle nostre, ma di noi stessi che siamo anime di schiavi”.
Il dirigismo è la scorciatoia per le imprese rispetto ad un mercato concorrenziale. Non è socialista. E’ economia assistita per capitalismo sottosviluppato.
Il dirigismo è di destra perchè cementifica le classi sociali.
Ecco, dopo aver introdotto l’insussistente dicotomia destra-sinistra che non c’entra nulla con le nostre esposizioni, posso considerare la discussione esaurita, eventualmente rinviata ad un prossimo argomento.
E io che volevo parlare di economia… M’associo alla delusione di Leonardo.
Mi consolerò leggendo Stiglitz e Greenwald. 
Non mi pare di essere stato io ad indicare il “socialismo” come il male assoluto buttandola in politica. Siete voi che ce lo mettete ogni 2×3 in ogni insalata.
Concordo che il dirigismo non è di destra né di sinistra: è, come ho scritto sopra, il tentativo di un capitalismo sottosviluppato di non pagar dazio e di tenere bloccato l’ascensore sociale.
Che questo sia una mentalità da conservatori è evidente (tanto che si parte dalla Destra Storica dei primi danni dell’unità d’Italia e si finisce a Tremonti), che l’URSS non fosse un faro del progresso altrettanto (visto che riprendeva una organizzazione statale vecchia di 15 secoli) e che la sinistra italiana sia intossicata dalla mania regolatrice (che però è più derivante dalla nostra cultura statuale che dalle ideologie) pure. Aspettiamo di vedere il calderolo che semplifica lo stato, purtroppo ci toccherà farlo abitando in Italia.
[...] Parimenti mi parrebbe ingenuo pensare a una mossa francese volta solo a recuperare la “corsa all’Africa” della [...]