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Sentenza Bolzaneto: sette condanne, 33 prescrizioni e quattro assoluzioni

Sette condanne, 33 prescrizioni del reato e quattro assoluzioni per Bolzaneto. Dopo la sentenza Diaz ora arriva la parola fine su una delle pagine più vergognose della storia della gestione dell’ordine pubblico in Italia. I quattro imputati assolti sono Oronzio Doria, Franco Valerio, Aldo Tarascio e Antonello Talu, appartenenti alle Forze dell’Ordine. Ma la Cassazione ha anche ridotto i risarcimenti stabiliti in appello a favore dei No Global vittime di violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. La suprema Corte ha annullato senza rinvio alcune statuizioni nei confronti di diverse parti civili, mentre per altre ha disposto una nuova valutazione da parte del giudice civile. La quinta sezione penale presieduta da Gaetanino Zecca ha ridotto in parte i risarcimenti e, in parte, ha stabilito che dovranno essere rideterminati da un giudice civile “per assenza di prova”. Qui il dispositivo della sentenza.

SENTENZA  BOLZANETO – I giudici, scrive l’Agi, hanno rigettato il ricorso presentato dalla procura generale di Genova, in cui si chiedeva di sollevare questione di legittimita’ costituzionale sul mancato adeguamento dell’Italia ai principi della convenzione europea che sanciscono l’imprescrittibilita’ di ogni reato commesso in violazione della norma che pone il divieto di trattamenti inumani e degradanti. In Italia, infatti, non e’ stato introdotto il reato di tortura. I sette imputati per cui e’ stata confermata la condanna, ricorda ancora l’Agi, sono l’assistente capo di polizia Massimo Luigi Pigozzi (tre anni e due mesi per lesioni aggravate), accusato di aver ‘strappato’ una mano al manifestante Giuseppe Azzolina, gli ispettori di polizia Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco (condannati a un anno perche’ rinunciarno ai termini di prescrizione), gli agenti penitenziari Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (un anno), e il medico Sonia Sciandra (due anni e due mesi), accusata di falso ideologico nella compilazione delle cartelle cliniche. Sciandra e’ stata invece assolta dal reato minaccia, in concorso con un altro imputato Aldo Amenta, ai danni di Giuseppe Azzolina “per non aver commesso il fatto”.

LA STORIA – I giudici  si sono riuniti in camera di consiglio a partire dalle 10 di stamane. Erano quarantaquattro gli imputati nel processo, poliziotti, carabinieri, agenti e medici della penitenziaria: per 7 di loro la Corte d’appello di Genova, il 5 marzo 2010, pronunciò sentenza di condanna, per gli altri l’intervenuta prescrizione del reato. Tutti, pero’, secondo i giudici di secondo grado, dovevano risarcire, con quasi 10 milioni di euro, i circa 150 no-global che hanno vissuto l’inferno nella caserma di Bolzaneto nella notte tra il 21 e 22 luglio 2001, dopo gli scontri al G8 di Genova.

Anto-globalisation activists pass by police troops

RISARCIRE MENO – I risarcimenti sono stati già definiti esecutivi dalla Suprema Corte ma non sono ancora stati pagati. Giuseppe Volpe, sostituto pg di Cassazione, l’8 maggio scorso, ha chiesto che vengano ridotte le cifre stabilite in appello, cheidendo l’esclusione delle parti civili che non fecero ricorso contro le 30 assoluzioni pronunciate al primo grado. Non solo, Volpe ha anche sollecitato la conferma delle condanne e delle prescrizioni disposte dai giudici in appello, mentre ha chiesto che venga dichiarata infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dalla Procura generale di Genova, sul mancato adeguamento dell’Italia ai principi della Convenzione europea. Se la Cassazione confermerà l’ultima sentenza le condanne nei confronti dell’assistente capo di Polizia Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi per lesioni aggravate), degli ispettori di Polizia Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco (1 anno direclusione) diventeranno definitive. Così come quelle del medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi per falso ideologico nella compilazione delle cartelle cliniche) e degli agenti penitenziari Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (condannati a un anno). In caso di conferma tutti i 44 imputati rischiano sanzioni disciplinari da parte della Pubblica amministrazione.

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TUTTI I NUMERI – I numeri del caso Bolzaneto sono impressionanti: sono oltre 180 le udienze fatte, 360 i testi depositati in aula e 155 le parti civili. Qui ci sono tutte le carte del percorso che ha portato al primo grado. Il tutto è iniziato nell’ottobre 2005 e vede una cinquantina di legali per la parte civile e 60 circa gli avvocati della controparte.

guarda le carte della sentenza di primo grado:

(Carte disponibili su processig8.org)

L’INIZIO – Parte tutto da due agenti, che vuotano il sacco nel gennaio 2004 e parlano delle violenze sui manifestanti trattenuti alla caserma di Bolzaneto, adibita a centro di detenzione temporaneo, dopo gli scontri del G8. E’ da quella ammissione che inizia il cammino dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. E’ bastata una frase: “Li hanno picchiati, da quando sono usciti dai cellulari a dentro le stanze della caserma di Bolzaneto“. L’11 maggio 2004 arrivano i 47 rinvii a giudizio: abuso d’ufficio, abuso d’autorità su arrestati, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce e falso ideologico. Quest’ultimo capo d’accusa è legato ai verbali di immatricolazione in cui si sosteneva che gli arrestati erano stati informati dei loro diritti, rinunciando ad avvisare parenti e consolati. tra le righe della memoria depositata a marzo del 2005 dai PM trapela la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani (tortura e i trattamenti inumani e degradanti).

PRIME UDIENZE – Il 12 ottobre 2005 sono 45 in totale gli imputati, quattordici di loro appartengono alla Polizia Penitenziaria. Tra Carabinieri e agenti e funzionari della Polizia di Stato figura anche il vicequestore Alessandro Perugini, all’epoca vicecapo della Digos di Genova e l’ispettore Anna Poggi, vicequestore a Torino. Nel banco degli imputati anche Giacomo Toccafondi che, secondo i Pm, avrebbe violato norme dell’ordinamento penitenziario dando l’ok per controlli sanitari “non conformi ai diritti e alla dignità della persona visitata”. I particolari inquetanti della caserma emergono durante l’esame delle parti offese nel 2006. Dal cosiddetto “comitato d’accoglienza” con insulti e violenze sui fermati all’obbligo di stare in piedi, tenere le braccia alzate sul muro e le gambe divaricate per ore. Nell’udienza del 6 Novembre 2007, M.T., 52 anni, poliomielitico, claudicante, con una protesi alla gamba, parla del suo pestaggio subito da agenti della penitenziaria proprio perché a causa di forti dolori non riusciva più a tenere quella posizione indicata dagli agenti. Obbligo di “flessioni pubbliche” e canzoni su Pinochet, spray urticante nelle celle, piercing strappati, attese di ore per un bagno. Dalle deposizioni emergono anche condizioni difficili per le donne che in caso di mestruazioni non potevano ricevere assorbenti. Per 48 ore non erano distribuiti pasti regolari, acqua o presidi sanitari: solo qualche biscotto e panino.

NON RICORDO E NON C’ERO – Dalla parte della difesa molti agenti dichiarano di aver passato poco tempo nelle celle, altri non ricordano più i “maltrattamenti” di cui sono stati testimoni. Rischiando perfino di finire indagati per falsa testimonianza, come l’infermiera F. M., per le dichiarazioni fatte in aula il 07 Maggio 2007. Il 25 settembre 2007 c’è l’ultima fase del dibattimento. Toccafondi, durante le udienze del 12 e 15 ottobre 2007, parla di aver affrontato la situazione secondo il “modello start” ovvero il protocollo usato in caso di gravi emergenze, da attentati a catastrofi naturali. Una metodologia che però prevede un triage veloce e superficiale, chiedendo in caso di riscontro di lesioni, l’origine della ferita. Toccafondi farà poi carriera nella Asl genovese. Al primo grado la difesa chiede l’assoluzione piena dei propri assistiti. Nell’arringa della difesa si parlerà di come certi metodi duri altro non fossero che ordinari penitenziari, resi difficili dalla particolare situazione e dalla “disorganizzazione” generale.

PRIMO GRADO – Il 14 luglio 2008 si conclude il processo di primo grado, con 15 condanne (tra i 5 mesi e i 5 anni) e trenta assoluzioni. Tutto ciò nonostante l’accusa che aveva chiesto la condanna di tutti e 54 gli imputati. La cifra da pagare è sui circa 4 milioni di euro tra risarcimenti alle parti civili e spese legali. I reati in questione però cadranno in prescrizione nel 2009, grazie all’indulto approvato nel 2006, dove anche in caso di condanne definitive difficilmente si sconterà la inflitta. Nel dispositivo della sentenza, vengono elencate le numerose vessazioni:

“lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni”, “distruzione di oggetti personali”, “insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne […], a quelli razzisti […] a quelli di contenuto politico” e varie minacce, “spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle”, “percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali […] inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli”

VUOTO NORMATIVO – Il problema che trascinerà Bolzaneto nell’oblio e nei meandri di appelli e prescrizione è che nell’ordinamento italiano non c’è indicazione specifica di reato di tortura, indi per cui i pm possono solo aggrapparsi all’abuso di ufficio. Nello specifico la prima sentenza riporta:

L’elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nel giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana e, segnatamente, a quella che ne costituisce la Grundnorme, la Carta Costituzionale, e in una particolare (e si spera irripetibile) situazione ambientale, hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini.

e quindi:

purtroppo, il limite del presente processo è rappresentato dal fatto che, quantunque ciò sia avvenuto non per incompletezza nell’indagine, che è stata, invece, lunga, laboriosa e attenta da parte dell’ufficio del P.M., ma per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la Pubblica Accusa, la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso “spirito di corpo”) la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignoto

SECONDO GRADO – Il 5 marzo 2010 i giudici d’appello di Genova, ribaltano la decisione di primo grado, emettendo 44 condanne. E’ comunque troppo tardi dato che la maggior parte di queste sono ormai reati prescritti, anche se viene stabilito un risarcimento. Sette imputati vengono condannati penalmente. Amnesty International fa notare come il vuoto normativo abbia permesso la prescrizione dei reati. Non solo, ad aggiungersi a ciò ci pensa l’avvocatura dello Stato, che ritiene eccessive le somme liquidate, ne sospende il pagamento e procede così col ricorso in Cassazione. Per la sentenza della scuola Diaz sono state confermate in via definitiva le condanne per falso aggravato inflitte agli alti funzionari di polizia coinvolti nei fatti di violenza avvenuti il 21 luglio 2001. Il cammino di Bolzaneto oggi si ferma qui, nella quinta sezione penale. Senza ancora un reato di tortura e un processo forse durato troppo a lungo. E’ la giustizia bellezza.