Il Pd in Europa deve scegliere
10/06/2008 - Le elezioni europee del 2009 si avvicinano e il Partito Democratico non ha ancora deciso dove collocarsi. Ma il tempo stringe e la questione va risolta al più presto. Che a fronte di un risultato non esaltante alle elezioni il
Le elezioni europee del 2009 si avvicinano e il Partito Democratico non ha ancora deciso dove collocarsi. Ma il tempo stringe e la questione va risolta al più presto.
Che a fronte di un risultato non esaltante alle elezioni il cammino di Walter Veltroni sarebbe stato pieno di insidie all’interno del suo stesso partito era ampiamente prevedibile, così come era prevedibile che prima o poi, con le europee del 2009 che si avvicinano, sarebbe tornata alla ribalta l’annosa questione della
collocazione europea del Partito Democratico. Quello che non era prevedibile è che la questione sarebbe stata messa in termini così perentori da Francesco Rutelli, che nei giorni scorsi ha riaperto il dibattito sulla faccenda con una lettera inviata ai parlamentari a lui più vicini.
PROPRIO TU? - E dire che Rutelli era stato finora un alleato prezioso per Walter Veltroni. Ispiratore col suo Manifesto dei coraggiosi della dottrina dell’andare da soli, candidato successore al Campidoglio del segretario del Pd, l’ex-leader della Margherita sembrava anche abbastanza insofferente al fuoco di fila della corrente più smaccatamente anti-veltroniana, che mette insieme dalemiani e popolari. Qualcosa però è cambiato. Nel giro di poche settimane, complice la sconfitta alle elezioni amministrative e l’intensità della polemica col segretario da parte del fronte di cui sopra, Francesco Rutelli ha percepito chiaramente il rischio di essere messo ai margini della dialettica nel partito, schiacciato tra un fronte veltroniano che non gli appartiene – e probabilmente nemmeno gli conviene sposare, con tutte quelle istanze di rinnovamento – e uno popolar-dalemiano che ammicca spesso e volentieri alle macerie della sinistra radicale. Da qui la necessità di uno smarcamento, e quale questione si presta meglio della collocazione europea del Partito Democratico?
CI RISIAMO - Bisogna dire però che il problema della collocazione europea non se l’è certamente inventato Rutelli. Si discute di questa faccenda ormai da quasi due anni, e a nulla è servita la formula ambigua contenuta nella fu mozione Fassino – insieme al Pse: con o nel? – né la frettolosa modifica nello statuto del Pse nel quale si allarga il campo di appartenenza al partito ai “democratici europei”. Le due parti in gioco sono le stesse di sempre: gli ex-Ds a reclamare l’approdo, quantomeno in modo federativo, nel gruppo che è proprio di tutti i partiti riformisti d’Europa, dal Labour al Psoe, dal Pasok alla Spd; gli ex-Dl avvolti attorno al mantra che “non possiamo morire socialisti” e desiderosi di stringere alleanze con l’Alde e il Pde. L’impressione è che le parti si siano schierate talvolta in maniera talmente pregiudiziale per l’una o per l’altra posizione da essersi completamente cristallizzate. Allo stato attuale si tratta di un vero e proprio braccio di ferro: il punto della questione non è più capire se il Pd starà dentro o fuori il Pse, quanto quale delle due parti riuscirà a imporre all’altra la sua visione delle cose. Una prova di forza, insomma.
CHIAMATE MR. WOLF - D’altra parte, le possibili soluzioni di compromesso non si trovano dietro l’angolo. Walter Veltroni preferirebbe andare da solo anche in Europa, ma – in un contesto radicalmente diverso da quello delle ultime elezioni – questa scelta sarebbe la dimostrazione plastica e definitiva dell’incapacità di prendere posizioni chiare e dare una forma ai contenuti post-ideologici del nuovo partito. Massimo D’Alema spinge per un accordo federativo che porti alla creazione di un gruppo Pse-Pd che salvaguardi l’autonomia dei democratici italiani fermo restando l’intensa collaborazione col Pse (dentro il quale
troveranno posto i parlamentari di Sinistra Democratica, mai così vicina al Pd). I popolari e i rutelliani preferiscono l’ingresso nel piccolo Pde, che hanno contribuito a far nascere, o quantomeno nell’Alde, dove troverebbero sì quei mangiapreti dei radicali ma anche un folto drappello di liberaldemocratici inglesi e tedeschi. Trovare la quadratura del cerchio sarà veramente complicato, specie considerata la fase di enorme debolezza attualmente attraversata dalla leadership di Veltroni.
DADI DA TRARRE - Eppure la questione non è più rimandabile. Pensare di iniziare una campagna elettorale – prima di quel che sembra: passata l’estate il 2009 è dietro l’angolo – senza aver chiarito e digerito la questione della collocazione europea del partito sarebbe un suicidio in piena regola, a cui nessuno vuole arrivare. E allora al momento – in attesa della convocazione dell’assemblea costituente del congresso-tematico-resa-dei-conti – non si trova nulla di meglio che appigliarsi al meeting del Pse, che prende inizio proprio oggi a Napoli: a meno che quei dannati socialisti non s’inventino qualcosa, la strada per il Pd da qui al 2009 si farà sempre più in salita.













vi si è incantato il disco?
Faccio anche a voi la domanda che continuo a pormi: che vuol dire aderire al PSE?
Questa è la situazione della libertà creata
nei decenni da TUTTI, in quella disastrata ed
irriformabile penisola:
http://scaruffi.blogspot.com/2008/04/prosecutors-office-for-taichung-branch.html
…Il PD c’è dentro…
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