Il ministro Alfano e il calcolo empirico

10/06/2008 - “Secondo un calcolo empirico, una grandissima parte del nostro Paese risulta intercettata“. In una nazione normale, quando un ministro della Giustizia appena eletto se ne esce con dichiarazioni del genere, l’attenzione dell’opinione pubblica dovrebbe andare al massimo. Specialmente quando dice

     
 

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Secondo un calcolo empirico, una grandissima parte del nostro Paese risulta intercettata“. In una nazione normale, quando un ministro della Giustizia appena eletto se ne esce con dichiarazioni del genere, l’attenzione dell’opinione pubblica dovrebbe andare al massimo. Specialmente quando dice tutto ciò in un’occasione ufficiale come la Commissione Giustizia della Camera: “È un fatto acclarato e condiviso. E poi il numero delle intercettazioni fatto nel nostro Paese, 100 mila all’anno, non è giustificato dal numero degli abitanti visto che negli Stati Uniti se ne fanno 1700 e in Svizzera ad esempio 1300; spesso il Codice è stato violato senza che ci siano state condanne rinvenibili» per questo reato“. Insomma, una vergogna. Un’ignominia, un’infamia indegna di un paese civile. E anche costosa, ci fa sapere l’Alfano, in maniera non più sostenibile da un’amministrazione pubblica che deve tagliare i costi se vuole sopravvivere.

Peccato che le cose non stiano così. Lo spiega Carlo Bonini su Repubblica : “Quel primo numero, dunque – 124.845 – racconta di una popolazione di ascoltati meno fitta di quel che appare. Verosimilmente inferiore agli 80 mila indagati, meno dello 0,2 per cento della popolazione del nostro Paese. [...] Anche sulla spesa, c’è qualche sorpresa. Nonostante nel 2007 le utenze intercettate abbiano raggiunto il numero più alto degli ultimi sei anni, il risparmio è stato di 84 milioni di euro rispetto al 2005 e di 5 rispetto al 2006. [...] “Le intercettazioni si mangiano un terzo delle spese di giustizia”. Ma anche questa circostanza non appare esatta. Il bilancio per la giustizia del 2007 è stato di 7 miliardi di euro, di cui i 224 milioni per intercettazioni non rappresentano evidentemente il 30 per cento. Al contrario, quella cifra è un terzo di uno dei capitoli di bilancio del ministero. Quello cosiddetto delle “spese di giustizia obbligatorie“. Quelle, per intendersi, su cui gravano anche i consulenti, i periti. Le stesse spese al cui pagamento è condannato, per legge, “l’intercettato” riconosciuto colpevole e che, normalmente, il ministero rinuncia quasi sempre ad esigere.

Insomma, basta fare un po’ di tara e si scopre che le parole del ministro sono allarmistiche, infondate, praticamente false. Ovviamente, a notare tutto ciò non dovrebbe essere, in primo luogo, un giornalista, ma l’opposizione in parlamento. La quale dovrebbe essere in possesso di numeri in grado di zittire Alfano, mostrarglieli e attendere la sua risposta, che non può essere che di diniego. Ma tutto questo in Italia non accade. Perché l’Al lupo Al lupo gridato sulle intercettazioni è assolutamente bipartizan: nei vari scandali che si sono susseguiti in questi anni son finiti dentro personaggi insospettabili, oltre a tutti i vari mammasantissima e agli “homines novi” della finanza di questi anni. E’ accaduto a causa di un cavillo di legge: non si può intercettare il telefonino di un parlamentare senza autorizzazione – e questo già di per sé porta un clima di impunità per la classe politica – ma si possono ascoltare e rendere pubbliche (una volta che l’indagine è conclusa) quelle di un privato cittadino, anche quando è al telefono con un onorevole.

Per questo la proposta di Silvio raccoglierà consenso unanime presso l’establishment: perché sembra fatta su misura per garantire l’impunità a tutta la classe dirigente del paese. Anche con le aggiunte su concussione e corruzione richieste dalla Lega, ad esempio, rimarrà vietato intercettare quando sono in ballo reati come l’aggiotaggio e l’insider trading. Ovvero, proprio quei reati che hanno consentito le intercettazioni di Fiorani - con il governatore della Banca d’Italia Fazio - e Consorte e Ricucci - con tutto lo stato maggiore degli allora Ds. Non parliamo di renderle pubbliche: anche quello ai giornalisti non sarà consentito.

E invece dovrebbe essere il contrario. Perché in un paese normale il cittadino comune dovrebbe essere in grado di sapere, anche se per caso e come risultanza di un’indagine, cosa dice la classe politica e l’alta finanza al telefono. Solo così il cittadino è in grado di esprimere un voto consapevole. Consapevole, ad esempio, che se D’Alema ritiene Ricucci un astro nascente del nostro capitalismo, in contrapposizione con i signori dei salotti, il cittadino – a cui basta guardare in faccia l’ex marito di Anna Falchi per capire – può legittimamente comprendere che il sopracitato D’Alema non è che ci colga tanto, con i giudizi sulle persone. Perché puoi fare un errore una volta definendo Gnutti un “capitano coraggioso“, ma se questo accade sempre, sei tu che non ci sai cogliere. E forse la ricerca delle partnership finanziarie non fa per te: occupati d’altro. Invece mi sa che tutto questo si farà. Perché alla fin fine conviene davvero a tutti, anche a chi oggi urla facendo finta di dissentire. O magari sta usando le intercettazioni come merce di scambio per garantirsi la permanenza sulla poltrona più alta del Partito Democratico. Perché, se Veltroni sta oggi dove sta, è soprattutto perché il suo nome non venne mai fuori durante la maledetta estate dei furbetti del quartierino. A ragione, visto che lui ha sempre preferito i rapporti con gente più solida (costrutturi, quelli veri, soprattutto, e banchieri). Quindi, una retromarcia sulle intercettazioni si farà solo se come partita di scambio arriva qualcos’altro. E non è detto che sia un’ipotesi così peregrina…

     
 

21 Commenti

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