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Tiritì e la lotta contro “la pattumiera della Sicilia”

Ha un nome da filastrocca, ma non evoca nient’altro che paure e miasmi. Per i cittadini di Misterbianco e Motta Sant’Anastasia, due comuni in provincia di Catania, quella di Tiritì è la storia di un incubo che dura ormai da quarant’anni. In quest’angolo di Sicilia, in una contrada dell’hinterland etneo, c’è una discarica che rischia di diventare la “pattumiera dell’isola”, come denuncia da tempo la comunità locale. Tutto a pochi passi dai centri abitati: in linea d’aria, a soli quattrocento metri dall’impianto – che ricade sul suolo di Motta – ci sono le abitazioni dei residenti di Misterbianco.  Un Comune di 50mila abitanti, in passato già sciolto per mafia. Eppure, in base a una legge regionale approvata nel 2010, questi siti dovrebbero essere realizzati almeno a 5 chilometri di distanza dai centri abitati. Una norma rimasta sulla carta, almeno in questo caso. Contro l’ampliamento del vecchio sito, nell’adiacente terreno di contrada “Valanghe d’Inverno”- autorizzato dalla Regione nel 2009 – continuano a battersi i cittadini, riuniti nel “Comitato Contro la discarica”.  Sabato scorso si sono radunati ancora una volta all’ingresso del sito, per bloccare gli auto compattatori. Da una settimana i camion erano tornati a sversare rifiuti, dopo la chiusura del vecchio impianto, quando un mese fa era stata raggiunta la capienza massima. “Altro che ampliamento, qui si tratta di una discarica dalla capacità triplicata”, denunciano però gli attivisti, sottolineando come sarà possibile ora accogliere fino a 2 milioni e mezzo di metri cubi di immondizia. Per questo si sono appellati alla politica, spaventati per le conseguenze sulla propria salute: mercoledì sarà l’Assemblea regionale siciliana a discutere una mozione presentata dal Pd – e appoggiata dal M5S – che dovrà esprimersi su un provvedimento di revoca in autotutela dell’autorizzazione. Ma i Comitati hanno provato ogni strada possibile contro rifiuti e miasmi: se da Palermo non arriverà la risposta attesa, resterà la speranza dell’intervento della giustizia amministrativa. Questo perché il 23 ottobre sarà il Tar della Lazio a  valutare nel merito la legittimità dell’autorizzazione per l’ampliamento, dopo il ricorso presentato sia dal Comitato che dal Codacons.

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LA STORIA DELLA DISCARICA DI TIRITI’ – “Inaugurata” negli anni ’70, la discarica di contrada Tiritì, che sorge nella nota Valle dei Sieli, è stata più volte chiusa e puntualmente riaperta. Più di trent’anni fa cominciò a ricevere i primi rifiuti e, in pochi anni, decine di comuni finirono per scaricarvi la propria immondizia. Tiritì si ampliò a dismisura, creando disagi notevoli ai cittadini di Misterbianco e Motta. Un’emergenza igienico-ambientale che ha messo per anni a rischio la salute dei residenti, stressati dai miasmi insopportabili e da un’aria diventata tossica e irrespirabile, tanto da costringerli a tenere porte e finestre chiuse. Anche d’estate, quando il termometro raggiunge i quaranta gradi. A Tiritì hanno già scaricato enormi quantità di rifiuti i comuni delle province di Catania, Messina e Ragusa, oltre che diversi soggetti privati. Proprio per colpa di quegli odori nauseanti, nel 1992 Tiritì fu chiusa per la prima volta. A protestare contro la discarica erano già stati in tanti, dalla società civile alla politica locale. Poi, nel 1997, con un provvedimento provvisorio, la Regione decise per la riapertura. L’anno seguente, il sito, sequestrato ai titolari sotto processo per associazione mafiosa, fu affidato ad un curatore nominato dal tribunale. Era stato Salvatore Proto, padre di Domenico che dirige oggi la Oikos, a finire in carcere in un’inchiesta su appalti mafiosi per la base Nato di Sigonella. Accusato di essere un prestanome del clan Santapaola, Proto fu  assolto in primo grado dalle accuse.

UN SINDACO CONTRO – Il 1999 poteva essere l’anno della svolta, quando, con il decreto sull’emergenza rifiuti, vennero assegnate ai prefetti le competenze in materia ambientale. Come racconta nel libro “Sindaco per passioneNino Di Guardo, oggi primo cittadino di Misterbianco (lo era già stato tra il 1988-89 e il 1993-2002) e storico sostenitore delle battaglie dei comitati civici, fu il prefetto di Catania, Tommaso Blonda, a voler inizialmente puntare alla chiusura della discarica privata di Tiritì, considerata fuori legge. Nei piani doveva funzionare soltanto per pochi altri mesi, in modo da fronteggiare l’emergenza.  Nel frattempo sarebbe stato realizzata un’altra discarica, lontana dalle case della comunità locale, con l’idea di affidare la gestione a un soggetto  pubblico. Fu presentato al prefetto il progetto Etnambiente, un consorzio pubblico costituito da otto comuni, con Misterbianco in testa e Motta Sant’Anastasia – il cui sindaco era Angelo Giuffrida, anche in questo caso lo stesso di oggi – che decise all’ultimo momento e “in modo inspiegabile” di prendere tempo e non aderire alla partecipata. “Quando tutto sembrava pronto, il prefetto – ricorda Lo Guardo –accampò stani pretesti e disse che bisognava consultare i giuristi prima di togliere la gestione della discarica al privato”. In pratica, il progetto finì nel dimenticatoio.

TROPPI INTERESSI – Nel 2000 si rischiò l’emergenza ambientale, quando l’accumulo di biogas scatenò un’esplosione, tanto da causare una frana che liberò nuovi miasmi. Due anni dopo, spuntò anche un possibile finanziamento da dodici miliardi di euro, per la realizzazione di un nuovo impianto. Eppure la questione veniva osteggiata e rinviata, mentre la gara d’appalto non venne mai realizzata. Finché nel 2005 non fu Salvatore Cuffaro, commissario delegato per l’emergenza rifiuti in Sicilia, a dichiarare la discarica nuovamente idonea a raccogliere per altri dieci anni l’immondizia. Nessuno voleva chiudere Tiritì: troppi gli interessi – economici e non solo – legati alla “munnizza” (l’immondizia, in dialetto siciliano). La discarica ammorba l’aria, spaventa per le conseguenze sulla salute, ma garantisce introiti milionari ai gestori del sito – l’azienda Oikos Spa, di proprietà della famiglia Proto, con un fatturato di  28 milioni di euro l’anno – e posti di lavoro per tutta la provincia. Sono 124 i dipendenti che lavorano nella ditta – inserita in una rete di altre società – compresi “amici e familiari dei politici”, si denuncia in paese. Per il comune di Motta, poi, la presenza della discarica nel suo territorio, comporta anche il pagamento di ingenti royalties da parte della ditta:  “Due milioni di euro l’anno essenziali per il bilancio di un ente che altrimenti rischierebbe la bancarotta. Ma che sono sempre versati in ritardo, tanto che oggi abbiamo almeno 3 milioni e mezzo di euro da riscuotere”, spiega Danilo Festa, un giovane consigliere comunale locale, eletto tra le fila del Partito democratico.  Fondi che, secondo quanto denunciato da Festa, non possono che influenzare le scelte dell’amministrazione, criticata per non essersi espressa in modo netto contro quello che i cittadini definiscono un classico ecomostro.

L’AMPLIAMENTO E LA MOZIONE ALL’ARS – Qualche mese fa la discarica è stata chiusa per aver raggiunto – come ha spiegato la ditta – i limiti di capienza. Problema risolto? Neanche per sogno. Perché la Oikos aveva ottenuto il 19 marzo 2009 dalla regione Sicilia  l’autorizzazione ambientale integrata per l’ampliamento  del sito, a poche centinaia di metri più in là, in contrada “Valanghe d’Inverno”. La discarica potrà ora accogliere 2 milioni e mezzo di metri cubi di rifiuti. Quando fu concessa l’Aia, il governatore era Raffaele Lombardo (Mpa), poi imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e per voto di scambio. Forte dell’autorizzazione, da alcuni giorni Oikos ha annunciato la ripresa delle attività e l’apertura del nuovo sito: gli auto compattatori sono tornati a scaricare, nonostante le proteste di gran parte dei cittadini dei due Comuni, riuniti nel “Comitato Contro la Discarica”. Da anni ormai stanno cercando di percorrere tutte le strade possibili per tutelare il loro diritto alla salute, così come il futuro dei loro figli. Per questo, dopo diverse manifestazioni, sabato si sono radunati all’ingresso della discarica, bloccando i mezzi che trasportavano l’immondizia e lanciando il loro appello al nuovo governatore, Rosario Crocetta. “Non turarti il naso”, si leggeva in uno striscione con il quale cittadini e attivisti attendevano il presidente della regione Sicilia, atteso a Belpasso – altro centro catanese – per alcune iniziative elettorali. Ma Crocetta alla fine non si è presentato. Forse – denunciano in città – avvertito delle possibili contestazioni. Per il “Comitato Contro la Discarica” non resta così che affidarsi all’Ars (l’Assemblea regionale siciliana): martedì saranno i deputati – così si chiamano, in Sicilia, i consiglieri regionali – a discutere una mozione presentata da alcuni esponenti del Pd – con il democratico Anthony Barbagallo primo firmatario –  e appoggiata anche dal gruppo del MoVimento 5 stelle. Un provvedimento con cui si chiede la revoca dell’autorizzazione all’ampliamento della discarica. Ovvero, quella concessa nel 2009 dalla stessa Regione. “Dovremmo riuscire a far passare la mozione, un atto di civiltà e giustizia”, spiega lo stesso Barbagallo, che sottolinea come, tra democratici e 5 stelle, si raggiunga già il numero di circa 31/32 voti favorevoli alla mozione. “Considerati gli assenti, potrebbero bastare una quarantina di voti”, chiarisce. Ma il Comitato non sembra fidarsi, spaventato dall’ipotesi del voto segreto. In base alla normativa regionale, è sufficiente che siano 12 deputati a richiedere questa modalità di voto, affinché venga accettata. “Se l’Ars non si esprimerà in modo palese, il pericolo è che i franchi tiratori e il partito trasversale della discarica bocci la mozione”, spiega Massimo La Piana, uno dei leader del Comitato. “Rischiamo di  diventare la pattumiera della Sicilia: l’ampliamento autorizzato è totalmente spropositato rispetto alle esigenze delle comunità locali”. Nel vecchio sito scaricavano 88 Comuni, compresa Catania: “Ogni giorno, venivano sversate circa 800 tonnellate di spazzatura”, spiega. Secondo La Piana, Oikos avrebbe annunciato il raggiungimento della massima capienza per accelerare l’apertura del nuovo sito. Denuncia poi un conflitto d’interessi: la Oikos della famiglia Proto, proprietaria e gestore della discarica di Tiritì, fa parte del consorzio Simco, occupandosi anche della raccolta dei rifiuti in alcuni centri etnei, compresi Catania e Misterbianco. “Una società privata che guadagna dal conferimento in discarica, con un costo per l’ente pubblico tra i più alti d’Italia – 94 euro più Iva a tonnellata – non può essere interessata a garantire un servizio efficiente di raccolta differenziata”, denuncia. Non è un caso che S.i.m.c.o. – come si spiega nella mozione che verrà discussa all’Ars – non abbia raggiunto gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dal contratto d’appalto per la gestione integrata dei rifiuti, tanto che è in corso un contenzioso. La Piana ricorda come in tutta Italia si stiano raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare sui “Rifiuti Zero”: “In un articolo si spiega proprio come sia incompatibile occuparsi della gestione dei rifiuti e detenere, allo stesso tempo, la proprietà delle discariche”.

Il Comitato No Discarica
Il Comitato No Discarica

DISTANZA MINIMA NON RISPETTATA – Sulla questione della distanza minima di 5 chilometri dai centri abitati – stabilita con il Piano regionale dei rifiuti del 2010 – La Piana precisa come la legge regionale sia successiva di un anno rispetto all’autorizzazione per l’ampliamento della discarica, arrivata nel 2009. “Allora non era prevista alcuna distanza”, chiarisce. Eppure la Regione avrebbe potuto revocare l’Aia, nel caso di “fatti giuridici rilevanti”. Per questo, insieme al Codacons, il Comitato ha portato avanti un ricorso al Tar del Lazio sul Piano regionale dei rifiuti, che confermava l’ampliamento della discarica. L’obiettivo è quello di ottenere il riconoscimento dell’illegittimità dell’autorizzazione: l’udienza è prevista per il prossimo 23 ottobre, mentre la richiesta di sospensiva è stata rigettata. E’ stato fatto anche un esposto-denuncia all’Unione europea. Ma la speranza è che la politica intervenga prima, senza dover delegare il compito alla giustizia amministrativa: “Il ricorso è l’ultima spiaggia, Crocetta ci deve delle risposte”.

L’INQUINAMENTO CON IL PERCOLATO– Per anni la discarica è riuscita a difendersi dalle accuse di inquinamento, comprese quelle per gli odori maleodoranti. Lo scorso aprile, però, è stata la Guardia di Finanza a sequestrare in via preventiva gli strumenti che, all’interno del sito, vengono utilizzati per il trattamento dei liquidi che derivano dai rifiuti e dalla loro decomposizione. Dopo la segnalazione di un residente, era stato infatti individuato del percolato non trattato, nel suolo e nel sottosuolo della Valle dei Sieli, così come nei vicini torrenti “Rosa” e “Cubba”. L’ipotesi studiata dalla Procura è stata quella di reato ambientale: le indagini, portate avanti attraverso l’uso di telecamere a infrarossi, avevano permesso di accertare il mancato rispetto delle norme sul trattamento delle acque reflue, con evidenti ripercussioni sull’ambiente. La struttura rimase aperta per il conferimento dei rifiuti, ma la Procura ordinò alla Oikos di ripristinare il trattamento secondo gli obblighi prevista dalla legge, entro dieci giorni. In merito ai rischi per la salute, invece, come forma di prevenzione, la Provincia regionale di Catania aveva finanziato anni fa un progetto sperimentale di monitoraggio della patologia cancerogena: “Si trattava di un progetto generico, che vedeva tra i fattori di rischio non soltanto la presenza della discarica nel territorio di Tiritì”, aggiunge La Piana. I risultati dello studio, condotto dall’Arpa, non mostrarono incrementi preoccupanti: “Anche se in una nota si spiegava come sarebbe stato necessario monitorare la situazione, qualora fosse aumentata la quantità di rifiuti scaricata”. Proprio come nel caso del possibile ampliamento.

TRA INFLUENZE E PARENTOPOLI – Ma a Motta Sant’Anastasia c’è anche un altro problema,  quello legato alla presunta connivenza della politica locale con i vertici dell’azienda. “I proprietari della discarica usano il proprio potere economico come strumento di condizionamento, a partire dalla questione degli indennizzi da versare al Comune”, denuncia Danilo Festa, giovane consigliere comunale del comune etneo. “L’errore dell’amministrazione è stato quello di concentrare tutto il bilancio dell’ente sul percepimento delle royalties”, aggiunge. Ma il pagamento non avviene nei tempi stabiliti: “Oikos ha sempre versato l’indennizzo in ritardo, tanto che oggi almeno 3 milioni e mezzo di euro rimangono come arretrati”, spiega Festa. Nonostante il Consiglio avesse approvato una richiesta di decreto ingiuntivo, mai la misura è stata effettivamente presa in considerazione. Non è d’accordo il sindaco Angelo Giuffrida, vicino al Partito dei Siciliani (ex Mpa). “E’ assurdo portarlo avanti in questo momento che la ditta ci sta pagando. A fine anno abbiamo ricevuto 900mila euro, adesso ne arriveranno altre 600mila”, si difende. Eppure, secondo Festa, centellinando i pagamenti, Oikos crea un rapporto di dipendenza per l’amministrazione. Altre scelte prese in Consiglio lo hanno lasciato perplesso, nonostante il Comune di Motta abbia impugnato il Piano di Rifiuti al Tar del Lazio: “Non è stata approvata la nostra richiesta di revoca, da inoltrare al presidente della Regione, per bocciare il decreto del 2009 che prevedeva l’ampliamento”, spiega. “In quell’occasione in Consiglio si presentò lo stesso Domenico Proto, nonostante non fosse legittimato a intervenire”, svela Festa, denunciando come avesse influenzato il voto. Durante l’intervento Proto definì la discarica una grande fortuna per la comunità mottese, come un “dono di Dio”. Non sono mancate nemmeno le polemiche per la possibilità di costituirsi parte civile nell’eventuale procedimento penale a carico dei rappresentanti di Oikos, per reati ambientali, dopo lo scarico del percolato nella valle dei Sieli. “Sono accuse e critiche demagogiche: il procedimento non c’è ancora. Se ci sarà, sicuramente si costituirà parte civile il Comitato. Come amministrazione, saranno i nostri legali a valutare se ci saranno le condizioni necessarie”, spiega Giuffrida. C’è infine un caso Parentopoli, denuncia Festa, con “non pochi familiari dei politici dipendenti della ditta”. A Motta l’elenco è lungo: le polemiche avevano investito il presidente del Consiglio comunale Anastasio Carrà, il cui figlio Giuseppe lavora per l’azienda. Ma non solo: in passato, nel 2009, anche l’ex genero del sindaco era stato assunto: “E’ stato licenziato lo scorso anno e comunque si è separato da mia figlia: io non ho alcun interesse con l’azienda”, spiega Giuffrida. E anche un parente dell’ex sindaco, Antonino Santagati, lavorava per la Oikos. Non dei casi isolati. Per Giuffrida c’è un problema deontologico, ma sottolinea come sia “un problema presente in tutti gli enti locali”: “Il conflitto d’interessi per me è molto relativo”, ha aggiunto. Ha poi rivendicato il suo impegno contro la discarica: “Non è vero che abbiamo avuto un atteggiamento morbido nei confronti di Oikos. Speriamo che la mozione all’Ars passi”, ha concluso il sindaco, nonostante le critiche ricevute. Ma nel Comitato c’è stato anche chi non ha gradito alcune assenze durante i cortei dei membri della Giunta mottese.

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L’ATTESA PER LA MOZIONE –  In attesa della mozione, la famiglia Proto prova a giocarsi le sue carte. Oikos ha spiegato di essere in regola con la normativa e di aver depositato una serie di osservazioni tecnico-ambientali per dimostrare come i timori dei cittadini siano infondati. Il Comitato civico teme invece una presunta “azione di lobbying” portata avanti dall’azienda stessa. Anche perché – come spiega Festa – a favore della discarica resta un partito trasversale, bipartisan. Anche tra i deputati regionali c’è chi è considerato molto vicino alla famiglia Proto. Tra questi  alcuni membri di Articolo 4,  un gruppo da poco costituito all’Ars che comprende anche Valeria Sudano, eletta con il Pid-Cantiere popolare e nipote di Domenico Sudano. Ovvero, un ex senatore e figura storica della Democrazia Cristiana etnea. Nel libro “Sindaco per passione”, il sindaco di Motta Nino Lo Guardo ricorda come lo zio dell’attuale deputata fosse “un amico intimo dei gestori della discarica di Tiritì” e come spesso fosse stato visto in compagnia dell’allora direttore della discarica Vincenzo Coppola e di Domenico Proto, il titolare della Oikos. Anzi, si spiega come i gestori della discarica si fossero impegnati in modo attiva per la campagna elettorale del senatore democristiano, eletto allora nella circoscrizione di Misterbianco. Ma Sudano non è l’unica deputata considerata vicina ai vertici dell’azienda: c’è anche Luca Sammartino – altro membro di Articolo 4, ex Udc –  giovane onorevole 27enne, figlio del direttore sanitario del centro oncologico Humanitas, la dottoressa Annunziata Sciacca. Alle ultime elezioni regionali siciliane non mancarono le polemiche per la notizia di presunte telefonate elettorali partite dagli uffici del centro verso i pazienti in cura. La denuncia arrivò da una paziente, che spiegò come le fosse stato chiesto per telefono di votare per Sammartino: dal centro negarono tutto e anche l’onorevole si dichiarò estraneo alla vicenda. Nel gruppo di Articolo 4 c’è poi anche Lino Leanza, ex Mpa. “Pubblicamente ha spiegato che voterà per la revoca, anche se il suo gruppo prenderà scelte diverse. Ma di fronte al voto segreto, le perplessità restano”, aggiunge Festa. C’è poi chi annoverava tra i pro-discarica anche Gianfranco Vullo (ex Democratici e riformisti per la Sicilia, poi passato in quota Pd come esponente renziano), anche se per Anthony Barbagallo l’appoggio compatto dei democratici non dovrebbe essere messo in discussione.  Certo, tutto dipenderà dalla modalità di voto: “Se ci sarà il voto segreto, il destino della mozione secondo noi sarà segnato. Se tutto avverrà in modo palese, invece, vedremo chi si assumerà le responsabilità”, ha spiegato Massimo La Piana.

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LE RICHIESTE – In attesa del voto all’Ars, intanto, è stato l’assessore regionale all’Energia Nicolò Marino ad annunciare l’istituzione di una commissione regionale ispettiva. Dovrà  valutare l’iter amministrativo che ha portato al via libera della Regione all’ampliamento della discarica di contrada Tiritì. Dopo aver nuovamente bloccato per protesta gli auto compattatori, ai militanti del Comitato non resta che attendere il verdetto dell’Ars. La Piana spiega quali sono le richieste: “La nostra non è una battaglia contro i privati o contro il lavoro, ma vogliamo che venga rispettato il diritto costituzionale alla salute”. Oltre alla bonifica del vecchio sito – un obbligo di legge per 20 anni dopo la chiusura – , il “Comitato Contro la Discarica” chiede anche la revoca dell’autorizzazione per l’ampliamento, così come la realizzazione di un’altra discarica. “Un impianto, però, di dimensioni adeguate a quelle necessarie per la comunità, ma soprattutto lontana dai centri abitati”. Così come prevede la legge regionale. Dal Comitato hanno già assicurato la loro presenza, sperando che Crocetta “non si turi il naso”: la “rivoluzione” promessa dall’ex sindaco di Gela passerà anche per il voto dell’Ars di mercoledì.

(Photocredit: Facebook, “Comitato Contro la discarica”)