Giordania, non è più tempo di Mille e una notte
10/06/2008 - Tradizionalmente filo-occidentale, il paese attraversa una crisi istituzionale ed economica che potrebbe incidere sulla geopolitica della Mezza luna fertile. In una terra in cui il Fronte d’azione islamico, legato ai Fratelli musulmani, impaurisce il governo e il parlamento. Francamente mi
Tradizionalmente filo-occidentale, il paese attraversa una crisi istituzionale ed economica che potrebbe incidere sulla geopolitica della Mezza luna fertile. In una terra in cui il Fronte d’azione islamico, legato ai Fratelli musulmani, impaurisce il governo e il parlamento.
Francamente mi aspettavo facesse più caldo. Il vento della sera invece spazza via i luoghi comuni sul fatto che in Medio Oriente si debba per forza morire dall’afa. Meglio così. Amman, “Amman la bianca”, mi accoglie in una serata di mezza stagione, con il suo buio polveroso e il canto del muhezzin che anticipa la notte. Come in altri Paesi arabi, sul finire della giornata si ha l’impressione di essere abbracciati da un sogno. Un sogno di serenità e di sorrisi, come quelli generosamente offerti dai bambini per la strada e nel suq dietro alla moschea al-Husseini. Le stelle delle “mille e una notte” tornano a brillare nella memoria. Tutto falso. Un quadretto idilliaco al quale viaggiatori fin troppo esperti abboccano senza porsi il dubbio sulla sua veridicità. La Giordania, purtroppo, si sta trasformando. E in peggio. Uno dei più affidabili alleati dell’Occidente qui, nella Mezza Luna fertile, insiste a esportare un marchio dorato, ma con sempre meno sostanza dietro. Il volto sereno di re Abdullah e il sorriso splendido della regina Ranja dominano le strade, sono sui francobolli, come nei negozi. A parole tutti sembrano amarli, ma c’è da chiedersi chi li segua davvero con la più profonda sincerità.
TRA CARO PETROLIO E RAPPRESENTANZA PARLAMENTARE – Sono tornato in Giordania oggi,
dopo aver seguito le elezioni parlamentari di novembre dell’anno passato, perché volevo capire. E mentre passeggio sotto l’antico teatro romano di Amman, ammetto a me stesso che ancora non tutto mi è chiaro. Il voto di autunno non ha cambiato le cose. Le promesse del Primo ministro, Nadir al-Dhahabi, di rilanciare l’economia hanno dato solo frutti parziali. Perché il tenore di vita è crollato in pochi mesi, colpa del caro-petrolio per un Paese a secco di fonti energetiche. Dall’inizio dell’anno, i prezzi dei derivati del petrolio hanno subito un aumento che va dal 3% al 110%. Ma anche le tensioni politiche e sociali, che già avevano reso la campagna elettorale più frizzante che mai, sono andate peggiorando. Purtroppo il vento che spazza il caldo ad Amman scopre anche aspetti di questo Paese che pochi conoscono. Sì, la Giordania è un Paese povero. E il suo governo è ben lungi da poter vantare la qualifica di “aperto al dialogo”, per non dire democratico. Recentemente, il Parlamento ha dato una bella stretta al multipartitismo, promulgando una legge che impone a ciascun partito di ampliare, entro il 2008, la lista dei suoi membri fondatori, da 50 a 500. Obiettivo, più che palese, è mettere in scacco l’opposizione, in cui primeggia il Fronte d’azione islamico (Fai), notoriamente legato alla Fratellanza musulmana. In realtà, a fare le spese di questa nuova tendenza autoritaria saranno complessivamente almeno 25 partiti. La previsione è un progressivo annientamento del già debole dibattito politico nel Paese.
LE RELAZIONI PERICOLOSE – Una brutta faccenda quindi. E sorprende quanto e come stia passando in sordina. In questi giorni il mondo è concentrato altrove: a Roma per il vertice Fao, in Cina, o anche in Libano. Tutte questioni fondamentali, non c’è dubbio. D’altro canto, se ogni tanto l’attenzione dei Grandi non desse per scontate cose che appaiono ovvie – per esempio l’inossidabile alleanza della Giordania – sarebbe meglio. E soprattutto meno rischioso. Perché lasciar fuori dal palazzo i duri e puri è comodo sì, ma quelli poi si prendono la piazza. E la piazza giordana, si sa, è da sempre un bacino di reclutamento prelibato per chi vuol accendere micce in Medio Oriente. Ricordiamoci che Zarqa è a soli trenta chilometri da Amman. E da lì proveniva il più carismatico leader di “al-Qaeda in Iraq”, Abu Musab al-Zarqawi. Come pure erano giordani i pianificatori dell’attentato, mai riuscito, di Londra del 28 giugno 2007. Gli esempi sono tanti, purtroppo. E tutti svelano un “dark side” della Giordania che molti governi in Occidente si ostinano a ignorare. Certo, le istituzioni sono tra le più affidabili possibili. L’alleanza di Amman è ancor più solida di quella egiziana, per non parlare di quella saudita. Ma è ovvio che lo sia. Un Paese tanto povero e pure circondato da vicini così potenti non può che cercare la benevolenza di tutti. Ma lo stesso ragionamento lo si può fare anche per la gente comune? Sui 6 milioni totali della popolazione giordana, il 60% è palestinese. A questo si aggiungono oltre 700mila profughi iracheni. Entrambe le minoranze sanno il fatto loro in merito a come investire, senza arricchire tutta la società giordana, bensì agendo unicamente per loro conto. Infine, bisogna ricordare la crescita dei prezzi, la disoccupazione alle stelle e la stagnazione industriale. Un cocktail di problemi, questo, che rende il disagio sociale all’ordine del giorno e spazza via il luogo comune della società giordana come la più filo-occidentale.
PRESENTE INCERTO, FUTURO CUPO – Ciononostante, di fronte a questo scenario e con una Fratellanza musulmana che sa come parlare ai diseredati, il governo decide un giro di vite sulla libera associazione politica. Segno che ha paura. Percepisce che i drammi del Paese potrebbero venire usati
come strumenti di opposizione e quindi impone il silenzio. Difficile sottrarsi dal fronte delle critiche. La mossa non è delle più azzeccate. Perché così facendo si offre ancor di più il fianco a coloro che imputano al governo il mancato progresso, la povertà e ora anche l’autoritarismo. Fattori, questi, che non solo minano la stabilità interna del Paese, ma minacciano pure le sue relazioni diplomatiche. La monarchia hashemita, in questo modo, conferma di andare avanti grazie al consenso di una minoranza – le tribù beduine, le più povere del Paese – estranea al resto della società. Nel frattempo, le forze di opposizione approfittano dei mali sociali per farne strumento delle loro proteste. E coloro che giordani non sono, ma che qui vivono e diventano ricchi – palestinesi e iracheni – altro non fanno che depredare quel poco che c’è da portar via e lasciare la gente locale ancora più spoglia di risorse e di possibilità di riscatto. Stasera il vento, nell’abbraccio sinuoso di questa prima notte ad Amman, mi ha sussurrato questi timori. Ma so che domani, alla luce accecante del sole sparata sui muri bianchi della città – e rapito io stesso dal sorriso dei bambini – molte delle mie preoccupazioni torneranno a nascondersi. Messe in ombra dalle gigantografie di un re e di una regina che guardano ottimisticamente al futuro, senza voler osservare il presente.













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L’analisi sull’influenza negativa della presenza palestinese mi lascia perplesso. Sto approfondendo la storia dei rapporti tra profughi e governo centrale, ma per ora mi è sembrato di capire che le ondate di immigrazione palestinese, se da un lato hanno messo a dura prova il sistema giordano, d’altra parte l’hanno inondato di valuta ed energie economiche. Peraltro, i palestinesi giordani non hanno certo la prospettiva di poter “reinvestire” i soldi giordani in Cisgiordania né tantomeno a Gaza. Dove finirebbero dunque i soldi giordani “depredati”?
chi ha detto che in Giordania le tribu\’ beduine sono le piu\’ povere del Paese?
Io ci vivo in Giordania e le tribu\’ beduine sono uelle che hanno un peso in questo paese