Tremonti, le banche, l’etica e l’ipocrisia
05/11/2008 - In nome della specificità italiana, il governo si adegua e corre giustamente in soccorso del sistema del credito, ma senza rinunciare alla possibilità di portare a casa qualche piccolo risultato collaterale. Ad esempio, togliersi dai piedi qualche scomodo rompiscatole. (Luca
In nome della specificità italiana, il governo si adegua e corre giustamente in soccorso del sistema del credito, ma senza rinunciare alla possibilità di portare a casa qualche piccolo risultato collaterale. Ad esempio, togliersi dai piedi qualche scomodo rompiscatole.
(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore).
L’iniezione di capitale pubblico nelle banche è un’ottima soluzione, specie dal punto di vista degli azionisti, grandi e piccoli, degli stessi istituti. Una considerazione che però vale per tutta Europa tranne che in Italia. Da noi la tentazione è di trasformare questa occasione in un
regolamento di conti. Un po’ a sorpresa, la migliore sintesi l’ha fatta il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero: “Tremonti ha questa impostazione democristiana per cui vuole usare la politica per cambiare gli equilibri nel sistema del credito e imprenditoriale in Italia“. Però insistere su questa strada significa non ottenere nulla: né banche più solide, né maggior controllo pubblico sugli istituti. I banchieri hanno già ottenuto, grazie al governatore Mario Draghi, una concessione importante: l’accesso sarà volontario e questo gli permetterà di bilanciare fino all’ultimo il prezzo di tale aiuto. I due decreti già approvati hanno un chiaro intento “punitivo“ per chi era in difficoltà. Tremonti voleva insegnare un po’ di “etica“ a questi avidi gnomi. Evidente l’ipocrisia: il piano triennale di rientro, l’approvazione preventiva del governo sono imposizioni pesanti per una banca quotata. Sono frutto di un atteggiamento miope e fortemente influenzato dal fatto che in quel momento la banca da aiutare sembrava solo Unicredito. Si voleva sfruttare l’occasione per eliminare Alessandro Profumo, più che le sue continue dichiarazioni di simpatia per il centrosinistra (simpatia critica a dire il vero) il manager deve pagare l’ostentata autonomia dal resto dell’establishment finanziario.
NOI E GLI ALTRI – Guardiamo a cosa è successo nel resto d’Europa. In Inghilterra o in Germania o in Francia i banchieri avevano molte più responsabilità dirette: più forte l’esposizione ai titoli tossici americani, più grandi i capitali persi nei derivati e nell’investment banking. Eppure in pochi sono stati puniti. Qualcuno si è dovuto dimettere, come Fred Goodwin di Royal Bank of Scotland, ma non è stata una condizione rilevante nella nazionalizzazione (al 60%). Infatti Lloyds Tsb e Barclays hanno potuto acce
dere ai soldi dei contribuenti senza particolari differenze. Tra l’altro, nessuno si è scandalizzato del fatto che la “salvata” Lloyds abbia poi a sua volta potuto salvare Hbos, passando dal rischio sopravvivenza a una di crescita dimensionale. A punire i manager incapaci devono essere i soci, non il governo, l’unica concessione all’etica arriva dalla salvaguardia dei soldi dei contribuenti: quindi le banche non possono distribuire dividendi e i compensi dei vertici sono bloccati ad una soglia massima. E che dire di Bnp Paribas, a cui il governo francese ha concesso aiuti dopo neanche un mese che aveva acquistato la belga Fortis: i soldi dei francesi sono serviti a salvare i belgi, o il governo di Parigi ha sovvenzionato una banca privata per fare shopping all’estero? Nessuno si è posto il problema.
MINIMA MORALIA – L’aumento di capitale con soldi pubblici è utile a tutti: i cittadini/contribuenti sono tutelati perché la salvezza del sistema bancario significa la difesa dei loro risparmi e dell’economia del loro paese. Ma anche dal punto di vista finanziario un aumento di capitale sottoscritto dallo Stato è la mossa più efficiente: il flusso delle entrate fiscali è al momento il canale di approvvigionamento di capitale a più basso costo sul mercato, stessa cosa dicasi per i titoli di Stato, gli unici che hanno visto aumentare la domanda. Dall’altro lato ci sono i titoli bancari decisamente
sottovalutati e nel lungo periodo sicuramente profittevoli. Chi più di uno Stato può guardare senza patemi ad un investimento di dieci-vent’anni? Superato lo shock di un intervento lontano da ogni modello di “mercato“, dobbiamo accettare il fatto che dal punto di vista del costo/rendimento è la miglior opzione, a patto di tener fuori l’etica e l’ipocrisia. Semmai si può temere una distorsione tra chi viene aiutato e chi no, per questo l’Europa ha deciso per dare il via libera a tutti secondo le proprie possibilità. L’Italia ha già meno denaro da impiegare degli altri e nell’imminente decreto si affiderà all’esempio francese di un prestito di lungo periodo che però non finirà tra i debiti delle banche perché potrà essere ripagato in azioni. Chiedere come contropartita una perdita d’indipendenza significa farli rinunciare e lasciare i nostri istituti alla mercé di una crisi che non ha ancora smesso di far sentire i propri effetti sui loro bilanci. Per ora sono crollati i portafogli titoli, presto si ridurranno raccolta e ricavi dalle attività allo sportello per effetto della recessione. In quel momento la presenza di manager più simpatici al governo non sarà di nessun aiuto.












