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pubblicato il 6 novembre 2008 alle 12:13 dallo stesso autore - torna alla home

Se è vero che quando piove, piove sul bagnato, nel caso dell’Italia il vecchio adagio descrive a meraviglia una situazione ormai incancrenita dalla quale non sembra semplicissimo poter uscire. Anzi, la madre di tutte le crisi rischia di farci pagare un conto ancora più salato per il nostro passato di cicale.

In questi anni ci eravamo quasi scordati del nostro “caro” debito pubblico, tanto da veder nascere anche lira2 Crisi e risparmio: lItalia è in pericolo, ecco perchéqualche particolare “appello degli economisti“. Tutto grazie all’euro e all’ottimismo dei mercati. Ora, con la crisi, l’ottimismo rischia di trasformarsi in panico, così vediamo il differenziale dei rendimenti tra bund tedeschi e BTP italiani all’1,28%, valore che non si vedeva dall’ormai lontano 1997, quando avevamo ancora la Lira. Questo spread significa che paghiamo un rischio, rischio dovuto al fatto che siamo poco credibili. Dal 2000 al 2007 il debito pubblico è stato ridotto di soli 5 punti percentuali, portandolo dal 109% al 104%, e non si poteva fare di più data la politica di alta spesa pubblica italiana; anzi, quel poco che si è fatto, è dovuto ad aumenti della pressione fiscale e a privatizzazioni.

I PROBLEMI VENGONO A GALLA – Non fossimo un Paese con un forte declino demografico dei giovani, il debito pubblico sarebbe sostenibile. Il problema è invece aggravato dal fatto che gli aumenti di spoldmen Crisi e risparmio: lItalia è in pericolo, ecco perchéesa del passato, a beneficio dei giovani di allora e dei tanti anziani di oggi (attraverso le pensioni), ricadono sulle spalle dei pochi giovani di oggi e dei pochissimi giovani di domani. In Italia le pensioni incidono sulla spesa sociale per oltre il 60%, nel resto dell’Europa non supera il 50% e gli interessi sul debito tolgono risorse che potrebbero essere utilizzate a favore dei giovani. Ormai però il danno è fatto, e il debito pubblico ha assunto dimensioni tali da rendere difficile in questo momento assumere politiche fiscali anticicliche. Ora che incombe la recessione dobbiamo fare i conti anche con una pressione fiscale al 43% (che, stando al Dpef 2009-2013 aumenterà al 43,2%) aggravata dall’inflazione che, con il fiscal drag, si calcola abbia portato nelle casse dello Stato circa 4 miliardi di Euro in più. Risorse che, se non sono già sparite, potrebbero essere utilizzate.

SENZA VIA D’USCITA – A fine 2007 il nostro debito pubblico in rapporto al Pil era del 104%, in Germania del 65%, in Francia del 64%, in Spagna del 36% e nel Regno Unito del 44%. Ma le dimensioni del debito pubblico da sole non sono sufficienti a spiegare la differenza del rendimento dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi. Un anno fa questa differenza era di soli 25 punti base, oggi è invece salita a 128 punti base, questo significa che al nostro governo farsi prestare i soldi costa più di quanto non costi al governo tedesco, oggi più di ieri. La ragione va forse ricercata nei margini di manovra e sulle capacità dei vari Paesi di affrontare la crisi. Insomma, sulla credibilità del Paese. E’ vero che, come scrivelabirynth Crisi e risparmio: lItalia è in pericolo, ecco perché Ludovico Pizzati, “guardando il deficit primario italiano (spese meno entrate), l’Italia non è oggi più irresponsabile di altri paesi“, tuttavia non abbiamo le stesse possibilità di altri Paesi per affrontare la crisi. Non possiamo agire sugli stipendi, visto che in Italia in vent’anni la produttività è cresciuta in media del 2,4% (contro il 4,8% del Regno Unito). Non possiamo contare sul PIL, visto che da vent’anni la crescita del PIL pro-capite è inferiore rispetto alla media di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Infine ci è difficile agire sulla spesa pubblica, sulla quale gli interessi sul debito pesano per il 10%. Insomma, non solo siamo (come gli altri Paesi) in piena crisi, ma in più abbiamo meno strumenti di altri per poterla affrontare. Altri Paesi, come la Francia, hanno un sistema di ammortizzatori sociali in grado di attenuare i rischi povertà, l’Italia no. E non abbiamo neppure la possibilità di farlo, visto che, come ho scritto sopra la nostra spesa sociale per il 60% va via in pensioni. Avendo il tempo (e la volontà) si potrebbero riformare le pensioni, si potrebbe affrontare il problema dell’evasione fiscale e dell’eccessiva pressione fiscale, si potrebbe investire in formazione, si potrebbero incentivare gli investimenti delle imprese, in modo da aumentare la produttività. Ma non c’è più tempo. Il mercato lo sa, così se vogliamo indebitarci, dobbiamo pagare più degli altri.