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pubblicato il 9 giugno 2008 alle 11:50 dallo stesso autore - torna alla home

“Senza nascite un popolo muore e senza educazione un popolo va in decadenza”. “L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio”.

Due notizie meritano d’essere accostate. La prima. Il cardinale Ennio Antonelli è il nuovo presidente delEnnio Antonelli Pontificio Consiglio per la Famiglia e, fresco di promozione, per far capire che non è una promozione rubata, srotola un fervorino da manuale: “La famiglia è la cellula base della Chiesa e della società […] eppure è in grandi difficoltà, è minacciata, è in crisi. […] È molto diffusa la mentalità individualista; si privilegiano i diritti e l’indipendenza dell’individuo. La famiglia viene privatizzata, ridotta a un semplice rapporto affettivo, senza rilevanza sociale, come se si trattasse soltanto di una forma di amicizia. Anzi, la tendenza a inseguire e consumare emozioni e sensazioni, a usare l’altra persona soprattutto in funzione della propria soddisfazione, rende fragile il rapporto di coppia; impedisce il consolidarsi della fiducia reciproca e di un forte legame di appartenenza. A sua volta la precarietà della coppia incide negativamente sulla nascita e sull’educazione dei figli, compromettendo il bene stesso della società. Non è difficile rendersi conto che senza nascite un popolo muore e senza educazione un popolo va in decadenza. […] Emerge quanto sia importante per la società che le famiglie siano stabili, abbiano figli e siano in grado di educarli”. Volendo isolare gli elementi significativi, direi che si ribadisca – con felice sintesi – la “rilevanza sociale della famiglia”, la necessità che essa sia fondata su un “forte legame di appartenenza”, la sua finalità riproduttiva ed educativa in aderenza all’autoconservazione di un modello antropologico ritenuto valido prima – e al di là – di tempi, luoghi e condizioni diverse; più di tutto, direi si ribadisca la relazione obbligata – necessitante – tra la “stabilità” della famiglia e la “stabilità” della società. Sorge una questione, la solita, che potremmo formulare così: la “decadenza” di un modello antropologico di società è “decadenza” della società in assoluto o relativamente a quel dato modello? In altri termini: l’autoconservazione di un modello di società è quanto ne legittima il necessitante?

Accantoniamo la questione, e passiamo alla seconda notizia. La curia di Viterbo diffonde una nota in merito alla vicenda di una matrimonio religiosocoppia alla quale il vescovo, monsignor Lorenzo Chiarinelli, ha negato il matrimonio con rito religioso, “in quanto lo sposo di 26 anni non potrebbe avere rapporti sessuali per i postumi di un incidente stradale che lo ha reso paraplegico” (Corriere della Sera, 7.6.2008). Non può avere rapporti sessuali, nell’unico modo che la dottrina morale della Chiesa gli prescrive non può avere figli, il suo matrimonio – ai sensi del Can. 1084 del Codice di Diritto Canonico – sarebbe nullo: “L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio”. [Ogni obiezione al Codice sarebbe oziosa: chi è cattolico non può non essere aderente a un certo modello di famiglia, sbaglia a chiedere il matrimonio con rito religioso se non è nelle premesse che la dottrina gli impone e il Codice gli chiede. In questo caso, d’altra parte, si è celebrato un matrimonio civile e il giovane paraplegico – bisogna credere che sia cattolico se voleva un matrimonio con rito religioso – si è rivelato un pessimo cattolico, perché “non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento” (Can. 1055): per un cattolico, il matrimonio civile non è un matrimonio valido (la Chiesa non si azzarda più a dirlo, ma lo pensa). Ogni obiezione al Codice di Diritto Canonico è oziosa per un cattolico: un cattolico può solo adeguarsi o non essere un buon cattolico, eventualmente non esserlo affatto. A pretendere di sposarsi, sapendo che il matrimonio ha il sacrosanto scopo riproduttivo e sapendo che l’unico modo valido per riprodursi gli è impedito, un paraplegico cattolico nemmeno ci pensa. Spiace dirlo: il vescovo ha ragione; il paraplegico ha torto; il suo matrimonio civile è concubinaggio pubblico, perché “il matrimonio dei cattolici, anche quando sia cattolica una sola delle parti, è retto non soltanto dal diritto divino, ma anche da quello canonico, salva la competenza dell’autorità civile circa gli effettiLa famiglia puramente civili del medesimo matrimonio” (Can. 1059). “Effetti puramente civili”: quel matrimonio celebrato da un consigliere comunale di Viterbo non è un sacramento, dunque per la Chiesa non è un “valido contratto matrimoniale” se non per gli “effetti puramente civili”.]

Torna la questione che avevamo accantonato: l’autoconservazione di un modello di società è quanto ne legittima il necessitante? E quale Codice può fornirci il più valido modello, quello civile o quello canonico? Ci è nota la risposta che dà il neopresidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia: “La famiglia è la cellula base della Chiesa e della società”, ma per famiglia – per l’unico modello valido di famiglia – deve intendersi tutto quanto necessario per l’autoconservazione di un dato modello antropologico; tutto questo è impossibile senza un controllo “sulla nascita e sull’educazione dei figli”; “emerge quanto sia importante per la società che le famiglie siano stabili, abbiano figli e siano in grado di educarli”. Siano stabili in un modo, e solo in quello; abbiano figli in un modo, e solo in quello; siano in grado di educarli, ma solo nel modo che assicuri l’autoconservazione del carattere necessitante della dottrina. Sennò è “decadenza” della società? Della società che accoglie il carattere necessitante della dottrina, senza dubbio, sì.

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