di Luca Vinci
postato alle 10:17 del 9 Giugno 2008 in EconomiaTorna alla home

La soluzione del caro carburanti secondo il Ministro delle Sviluppo Economico è una fiscalità flessibile in grado di calmierare il prezzo dei carburanti. Ma quali effetti potrebbe avere? E soprattutto, perché solo col petrolio?

Pazzi per la benzinaÈ sempre la stessa storia, ogni volta che il prezzo del petrolio cresce sensibilmente si invoca un intervento del Governo per neutralizzare, o per lo meno ridurre, l’incremento del prezzo di benzina e gasolio attraverso la riduzione del carico fiscale. Ora è direttamente il Governo, per voce del ministro Scajola a proporre questa iniziativa, la domanda quindi è se sia giusto intervenire sulle accise per calmierare il prezzo della benzina. Anche perché, la Robin Hood Tax proposta da Tremonti, effetti positivi sui prezzi non ne avrà, e lo dicono in tanti. Secondo Claudio Scajola l’Unione Europea dovrebbe prendere in considerazione una riduzione delle accise, mentre il Governo potrebbe fare un intervento sull’Iva. Così si è infatti espresso durante il Consiglio Energia a Lussemburgo: È un problema che per tutta l’Europa è di assoluta gravità, i cittadini devono affrontare prezzi mai visti. Alcune categorie sono particolarmente penalizzate, come ad esempio i pescatori o i camionisti [...] credo che l’aumento del prezzo del barile non debba automaticamente essere seguito da un aumento dello stesso livello, delle stesse percentuali, delle accise. Tralasciando gli evidenti errori concettuali nelle frasi di Scajola e concentrandoci sulle intenzioni, cerchiamo di capire se ed eventualmente come potrebbe funzionare quanto proposto dal ministro. Attualmente il carico fiscale sui carburanti è composto da una parte fissa e una variabile, la parte fissa, l’accisa, si applica al prezzo industriale, e alla somma del prezzo e dell’accisa si calcola l’Iva. La presenza di una tassa variabile (sulla somma tra una parte fissa e una variabile) fa si che quando aumenta il prezzo del petrolio lo Stato finisce per essere “premiato” dagli aumenti del greggio.

TRA PASSATO E TRAPASSATO – Nell’ormai lontano 1999, ci fu un primo provvedimento volto proprio a correggere questa situazione, era un decreto interministeriale Ministero dell’Economia e Ministero dello Sviluppo Economico per correggere l’accisa e in conseguenza defiscalizzare l’incremento del prezzo del petrolio. Anche nella Finanziaria 2007 c’era un provvedimento simile, e ovviamente inapplicato, col quale si stabiliva che l’extra-gettito dell’Iva derivante da aumenti del prezzo del petrolio superiori a 71 dollari/barile venisse destinato (fino a 100 milioni di euro all’anno) ad un fondo presso il ministero delloBenzina cara Sviluppo Economico dedicato alla copertura di interventi di efficienza energetica e di riduzione dei costi delle forniture per finalità sociali. Questo intervento non ha mai visto la luce perché i suoi decreti attuativi non sono stati approvati, tuttavia non avrebbe avuto comunque effetti sul prezzo alla pompa dei carburanti.

LIMITI E DISTORSIONI - Se dunque ci fosse un meccanismo che automaticamente sterilizzasse gli incrementi nel prezzo del petrolio attraverso la fiscalità, riducendo l’accisa sui carburanti, saremmo tutti più contenti? In un periodo di alti prezzi del petrolio come quello che stiamo vivendo, l’idea sarebbe quella di ridurre o bloccare il prezzo del carburante alla pompa, attraverso una contestuale riduzione delle accise. Ovviamente il meccanismo presuppone la simmetria, per cui in caso di riduzione del prezzo del petrolio le accise reintegrano il prezzo del carburante alla pompa. In presenza di forti oscillazioni nei prezzi nel breve periodo hanno alti costi per i consumatori, se quindi si ha la consapevolezza di un mercato privato strutturalmente incapace di compensare autonomamente queste oscillazioni, sul piano teorico dell’efficienza sarebbe giustificabile l’intervento del settore pubblico. Tuttavia occorre considerare alcuni fattori, che forse rendono questa “giustificazione” molto poco convincente. Prima di tutto la fiscalità sui carburanti ha la forma di accisa, ossia, un’imposta con base imponibile definita in termini fisici e un’aliquota in termini monetari. Quindi al contrario dell’Iva, le accise fanno si che le variazioni dei prezzi non si riflettano in una variazione nell’onere di imposta. L’altra critica riguarda l’informazione. Ossia, affinché il Governo riesca ad aggiustare le variazioni nel prezzo del petrolio attraverso variazioni opposte delle accise, dovrebbe conoscere il prezzo di lungo periodo del petrolio in modo da essere in grado di effettuare gli aggiustamenti nel breve periodo. Cosa alquanto improbabile. Per cui, senza informazioni corrette, il Governo potrebbe stabilizzare il prezzo a livelli errati, con tutti i rischi che questo comporta, visto che darebbe segnali sbagliati agli operatori economici privati, distorcendo i loro comportamenti.

PIU’ CONCORRENZA MENO POPULISMO - Infatti simili interventi temporanei di sterilizzazione darebbero segnali sbagliati agli utenti, dando a sensazione di stabilità del prezzo che non esiste, il petrolio è una risorsa esauribile, il suo prezzo è dunque inevitabilmente destinato a crescere e non a diminuire, inoltre il suo consumo anche se finora necessario, produce effetti negativi sull’ambiente. Incentivarne l’uso con agevolazioni fiscali che ne riducono il prezzo provoca sbagliati comportamenti dei consumatori. Sarebbe meglio puntare a un suo risparmio, soprattutto nel trasporto privato, settore in cui è concentrato il maggior utilizzo. Inoltre, questo meccanismo dovrebbe essere simmetrico: Quindi, mentre quando il prezzo del petrolio cresce vengono ridotte le accise (incontrando verosimilmente il consenso di tutti), nel caso opposto in cui il prezzo del petrolio dovesse ridursi, il Governo dovrebbe aumentare il livello delle accise, e in questo caso avrebbe il dissenso di tutti. Certo, il Governo potrebbe anziché intervenire sulle accise, ridurre semplicemente l’Iva sui carburanti, ma fino a che livello? E quali spese ridurre per compensare i minori introiti? Sembra brutto porsi queste domande, ma con i nostri conti pubblici bisogna appunto farci i “conti”. Ridurre l’Iva sui carburanti avrebbe un altro effetto, non trascurabile, quello di dimostrare di saper rinunciare ai vantaggi che ha per l’aumento dei prezzi dei carburanti. Infine, perchè si vuole intervenire solo sul petrolio? I carburanti non sono gli unici prodotti inflattivi, agli altri beni chi ci pensa? Si corre il rischio di richieste a catena di intervento pubblico. Vi sono interventi che potrebbe prendere il Governo - anche per ridurre il legame, troppo forte in Italia, tra prezzo del petrolio e prezzo dell’energia e delle maggior parte dei beni di consumo quotidiano - che vengono sempre rimandati. Basti pensare alle bollette dell’energia e del gas, dove tra municipalizzate, società ancora in mano pubblica e inefficienze nell’approvvigionamento, produzione e distribuzione, di liberalizzare e migliorare non se ne parla proprio.

L’unico modo per calmierare i prezzi del carburante sarebbe stato quello di aprire il mercato a suo tempo, creando una maggior concorrenza tra i venditori. In questo modo avremmo ora un prezzo alla pompa in linea con altri Paesi europei, comunque possiamo sempre rimediare, anche se gli effetti non li vedremmo domani. Parlare di riduzione nelle accise sui carburanti con i conti pubblici in queste condizioni fa capire quanto sia forte il rischio di derive populiste.

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