Il cimitero di Praga e quello del buonsenso

Secondo l’Osservatore Romano e il rabbino capo della Capitale l’ultimo romanzo di Umberto Eco è pericoloso. E la storia della...

Secondo l’Osservatore Romano e il rabbino capo della Capitale l’ultimo romanzo di Umberto Eco è pericoloso. E la storia della Chiesa  no?

Non è piaciuto proprio per niente. Umberto Eco deve farsene una ragione: “Il cimitero di Praga” non entrerà mai nelle grazie di Lucetta Scaraffia, che l’ha stroncato sull’Osservatore Romano, e di Riccardo Di Segni, che ha detto di non averlo apprezzato sull’Espresso in un dialogo con l’autore.

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Noioso, farraginoso, di difficilissima lettura. Perfino per una persona come me, che forse capisce i suoi riferimenti storici. Del feuilleton non ha la trama avvincente, i personaggi appassionanti, l’intreccio abile da cui non ci si riesce a staccare. Su un unico personaggio, il goffo e antipatico Simone Simonini — il solo inventato del romanzo, spiega Eco — cade il peso di quasi tutti i complotti dell’Ottocento, almeno dei più noti.

E fin qui, de gustibus. A leggerlo, non pare che meriti un giudizio così netto visto che sembra uno dei migliori dello scrittore. Ma se alla Scaraffia non piace nonostante ella confessi candidamente che “forse capisce i riferimenti storici” – mica pizza e fichi – ce ne faremo una ragione. Così come ci faremo una ragione se la Scaraffia dice che Eco vuole fare troppo il secchione, descrive le messe nere con effettacci da cinema, parla male di preti, papi, socialisti, mazziniani, re e regine. Quello che puzza è invece quanto detto dopo:

Denunciare l’antisemitismo mettendosi nella parte degli antisemiti non serve a smascherarli ma solo a suscitare un crescente disgusto per la narrazione. [...] Non si può negare, invece, che le continue descrizioni della perfidia degli ebrei facciano nascere un sospetto di ambiguità, certo non voluta da Eco ma aleggiante in tutte le pagine del libro. A forza di leggere cose disgustose sugli ebrei, il lettore rimane come sporcato da questo vaneggiare antisemita, ed è perfino possibile che qualcuno pensi che forse c’è qualcosa di vero se tutti, proprio tutti, i personaggi paiono certi di queste nefandezze. [...] La sua ricostruzione del male senza condanna, senza eroi positivi con cui identificarsi, acquista una parvenza di voyeurismo amorale, in cui ci si può impantanare.

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Penso che il messaggio di Eco sia ambiguo. [...] Il lettore cosa ne capisce? E’ vero o non è vero ciò che si racconta? E questo è un esempio che vale per tutti i complotti raccontati: quelli dei massoni e quelli dei gesuiti. E anche per gli ebrei. Alla fine il lettore si chiede: ma questi ebrei vogliono o non vogliono scardinare la società e governare il mondo?

Quando poi Di Segni dice che il protagonista di Eco alla fine risulta simpatico, lui gli replica: “C’erano anche ragazze che scrivevano lettere d’amore a Pietro Maso, il parricida. Non rispondo delle perversioni altrui”. Una risposta bellissima, che però non dà ragione di tutti gli elementi del libro che sono tranquillamente lì a smentire qualsiasi decodifica (interpretazione) ‘aberrante’ dell’opera. Simonini continua a ripetere che le informazioni che fornisce le ha apprese da terzi, si bulla per tutto il romanzo di non aver mai conosciuto di persona un ebreo, spiega e rispiega che la costruzione dei documenti che spaccia per veri avviene mettendo assieme storie raccontate da altri e leggende metropolitane, quando incontra Sigmund Freud gli sembra un tipo interessante, tanto che si domanda se davvero è ebreo.