“Il veto è rotto”, annuncia trionfalmente dalle pagine del Corriere della Sera uno dei suoi vicedirettori più bravi e preparati, ovvero Dario Di Vico. Di quale veto si parla? Di quello sindacale che bloccava la chiusura della trattativa tra le rappresentanze e la Cai, la compagnia che rileverà (o meglio: presenterà un’offerta per
rilevare ad un commissario super partes nominato da un governo che ha espresso preferenza per la Cai) Alitalia. “È una prova di coraggio. La Cai, la cordata di imprenditori capeggiata da Roberto Colaninno, ha deciso di andare avanti nonostante il veto di piloti e hostess. E’ una novità importante e insieme una sfida. Le antiche regole del consociativismo italiano fino a ieri prevedevano il contrario: in simili casi ci si fermava”, dice Di Vico, e pare di leggere quei comunicati tipici dell’Istituto Luce; altri tempi, per fortuna, è soltanto un’impressione.
Perché ricostruire in questo modo quanto accaduto nella serata di venerdì è quantomeno originale. A smentirlo c’è la parola stessa della Cai, ad esempio. Che aveva deciso di abbandonare il tavolo della trattativa proprio perché l’accordo non era stato firmato. Salvo ripensarci soltanto dopo, e su pressante richiesta di Gianni Letta e Silvio Berlusconi. Una ricostruzione non solo diffusa, ma anche confermata dagli stessi interessati, e tra questi c’è anche quel Roberto Colaninno che lo aveva detto chiaro e tondo: “Ci ritiriamo”. Di Vico continua con una ricostruzione piuttosto fantasiosa sulle richieste dei piloti: “Le richieste di piloti e hostess sono semplicemente irragionevoli: non è possibile infatti che una società privata consenta 300 distacchi sindacali a tempo pieno, che permetta alle associazioni dei dipendenti di metter bocca sulle carriere e persino sulla politica degli acquisti”. Quella dei distacchi sindacali era una bufala messa in giro ad arte sempre dalla Cai il giorno prima, ed era stata già seccamente smentita. Ma anche senza la smentita, bastava ragionare: il tavolo è saltato per una ragione molto semplice: a settembre le sigle sindacali si erano accordate per usare il contratto base di Air One decurtato del 7% per costruire la Nuova Alitalia, e a ottobre Cai aveva cambiato le carte in tavola, portando una nuova ipotesi di contratto che presentava caratteristiche identiche a quello vecchio di Alitalia, dimenticando anche tutti i protocolli di intesa della vecchia compagnia di Toto. Una circostanza confermata a chi vi scrive bipartizianamente, ovvero da quelli che non hanno poi firmato, e da quelli che invece l’hanno fatto. Altro non c’era sul tappeto.
Ma Di Vico ormai è partito per la tangente. “Il paragone con Ronald Reagan e con la storica battaglia contro i controllori di volo suona forse esagerato, ma sarebbe un errore sottovalutare il valore politico e civile del braccio di ferro che si aprirà nelle prossime ore”. Avere il coraggio di paragonare quello che fece Reagan con quanto NON ha fatto la Cai non è soltanto esagerato. E’ clamorosamente falso. Perché qui invece c’era un gruppo di imprenditori che non aveva nessunissima voglia di andar contro i sindacati, perché aveva appunto RITIRATO l’offerta. Soltanto quando il presidente del Consiglio è intervenuto, ha deciso di accettare. E, come sussurravano da più parti i sindacati, il governo non è intervenuto svolgendo un ruolo di mediazione politica – cosa addirittura comprensibile, sic stantibus rebus. No, il governo ha semplicemente rassicurato la Cai su una questione ben più prosaica: “L’offerta di Cai, infatti (che è irrevocabile fino al 30 novembre) è valida solo se il governo italiano riuscirà a “ottenere provvedimenti da parte della Commissione europea con cui si attesti che eventuali aiuti di Stato, ai sensi dell’art. 87 e seguenti del Trattato CE, istituiti a beneficio del Gruppo AZ prima della stipula del contratto, non comportino a carico dell’Acquirente alcun obbligo di restituzione”. Insomma, se questo fosse vero non ci vorrebbe certo un giurista per affermare che l’”offerta vincolante” presentata al commissario non è per nulla “vincolante”, ma è bensì vincolata al pericolo che la Ue chieda agli imprenditori italiani che rilevano in assoluta continuità aziendale (nome, marchio, attività) Alitalia, di ripagare allo Stato i 300 milioni che il governo le ha elargito ad aprile.
E allora diciamolo, gentile vidirettore del Corriere Dario Di Vico: questi signori già non hanno investito una gran cifra nella società, già non vogliono investire una gran cifra nell’acquisto degli asset di Alitalia (Banca Leonardo li valuta intorno al miliardo, loro offrono 400 milioni), già non sembrano molto capaci a gestire la trattativa con i sindacati (visto che deve venire a metterci la faccia Letta), già hanno avuto la fortuna di trovare il prezzo del petrolio in picchiata ma non lo sanno; in più, hanno anche paura di un molto improbabile debituccio di 300 milioni che potrebbe arrivare tra anni (e finire forse ripagato in un decennio). Che c’entra Reagan in tutto ciò? Guardi che l’America è il paese di quelli che credono nel capitalismo di rischio, non di quelli che hanno così tanto braccino corto. Con tutto il rispetto, il vecchio Ronald fece questo: “Il 7 agosto, licenzio’ in tronco 12 mila dei 17 mila controllori di volo, quelli in sciopero. Fu un caso internazionale. I sindacati di altri Paesi boicottarono i voli verso gli USA, i commentatori parlarono di follia del presidente. Il grande comunicatore aveva pero’ capito di avere dalla sua parte l’ opinione pubblica. Non arretro’ di un pollice. Mobilito’ i controllori militari, richiamo’ i pensionati, assunse nuovo personale. Vinse”. In qualsiasi modo voglia lei giudicare questa mossa (positivamente o meno, non importa), qui non si sta facendo nulla di questo genere, per ora. In questa storia, invece, nessuno sta tirando fuori le palle, si sta soltando calciando il pallone in tribuna. Anzi. Si sta soltando elemosinando, che piaccia o no a lei e a uno o più dei suoi azionisti. Saluti.
(Vignetta di Vauro)


pezzo perfetto: per come evidenzia le sistematiche e interessate falsità di certo giornalismo, e l’assoluta mancanza di rischio, coraggio, palle appunto, di molta parte del capitalismo nostrano, ormai abituato alla pappa pronta e sicura degli aiuti di Stato.
se continuo così al corriere non mi prenderanno mai
e neppure alla Rai: semini panico!:-)
Ma no, io penso che Severgnini, Alberoni, Mieli e Battista lo accoglieranno a braccia aperte!
Bravo Ale, era ora di dire a Di Vico di smettere di rifornirsi dallo stesso pusher di Ostellino.
Anche noi abbiamo messo ieri una cosa in blog sul “coraggio” di questa cordata che si riserva di penalizzare i permessi di maternità e chi aiuta i disabili e dopo i 3 miliardi di debiti vuole accollare allo stato anche i 300 milioni del prestito ponte.
Siamo all’ignominia,meglio vendere tutto all’estero e non parliamone più!