“Vi racconto le torture che ho subito a Guantanamo”

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La storia di violenza raccontata dal detenuto Mohamedou Ould Slahi in un libro di memorie. E nel centro continua lo sciopero della fame

Fu vittima di torture, picchiato e umiliato nel carcere vergogna di Guantanamo. Mohamedou Ould Slahi, un cittadino della Mauritania, ha deciso di raccogliere in un libro di memorie la sua storia, raccontata dalla rivista Slate che ne ha pubblicato diversi estratti. Dal racconto emergono dettagli imbarazzanti per gli Stati Uniti: nonostante Obama abbia ribadito pochi giorni fa di non aver cambiato linea e di continuare a ritenere necessario la chiusura del centro di detenzione, la situazione resta pesante. Anche perché da due settimane prosegue lo sciopero della fame all’interno della struttura penitenziaria. L’immagine della guerra al terrore voluta da George W. Bush dopo l’11  settembre.

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IL RACCONTO E LE TORTURE – Detenuto a Guantanamo Bay a partire dal 4 Agosto 2002 per un decennio, Mohamedou Ould Slahi decise nel 2005 di cominciare a scrivere in inglese la storia della sua detenzione. Un testo reso noto in parte dalla rivista americana Slate e nel quale emergono particolari raccapriccianti. A partire dagli interrogatori e dalle misure alle quali fu costretto durante la detenzione. Tra le accuse, Slahi racconta di essere stato accolto da una guardia all’arrivo con una semplice frase: “Benvenuto all’inferno”.Racconta una storia particolarmente straziante, dove, durante un trasferimento in barca, è stato più volte picchiato: “Le guardie mi hanno anche minacciato di farmi annegare”, rivela. Slahi si recò in Afghanistan nel dicembre del 1990 “per sostenere i mujaheddin”. Fu addestrato in un campo di Al Qaeda, in un periodo in cui gli Stati Uniti stavano fornendo sostegno segreto ai mujahideen, attraverso l’operato della CIA, in ottica anti-sovietica. Subito dopo Slahi andò in Germania, prima di ritornare in Afghanistan per altri tre mesi all’inizio del 1992. Come ha più volte spiegato, Slahi ha sostenuto di aver “tagliato tutti i legami con al-Qaeda”, a partire dal 1992. Non per il governo degli Stati Uniti.

UNA STORIA DI VIOLENZE – Per l’amministrazione Bush, responsabile delle operazioni di rendition durante gli anni della guerra al terrore, Slahi sarebbe stato invece reclutato da Al-Qaeda e avrebbe collaborato da allora con l’organizzazione terroristica. Per questo fu arrestato in Mauritania il 20 novembre 2001 e interrogato per sette giorni dagli agenti della Mauritania e dal Federal Bureau of Investigation. Qui l’uomo ha raccontato di essere stato detenuto in luoghi segreti e di essere stato vittima di torture. Tutto prima di essere trasferito a Guantanamo a partire dall’agosto del 2002. Come racconta nel suo libro di memorie, il detenuto fu lasciato senza voce e senza possibilità di difendersi in un giusto processo. Racconta l’orrore delle pratiche statunitensi a Guantanamo, utilizzate dalle guardia per estorcere rivelazioni e confessioni. “Dagli interrogatori intensi, alla privazione del sonno, alle umiliazioni fisiche e psicologiche”. Nonostante nel marzo 2010, un giudice federale avesse stabilito che gli Stati Uniti non avessero motivi validi per trattenerlo, l’amministrazione Obama ha fatto ricorso e si è opposta al suo rilascio.   Si spiega come la sua non sia soltanto “una storia di innocenza conclamata e di abuso: “L’angolo affascinante del suo racconto è la sua auto-rappresentazione come qualcuno che vuole semplicemente essere ascoltato”, si legge.  Slahi stesso afferma: “Voglio che si riesca a comprendere la mia storia, non mi importa se verrò rilasciato o meno”.

LE PRATICHE E GLI ABUSI - Nelle sue memorie vengono mostrati dettagli impietosi verso le guardie e l’amministrazione americana: “Eravamo rinchiusi in gabbie, in ognuna c’era un interprete inglese, ma non si comprendeva molto”. Ricorda di aver visto scene di detenuti con problemi mentali, picchiati e torturati dalle guardie: “Ci dicevano: per i terroristi non è permesso dormire. Così passavano giorni in cui non riuscivamo a riposarci”. Dopo le torture subite dopo l’arresto in Mauritania, credevo che il peggio fosse passato: “Mi fidavo del sistema giudiziario americano, pensavo che tutto si sarebbe risolto. Ma mi sbagliavo”. E pian piano si abituò ad interrogatori continui: “Mi chiedevano sempre le stesse cose”. Così come avveniva con tanti altri detenuti. Le memorie diventano estremamente attuali se si analizza anche lo stato di tensione attuale dentro il centro di detenzione, con i prigionieri che non vogliono interrompere lo sciopero della fame.  Obama ha cercato di incalzare il Congresso: “Dobbiamo finirla con quel carcere, dove sono ancora detenute 166 persone, delle quali 55 sono state dichiarate “liberabili” dalle autorità”. Ma la chiusura di una delle pagine più buie della storia americana non sembra ancora vicina. Ma non manca chi, come Slahi, continua a chiedere che sia fatta giustizia.