Bernanke e Trichet continuano nella politica ribassista. L’Euribor – sul quale si calcolano le rate dei mutui a tasso variabile – scende, ma lentamente: quel che si ha adesso è solo un trascinamento di un sistema decotto alle spese di tutti. E sui cittadini grava il costo di tanti inutili salvataggi
Dopo il nuovo taglio dei tassi da parte della FED e a tre settimane dal taglio concertato da parte delle principali Banche Centrali sarebbe il caso di guardare cosa nel frattempo è davvero cambiato; probabilmente, non molto. La memorabile sequela di provvedimenti straordinari (capitale statale nelle banche private, acquisti statali dei titoli peggiori, garanzie statali sugli scambi di denaro tra banche…) non sembra essere riuscita a modificare sostanzialmente la situazione.
FEBBRE DA CAVALLO? – Ripeto un ragionamento fatto su IHC poco prima dei tagli. Le banche private prendono soldi dalla Banca Centrale, e poi li riprestano tra loro nell’interbancario con un premio legato al
rischio di controparte; i fondi così reperiti potranno diventare prestiti ai clienti delle banche. Quindi la distanza (spread) tra i tassi ufficiali delle Banche Centrali (Fed Funds per la FED, Refi per la BCE) e i tassi interbancari (i più significativi sono il Libor3mesi per gli USA e l’Euribor3mesi per la UEM) è indice della difficoltà del sistema (su IHC l’ho chiamata “febbre”). A gennaio questo spread era per il Libor quasi nullo e per l’Euribor – da cui dipendono i mutui a tasso variabile - a circa lo 0,50%; a settembre erano rispettivamente al 2% e all’1%. Nei primi giorni dopo il taglio concertato i movimenti dei tassi interbancari sono stati nell’ordine di pochi centesimi, sostanzialmente irrilevanti come era prevedibile (l’opinione subito espressa su Giornalettismo era, in breve, che l’attuale crisi è la definitiva chiusura del ciclo economico e la politica monetaria non ha più capacità di ribaltare la situazione).
PROVVEDIMENTI SOLTANTO INUTILI, O ANCHE DANNOSI? – Come ben si sa, a questi tagli sono stati affiancati importanti provvedimenti ufficialmente a sostegno dell’economia ma in pratica costituiti dal trasferimento di risorse dallo Stato (cioè dalle tasche dei contribuenti) verso le
banche a fini di salvataggio se non di controllo (con il tempo verificheremo la temporaneità di queste misure). Il saldo netto di questo sforzo salvifico (e del costo per il cittadino ancora da quantificare) in termini di “febbre” del mercato è quanto segue: lo spread dell’Euribor resta poco sopra l’1% e quello del Libor poco sopra il 2% (prima del taglio). Un bel “nulla di fatto” (se non un lieve peggioramento). Certamente c’è chi dirà che senza questi interventi la situazione potrebbe essere peggiore, cioè con tassi più elevati, però in questa valutazione manca un calcolo del valore oggi della socializzazione delle perdite bancarie, per cui non è così scontato cosa sia “peggiore”. Dal mio punto di vista ribadisco l’inutilità, se non la dannosità, dei provvedimenti presi, e in ciò sono confortato dal fatto che i tassi bancari non hanno ancora scontato interamente il “risparmio di costo” che le banche private hanno ottenuto con i tagli dei tassi ufficiali.
LA GHIGLIOTTINA HA LAVORATO TROPPO POCO… – Tra l’altro tutto il denaro pubblico regalato alle banche private con
tinua a nascondere il vero livello di difficoltà delle singole banche, e per sua natura non risolve quindi l’incertezza di fondo dell’interbancario. Gli impegni poi dei governi (diretti come garanti o “investitori”, indiretti in quanto finanziatori delle Banche Centrali) benché in astratto utili e forse risolutivi di buona parte dei rischi bancari, alla prova dei fatti non sono giudicati così efficaci (o sostenibili), perché insufficienti anche solo a permettere il trasferimento del taglio del Refi sull’Euribor e quindi nelle tasche dei mutuatari. Benché politicamente non sostenibile, forse valeva la pena far saltare qualche testa in più e pulire il mercato da buona parte di imprese e banche ormai “diseconomiche”, così da ottenere un mercato mediamente più affidabile su cui imperniare una nuova e vera ripresa; quel che si ha adesso è solo un trascinamento di un sistema decotto alle spese di tutti (che abbiano o meno partecipato ai precedenti eccessi), che non pare necessariamente avviare la crisi ad alcuna soluzione. Ma intanto si gonfia la liquidità quando il PIL si piega verso la contrazione, e questo prelude a nuove ondate inflattive, per i cittadini l’ulteriore costo di inutili salvataggi.
























Il tasso di interesse reale è composto da una componente di preferenze temporali e una di avversione al rischio.
La politica monetaria diminuisce entrambe le componenti, dando maggiori risorse agli investitori (come se le preferenze temporali fossero inferiori) e consentendo agli investitori di scaricare i costi (e.g., le corse alla liquidità) all’utilizzatore di moneta (cioè tutti).
Facendo questo crea un boom del valore del beni capitali. Ma i beni capitali hanno un massimo livello di prezzo, pari al loro valore attuale netto con attualizzazione pari a 0. Questo significa che esiste un tetto oltre il quale la sopravvalutazione monetaria dei beni capitali non può andare.
IN genere ci si ferma ad un certo punto per via delle preferenze temporali e l’avversione al rischio. Si può scendere sotto finché la politica monetaria aiuta. Ma quando i beni capitali si apprezzano, il rendimento degli investimenti scende, e ad un certo punto non varrà più la pena investire. In questo caso la politica monetaria perde efficacia.
Danto un potere d’acquisto illimitato e assicurando tutti gli investitori si ottiene il “limite” della politica monetaria… una condizione in cui i mercati smettono di allocare le risorse e si impelagano in un rischio sistemico e in piani di produzione interminabilmente capital-intensive.
Per uscire da questa condizione occorre ripristinare la stabilità finanziaria (meno leverage, duration mismatch…) e della produzione (svalutare i beni capitali).
Questo significa che l’unica cura all’inefficacia della politica monetaria, una volta toccato il limite, è una recessione: contrazione del credito e della produzione.
Non so se il limite sia stato già toccato. Le banche centrali stanno raschiando il barile elargendo a costi bassi e assicurando chiunque dai rischi delle proprie azioni.
Ecco: se il limite è stato già toccato, nessuno di questi sforzi servirà ad evitare una recessione; altrimenti si potranno ancora aggiungere errori su errori nell’allocazione dei capitali e dei rischi fino a toccare il limite.
per lo meno hai abbandonato l’idea di curare la recessione con un’inflazione a palla
Idea che non ho mai avuto.
Io criticavo la proposta di Sarkozy con una proposta più moderata.
no, tu stai diventando un keynesiano
Daccordo con entrambi