Il colore che vince è sempre lo stesso: il verde del banco, il verde del dollaro. Dai minimi di luglio il greenback (o meglio, il greenblack) ha guadagnato sull’euro troppo intensamente e troppo velocemente (+24%) rispetto a qualsiasi modello di analisi tecnica o serie storica a nostra disposizione.
(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore).
Una delle poche cause su cui tutti sono più o meno d’accordo è che la domanda di dollari cresce tanto proprio perché una gran quantità di capitali americani sta tornando in fretta al proprio luogo d’origine. Sotto
accusa, tanto per cambiare, gli hedge funds, che sarebbero smobilitando gran parte delle posizioni aperte in giro per il mondo sulla spinta dei riscatti dei loro sottoscrittori (specie banche d’affari).
SI STIMA CHE… - Il patrimonio dei fondi a stelle e strisce ammonti a 1,6 trilioni di dollari, vale a dire più del PIL italiano. Si potrebbe concludere, parafrasando il penultimo presidente democratico americano: “è il deleveraging, stupido”, ne sanno qualcosa alla banca centrale giapponese che per anni hanno permesso il carry trade e ora ne stanno pagando le conseguenze. Lo Yen sale per l’effetto speculare di questo fenomeno: i giapponesi sono stati finora i finanziatori degli hedge americani, permettendo di moltiplicare i loro capitali con tassi debitori ridicoli (0,5%). Il tutto (capitale iniziale + leva ottenuta a debito) veniva reinvestito anche in titoli di stato europei (rendimenti dal 4% in su) o a Wall Street. Ora che le posizioni vengono smantellate a qualsiasi costo si vendono azioni ed euro per ricomprare Yen da restituire alle banche di Tokyo e dollari da restituire ai propri sottoscrittori.
QUANTO DURERÀ? – Secondo gli analisti, il primo stop all’impeto speculativo si avrà a quota 1,20. L’esempio delle quotazioni del petrolio ci dice che la distorsione provocata dai derivati su queste “materie prime” del mercato finanziario è sottostimata. Il prezzo di equilibrio del greggio secondo i fondamentali dovrebbe essere intorno a 80 dollari (guardando ai contratti reali tra compagnie e paesi produttori), ma ora siamo a 60 a causa dell’ipervenduto dei barili di carta. Per l’euro dollaro potrebbe accadere lo stesso e quindi sfondare, per inerzia anche quota 1,10. Effetto pendolo che dovrebbe essere accentuato dal diverso timing di taglio delle banche centrali: i tassi sui Treasury a tre mesi già scontavano un taglio di 0,50% prima che avvenisse, e la FED difficilmente potrà scendere ancora, mentre la BCE taglierà a novembre e dovrà farlo ancora nel 2009, riducendo il differenziale del rendimento da capitale sulle due sponde dell’Atlantico.
Insomma dollaro forte anche nel breve termine, ma poi? Per un investitore, specie se con limitate possibilità di spesa, la domanda deve essere: è ancora giusto scommettere sul dollaro e quindi sulla moneta americana? La risposta, sorprendente, è più sì che no. Nel senso che un portafoglio a maggioranza di titoli in dollari (obbligazioni e azioni) ha un rapporto rischio/rendimento migliore di uno identico in euro.
SIA CHIARO – L’economia americana è molto più debole di sei mesi fa, l’intervento pubblico nelle banche, i 700 miliardi di euro del piano Tarp sono una mazzata che si aggiunge a 8 anni di gestione dei conti pubblici a dir poco dissennata. Cominciando dalla fine: il budget del Tesoro 2008 prevedeva un deficiti allo 0,6% del pil, i tagli fiscali e gli aiuti al mercato immobiliare e all’agricoltura lo faranno schizzare al 3,8%, appena sotto la media dell’amministrazione Bush che è rimasta abbondantemente sopra il 4%. Il risultato è che il rapporto debito/PIL nel 2001 (record minimo dal 1981) è passato dal 35% del pil al 50% a cui si devono aggiungere, 200 miliardi per Fannie Mae e Freddie Mac che ha esteso la garanzia statale su 5200 miliardi (sì, proprio miliardi) di debito immobiliare, più i 700 miliardi, se basteranno, del bail out in via di allargamento ad assicurazioni e case automobilistiche. Però alla fine di questa tempesta perfetta sui conti pubblici gli USA saranno molto simili ad un Paese europeo “virtuoso” tipo Germania o Francia, con un debito pubblico intorno al 60% del PIL e un deficit da riportare sottocontrollo, tagliando la spesa improduttiva (su tutte: Iraq).




Mi soffermo sul solo dato del dollaro.
Io sinceramente non so quanto ci si possa affidare al cambio euro dollaro in questa fase per carpire un qualsiasi rapporto di forza tra le economie europea e americana; il cambio è “drogato” da operazioni di carry trade più o meno scoperte (su IHC paventavo la cosa come una minaccia, qualche giorno fa una controparte bancaria mi ha detto che la cosa era già in atto, e ora si sta smontando), il che significa che venendo a ridursi la prospettiva di guadagno (materie in dollari in calo, tagli dei tassi ovunque e quindi incertezza sulla tenuta del carry) si vanno a smontare le operazioni portando a casa il guadagno… e smontare significa comprare dollari e vendere euro.
1,60 era probabilmente gonfiato dal carry, e forse 1,28 sconta l’effetto opposto.