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pubblicato il 28 ottobre 2008 alle 11:26 dallo stesso autore - torna alla home

La tragica vicenda di una giovane attivista americana, morta in circostanze poco chiare a Rafah, nella Striscia di Gaza: per le autorità israeliane si è trattato di un semplice incidente.

February 27 2003 (To her mother) “Love you. Really miss you. I have bad nightmares about tanks and bulldozers outside our house and you and me inside”. “(…) Ho incubi su carri armati e bulldozers fuori la nostra casa con me e te dentro”. Questo è un estratto di una delle e-mail che Rachel Corrie invia a sua madre dalla Striscia di Gaza. E’ il 27 febbraio 2003. Due settimane dopo – ironia della sorte (sconsolante Rachel%20Corrie%20burning%20us%20flag Schiacciata a morte mentre manifesta, e nessuno ha pagatostavolta la sorte) – Rachel muore schiacciata proprio da un bulldozer a Rafah, famosa per il valico e ultima città della Striscia prima del confine con l’Egitto. Per le autorità israeliane è “probabilmente una lastra di cemento” a toglierle la vita. La morte di Rachel è dovuta “ad un incidente che non ha avuto nulla d’intenzionale”. La realtà di Rachel non ha niente a che vedere con il suo incubo, è terribilmente peggiore. Una realtà che nessuno riesce ad immaginare. Una realtà che, quando si parla di Palestina ed Israele, segue sempre il protocollo della doppia versione. O di qua o là. Chi sono i cattivi? Chi ha iniziato per primo? Chi soffre di più?

L’OCCUPAZIONE - Forse è la storia che obbliga tutti a chiedere queste due versioni. O forse il senso di colpa collettivo che le chiede. O la paura di essere appellati, indicati, segnalati, esposti al pubblico ludibrio. Rachel, invece, ha la candida capacità (e il coraggio) di raccontare. Semplicemente. Racconta la “sua” verità Schiacciata a morte mentre manifesta, e nessuno ha pagato sull’occupazione. Una verità che non si legge (o vede) mai (o quasi) sui media tradizionali. Una verità che è spesso pericolosa perché potrebbe inoculare il dubbio che Israele da sogno di libertà si sia trasformato in incubo d’oppressione: ”(…) Penso che nessuna quantità di libri, di partecipazione alle conferenze, di visione di documentari, né di parole mi avrebbero potuto preparare alla realtà della situazione qui. Non si può immaginare se non si vede, ed anche allora sei ben consapevole che la tua esperienza non è tutta la realtà: cosa dire della difficoltà che l’esercito israeliano dovrebbe affrontare se sparasse ad un cittadino statunitense disarmato, del fatto che io ho il denaro per comprare l’acqua, mentre l’esercito distrugge i pozzi, ed, ovviamente, il fatto che io ho la possibilità di partire. Nessuno della mia famiglia è stato mai colpito, guidando la sua macchina, dal lancio di un razzo da una torre alla fine della strada principale della mia città. Io posso andare a vedere l’oceano”.

I FATTI – Rachel arriva da Olympia, nello stato di Washington, in Palestina nel gennaio del 2003 per unirsi agli attivisti dell’International Solidarity Movement e partecipare ad azioni di resistenza non violenta all’occupazione militare israeliana. E muore. Muore, mentre tenta di fermare la demolizione di una casa. Pratica, questa della demolizione, che lascia senza tetto più di 13mila palestinesi dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000). La stessa ruspa (di fabbricazione Caterpillar) che travolge Rachel fa parte degli aiuti che annualmente Israele riceve dallo zio Sam. Roba da 4-5 miliardi di dollari l’anno. Un altro particolare: negli Stati Uniti esiste una legge che proibisce l’uso dei rifornimenti inviati all’estero per colpire la popolazione civile. Anche sulla morte di Rachel ci sono due versioni. Omicidio volontario versus omicidio colposo? Il governo israeliano si autoassolve un mese dopo, individuando le responsabilità nei comportamenti “Pericolosi, irresponsabili e illegali” degli attivisti dell’ISM (ricordate il ragazzo di piazza Tian’anmen?).

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