postato alle 10:27 del 28 ottobre 2008 in La rubricaTorna alla home

L’imbarazzo di Pansa dagli anni ‘80 ai giorni nostri, l’eroe del revisionismo di comodo è in realtà solo l’eroe della comodità di se stesso

Giampaolo Pansa 1 - Primi anni 80. Ogni fine settimana correvo da Milano a Padova per il mio programma settimanale di informazione per Teleuropa, emittente locale nonostante il nome “continentale”, prima di passare a correre ogni fine settimana sempre a Padova, ma per Telepadova. Una volta invitai Pansa per intervistarlo sul suo libro “Comprati e venduti”, dove denunciava l’eccessiva facilità con la quale gli editori comprano e vendono i giornali per i loro affari non sempre encomiabili. «Scusa, Giampaolo, ma perché non scrivi anche “Comprabili e vendibili”, per denunciare la facilità con la quale noi giornalisti passiamo da un giornale all’altro?», domandai serafico. Silenzio imbarazzato, forse perché Pansa era da poco passato dal Corriere della Sera a Repubblica, ovviamente con stipendio certo non dimezzato, e poi il solito «Ah, sì sì, certo, hai proprio ragione».

Giampaolo Pansa 2 - Primi anni 90. Ho incontrato Pansa nel corridoio della redazione de L’Espresso a Milano. Grandi discorsi da fustigatore indefesso, di quelli che io chiamo “trombonici”, conditi da una chicca: «Che i democristiani fossero corrotti era chiaro, io per esempio una volta sono andato a casa di Franco Evangelisti, il braccio destro di Andreotti, e ho visto che alle pareti aveva perfino un Canaletto. Mica ha potuto comprarselo con lo stipendio da parlamentare…». I colleghi assentivano con foga, la foga dell’epoca (inutile, a conti fatti oggi) di Mani Pulite, ma a me venne quasi il sangue agli occhi. «Giusto, caro Giampaolo, ben detto. Ma perché lo racconti solo adesso invece che scriverlo subito anni fa, non appena hai visto il Canaletto?», domandai serafico. Silenzio imbarazzato.

Giampaolo Pansa 3 – Domenica 26 ottobre 2008. Al festival del cinema di Roma Giampaolo Pansa dopo la proiezione del film “Il sangue dei vinti”, tratto dal suo omonimo romanzo centrato sui crimini dei partigiani a fine guerra mondiale e subito dopo, pontifica da par suo: «L’Italia non è ancora un Paese pacificato perché chi allora vinse non ha raccontato fino in fondo cosa accadde durante e dopo la guerra civile. Il muro d’omertà dei vincitori non è stato mai rotto. E dunque la guerra civile, nel dolore delle famiglie, non è mai finita». Che l’Italia non sia pacificata è vero, ma è vero da vari secoli e i partigiani “non ci azzeccano”, e se ci azzeccano è solo come ultimi della serie dei responsabili. Sarebbe come prendersela con Pansa per il degrado del giornalismo italiano, del quale lui semmai è una delle ultime concause, ma certo non la prima né la principale. In ogni caso è da ipocriti l’insistere di Pansa a dire “i vincitori” riferendosi di fatto sempre e solo ai partigiani e ai comunisti, perché a vincere sono stati soprattutto i filoamericani, i padroni, gli stessi che avevano foraggiato il fascismo, dalla Fiat di Agnelli fino alla Confindustria e ai padroni anche del Corriere della Sera. A vincere è stata anche la Democrazia Cristiana, i liberali, i repubblicani, i monarchici, i banchieri, per non dire della Chiesa che ha evitato di pagare lo scotto per le sue malefatte, dal benedire l’invasione coloniale dell’Africa fino a benedire Mussolini, dal togliere di mezzo gli ostacoli come don Sturzo sulla strada dei fascisti in cambio dei Patti Lateranensi fino all’equivalente in Germania in cambio di un altro grasso piatto di lenticchie da parte di Hitler. Persino un cattolico convinto come Cossiga ha riconosciuto tempo fa che senza il disco verde della Chiesa il fascismo in Italia non avrebbe preso il potere. E non sono pochi quelli che dicono la stessa cosa riguardo la presa del potere dei nazisti in Germania, facilitata dalla decisione del Vaticano di togliere di mezzo i don Sturzo tedeschi.

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