“Cold Case” sfrutta intelligentemente una delle idee classiche del giallo d’investigazione: la riapertura di vecchi casi irrisolti. Un esperimento interessante e coraggioso, tra personaggi scomodi e discriminazioni.
“Senza satellite”: la rubrica-antologia di tutto quello che si è costretti a vedere quando non ci si può permettere la pay-tv. A Cura di Galatea.
Uno dei topos più diffusi del giallo d’investigazione è quello di mandare l’investigatore ad indagare su un caso del passato. La distanza temporale, gli indiziati che sono nel frattempo invecchiati, cambiati, i ricordi
che non sono più gli stessi, il mondo che nel frattempo è andato avanti: l’effetto straniamento si aggiunge alle normali difficoltà di una qualunque indagine, donando alla storia un qualcosa in più. È su questo che gioca, con intelligenza, Cold Case, la serie televisiva dedicata alla riapertura di indagini chiuse da anni. La detective Lilly Rush riapre file del passato, ricontatta, a distanza di decenni, testimoni, sente figli, nipoti, amici divenuti ormai pallidi fantasmi di ciò che erano, si immerge in un mondo che non è suo per trovare i colpevoli che all’epoca sfuggirono al castigo.
CASI DIFFICILI – Cold Case è un telefilm girato con intelligenza e con maestria, ma è spesso anche qualcosa di più. Vi è una certa sapienza nel cercare di portare sullo schermo casi non solo freddi, ma difficili. Sono storie scomode, in cui spesso le vittime sono divenute tali perché avevano osato sfidare le convenzioni sociali del tempo: la ragazza lesbica, quella che era considerata una poco di buono, quella che voleva portare i pantaloni e per questo viene internata in manicomio e “suicidata” senza che nessuno si prenda la briga di capire seriamente come è morta. Quasi sempre Lilly Rush e la sua squadra scoprono che a bloccare l’identificazione del colpevole non sono state difficoltà oggettive legate alle modalità dell’omicidio, ma il pregiudizio in vigore all’epoca, che ha preferito chiudere in fretta un faldone scomodo, perché chi ha vissuto in maniera diversa da come impongono le regole del tempo spesso viene considerato uno che se la va a cercare, e nessuno, nemmeno i poliziotti, sono disposti a perdere molto tempo per cercare chi lo ha ucciso.
CORAGGIO E SEMPLICITÀ - Pur nella semplificazione dovuta alle regole dell’essere un serial e a quelle del genere, Cold Case è un esperimento interessante ed una serie coraggiosa, che spesso sceglie di raccontare storie di personaggi fastidiosi senza troppo moralismo d’accatto, rivendicando, in maniera molto determinata, che ognuno ha il diritto di vivere come vuole, e la morte non può essere considerata mai meritata da nessuna vittima. I casi sono freddi, e la recitazione pure: è una serie che evita il sensazionalismo e anche i colpi di scena a buon mercato. Spesso le trame, contrariamente a quanto avviene nei telefilm Usa, sono quasi banali per la loro semplicità: una cerchia di sospettati ristretta, spesso una traccia chiara fin
dall’inizio. Eppure la sensazione che ne riceve lo spettatore non è quella di sciatteria, ma di credibilità. Giocare sul patetico sarebbe spesso molto, troppo facile: ma è un rischio che quasi sempre la sceneggiatura evita, e gli attori pure, scegliendo un profilo sottotono.



A me non dispiace ma ne ho viste poche puntate :\
Io ho visto solo una puntata, dove arrestavano un povero vecchietto con l’alzheimer perchè 70 anni prima aveva ucciso la moglie, con la complicità di Orson Welles.
E’ una delle pochissime cose che guardo in tv, se sono a casa il sabato sera. Per le ragioni che Mariangela ha così bene esposto in questo post.
Essendo un po’ “fregnone” spesso il finale – che è effettivamente un po’ “retorico” mi strappa pure un briciolo di commozione.
Un sorriso “caldo”
C.
Non solo io ci frigno spesso, su questo telefilm, ma mi appunto anche le colonne sonore a tema con l’epoca (mi ha ricordato una canzone dei Byrds – My back pages – che avevo rimosso del tutto).
Sulla puntata Forever Blue mi sono fatta anche clip per l’iPod, ehm…
confesso che il finalino scontato col fantasma e i vari prima/dopo catartici non mi dispiace, ognuno ci ha le sue perversioni
l’unioco appunto che muovo alla serie sono forse i poliziotti stessi, che essendo tutto sommato degli eterni “non protagonisti” rimangono un po’ figure di sfondo, non riescono (non hanno il tempo e il modo, direi) a farsi “voler bene”, a diventare “amici” dello spettatore come capita in altre serie (magari un po’ ruffianamente, lo ammetto)