di Raffaele Rossi
postato alle 15:01 del 27 ottobre 2008 in La rubricaTorna alla home

Un caso scabroso di diffamazione a mezzo internet o solo uno scherzo che ha fatto arrabbiare troppo? L’esperto giudica il web-caso dell’anno.

Su un noto (ho detto “noto”, stacce) blog di Splinder, qualche mese fa (fine gennaio scorso), si è aperto uno dei più grandi casi web-giudiziari della storia di internet. Ok, esagero un po’ perché sono alle prime righe e non so se riuscirete a leggere tutto fino alla fine. Non faccio i nomi e i nick dei protagonisti di questa vicenda, così nessuno si offende. E poi qui la pubblicità si fa solo se ce la pagano. Ne parlo anche perché è solo grazie a quello che è successo su quel blog che ora scrivo qui. Come disse quel giornalista di Chicago: “Figliolo, smettila di fare tutto questo casino, un giornalista è solo un topino che vuole fare il ratto” (non c’entra una mazza, però mi piaceva metter una citazione in apertura).

CUMSHOT AL CIOCCOLATO - Il caso in questione è abbastanza semplice: un blogger incitava i suoi maniacali lettori a masturbarsi, guardando un video un po’ civettuolo pubblicato dall’autrice su YouTube. Ora, che il gesto si chiami “cumshot” o che l’autrice del video si stesse perversamente leccando un dito in bocca dopo averlo intinto in un barattolo di Nutella (in questo caso, faccio la pubblicità alla cioccolata solo perché mi piace) non ha nessuna importanza: quello che rilevava, nella fattispecie, era la “sostanza” (ovviamente, non quella spermatica) giuridica. A parte la normale reazione della “vittima” che lesse quel post (che minacciò dapprima interventi di censura da parte del gestore della piattaforma del blog, poi querele e infine di lesioni fisiche), si aprì una discussione molto accesa nei commenti dei lettori. Sorvolando su alcune tesi piuttosto stravaganti che sostenevano che il “raspone” on line, in realtà, è un complimento e un tributo alla bellezza che non richiede alcuna “liberatoria” da parte dell’oggetto del bersaglio dello schizzo (“Tieni amore, questo è un pensiero per te, il fioraio era chiuso”), la sostanziale tesi difensiva dall’autore del post era che, in fondo, in una goliardica presa per il culo (e in una benefica schizzata sul volto) non ci può essere nulla di male.

LIBERTÉ - Il problema è vecchio come il mondo (e come la pippa), ma mai risolto: si può dire quello che si vuole su internet? C’è la libertà di pensiero e di critica garantita dall’art. 21 della nostra carta costituzionale? Sì o no? È questa la domanda che dobbiamo farci ogni volta che scriviamo qualcosa su qualcuno. Il blog è uno strumento di comunicazione scritta. È aperto al pubblico dei lettori (a meno che non lo rendiamo privato) e può essere letto da tutti i “naviganti” (compresa la persona alla quale ci rivolgiamo e che è oggetto delle nostre critiche). Se ti fai un cumshot nel cesso di casa tua, e lo sai solo tu e forse qualche componente della tua famiglia che trova sempre il bagno occupato, non ce ne po’ frega’ di meno. Se tiri fuori il coso alla stazione ti arrestano per atti osceni in luogo pubblico. Così come se scrivi sul tuo blog che è consigliabile per i tuoi lettori farsi le seghe su A su B o su C e inviti anche a farlo in un certo modo e queste persone, poi, lo vengono a sapere o ti rompono il culo o ti querelano. La scelta ce l’hai. Nessuno ti obbliga a fare niente di contrario alla tua morale. L’importante è che tu conosca le conseguenze del tuo gesto, nel luogo e nel contesto in cui lo fai.

CRITICHE - Se qualcuno mi dice (mi scrive) che non è d’accordo con quello che scrivo, mi sta criticando. Ma non ci posso fare nulla, tranne dire il contrario. Restiamo in un ambito di rapporto… come dire? Normale? Se qualcuno scrive in un blog che mi vuole pisciare in testa, mi offendo. Posso persino sporgere querela (non lo faccio, ma alcuni sì). La questione aveva molti aspetti interessanti e mi intrigò professionalmente. Intervenni nei commenti, chiarendo la differenza tra il reato di ingiuria (art. 594 codice penale) e il reato di diffamazione (art. 595 codice penale). Il codice penale, nel descrivere il delitto dell’ingiuria, lo individua allorché si “offende” l’onore o il decoro di una persona che è presente nel momento in cui vengono pronunciate le frasi offensive. La presenza dell’ingiuriato è l’elemento distintivo rispetto alla diffamazione. Se la persona offesa è presente vi è il reato di ingiuria; se, invece, è assente vi è il reato di diffamazione. Il reato sussiste anche se ad ascoltare l’ingiuria vi è la sola persona offesa, mentre per il reato di diffamazione è necessaria la presenza di più persone (due o più). Nell’ingiuria costituisce circostanza aggravante se l’offesa è compiuta in presenza di più persone mentre questa pluralità nella diffamazione è elemento costitutivo essenziale.

COMMENTI (69)STAMPA - FALLO LEGGERE